la nostra scelta di sostenibilitàscopri di più

Intervista a Elvira Grassi traduttrice di Milkman, Anna Burns (Keller 2019)

a cura di Emanuela Chiriaco


Ne L’arte di esitare. Dodici discorsi sulla traduzione (Marcos y Marcos), Pino Cacucci dice che tradurre un romanzo è una forma di comunicazione tra culture diverse, tra realtà che possono essere vicine o distanti, ma comunque diverse, e dato che sono le diversità a rendere la vita interessante, cosa ha colto di interessante da poterci raccontare nell’affrontare il lavoro traduttivo di Milkman?
milkman anna burnsNon so se sia interessante, ma per affrontare la traduzione di questo libro ho studiato: mentre lo leggevo in inglese, ho ascoltato l’audiolibro (bellissimo, letto dall’attrice nordirlandese Bríd Brennan), ho visto qualche documentario sui Troubles e una serie tv molto divertente e ben fatta, Derry Girls, ambientata nell’Irlanda del Nord anche se negli anni Novanta (Milkman è ambientato alla fine degli anni Settanta), ho studiato i luoghi di Belfast – insomma, era importante per me avere il contesto molto chiaro prima di affrontare la traduzione. In realtà è una cosa che faccio per tutti i libri che traduco, perché mi piace, ma immagino lo facciano tutti, che sia una prassi normale e necessaria in questo tipo di lavoro.

Dopo questa fase preparatoria, avevo davanti a me, ben chiari, la famiglia, la casa, il quartiere di sorella di mezzo, le strade che percorreva leggendo, “parchi&laghi” (così la Burns chiama Waterworks Park di Belfast), i locali, il “solito posto” (il cimitero), l’area-da-dieci-minuti, i rinnegatori-dello-Stato, i difensori-dello-Stato, i paramilitari, i soldati, gli informatori, gli autobus sequestrati, le autobombe, le bandiere, le cassette del latte con le molotov ecc. ecc., ma anche le voci e il caos dentro le case, i battibecchi familiari, le voci e il caos per le strade, tutto a colori vividissimi. Poi, una volta che ho iniziato a scrivere, i colori si sono spenti, perché il modo innovativo di Anna Burns di ritrarre questa realtà è quello di spegnere i colori, di eliminare gli odori, di abbassare il volume della guerra in corso. Non ci sono descrizioni di esplosioni e conflitti a fuoco per esempio, come nel romanzo di culto Eureka Street del nordirlandese Robert McLiam Wilson. In Milkman non ci sono colori all’infuori di quelli ufficiali e accettabili, non ci sono odori, non c’è neppure la puzza di morte in occasione del “grande canicidio” (l’unico odore percepito è quello del disinfettante con cui gli abitanti del distretto ripuliscono il vicolo dal sangue dei cani ammazzati. “Questo non me lo sarei mai più dimenticato, perché fino a quel momento avevo sempre amato quel particolare odore di casa”), non c’è mai il racconto di una deflagrazione. C’è solo la voce di sorella di mezzo che ha dentro di sé questo mondo e se lo porta appresso.

Per citare la tribù di cui parla Piqueras e di cui sento di poter dire lei faccia parte, si percepisce che con il suo lavoro abbia costruito un ponte importante verso l’Irlanda del Nord, un paese di cui abbiamo visto film e letto libri che hanno suscitato orrore per la violenza ma senza quell’approfondimento psicologico e quel flusso di coscienza che Burns invece propone. Cosa ha pensato subito dopo averlo letto e prima di affrontare la traduzione?
Finito di leggere Milkman e prima di iniziare a tradurre mi sono presa qualche giorno. Poi la voce di sorella di mezzo è uscita naturalmente. Quando inizio a tradurre non devo avere dubbi sul tono che devo usare, altrimenti significa che non sono pronta.

Quello di Burns, o meglio, quello di sorella di mezzo non è un flusso di coscienza, lo definirei piuttosto un monologo corale; è la voce di un paese martoriato dall’odio, dalla violenza, dalla vergogna, dal sopruso, è la voce della comunità cattolica in cui sorella di mezzo vive, delle pie donne, delle donne tradizionali, dei “professionisti del pettegolezzo” e del sospetto, ma è soprattutto la voce dell’ingenuità, del candore, dell’obliquità di chi si ribella alla società inquinata in cui è costretta a vivere. Credo che Anna Burns sia molto dotata nella sovrapposizione dei livelli linguistici e nello scavo psicologico.

Ha avuto modo di confrontarsi con l’autrice data la complessità dell’opera?
No. Anna Burns è molto riservata e vive nel suo guscio; da un momento all’altro le è piombata addosso una tale popolarità che ha preferito esporsi il meno possibile, centellinare i contatti. Una scelta controcorrente che rispetto molto. In ogni caso Milkman è un libro complesso ma non impenetrabile. Nel contesto, nel mondo in cui sorella di mezzo si muove, c’erano tutte le risposte.

Ha mai percepito che la lingua di Burns le opponesse qualche resistenza? E da parte sua c’è stata qualche esitazione? Se sì, come le ha affrontate?
La lingua di sorella di mezzo (perché è con la sua lingua che ho avuto a che fare) è molto musicale, è come una canzone che ti entra in testa e non fai che cantartela tra te e te. È spontanea, mescola dentro di sé registri diversi, è irrefrenabile, ma non è ostile, non oppone resistenza, anzi, il suo scopo è comunicare. È stata molto collaborativa.

Come definirebbe questa sfida traduttiva?
Totalizzante.

Perché nel testo ha scelto di non tradurre il termine crombie?
Perché è un simbolo preciso nel testo, non aveva senso secondo me renderlo con qualcosa di più vicino a noi. È un indumento tipico inglese, con tutto ciò che comporta nella comunità del mondo di cui Burns parla. È un oggetto crudele e odiato in quel punto della storia, un cappotto oltre l’acqua potremmo dire.

Ogni traduttore/traduttrice credo abbia un autore/un’autrice che vorrebbe tradurre, qual è il suo/la sua?
Una delle autrici contemporanee che preferisco e che mi sarebbe piaciuto tradurre è l’americana Leni Zumas (di lei in Italia è uscito Red Clocks, ben tradotto da Milena Zemira Ciccimarra e uscito per Bompiani, che spero continuerà a pubblicarla).

Qual è il consiglio più importante che ha ricevuto prima di iniziare la professione di traduttrice?
Nessuno in particolare. Mi sono fatta le ossa facendo più che altro revisioni di traduzioni, è stato un percorso utilissimo. E poi ho dedicato tanto tempo allo studio solitario delle traduzioni di professionisti come Susanna Basso e Sergio Claudio Perroni.

Che consiglio si sentirebbe di dare invece a chi vuole intraprendere la professione?
Di leggere tanto, romanzi italiani e romanzi tradotti, di leggere ad alta voce, di procurarsi l’originale e l’italiano di opere stilisticamente diverse e di analizzare le scelte di traduzione. Si impara tanto dal lavoro altrui.


Elvira Grassi è nata a Ancona e vive e lavora a Roma. Fa parte di Oblique Studio fin dalla fondazione nel 2005.


recensione di Milkman su ZEST QUI

Share

Sulla traduzione di Milkman di Anna Burns: intervista a Elvira Grassi