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Una mappa per Kaliningrad | La città bifronte – Valentina Parisi
Exorma edizioni 2019

di Paolo Risi

Un pellegrinaggio in 17 stazioni: è così che Francesco M. Cataluccio definisce nella prefazione il progetto di Valentina Parisi, immersione narrativa che abbina la sfera personale alla Storia, al destino comune di un popolo.

Il viaggio dell’autrice ha un abbrivio sentimentale, che riguarda l’esperienza di prigioniero di guerra di suo nonno, internato nei pressi di Königsberg, sul Mar Baltico, nello Stalag 1A di Stablack. Da quell’omaggio, che è anche risarcimento morale rispetto ad alcune interpretazioni storiografiche, si distende un flusso di incontri, immagini, punti di vista, che ripercorrono i cambiamenti, i drammatici cambi di rotta di una displaced city, la cui esistenza post-bellica non è che il risultato di un’operazione di displacement determinata dallo slittamento dei confini.

Nell’agosto 1944 Königsberg, avamposto della Germania verso i territori d’oriente, viene rasa al suolo dai bombardamenti degli alleati (174 Lancaster giunti appositamente dall’Inghilterra) e dall’artiglieria dell’Armata Rossa. Alla distruzione materiale e spirituale seguirono gli accordi di pace, gli spostamenti di frontiere e di popoli, che assegnarono all’antica città prussiana un’identità burocratica, un nome e una cittadinanza – quella sovietica – che ha di fatto la sostanza di un innesto coercitivo.

Gli abitanti di un tempo non esistevano più o, quantomeno, Kaliningrad non era destinata loro. Chi l’avrebbe popolata era gente venuta dai quattro angoli dell’Urss, allettata dalla prospettiva di una terra vergine dove costruire il socialismo o comunque rifarsi una vita.

La ricognizione narrativa di Valentina Parisi si nutre della sostanza che fa di ogni viaggio una rivelazione, racconta soste e ripartenze da luoghi apparentemente insignificanti, da città in cui le fermate degli autobus sono tappezzate di annunci per le aspiranti badanti che vogliono lavorare, senza ulteriori precisazioni, “in Europa”.

Il senso di spaesamento permane nonostante il carattere, l’ironia, la spinta emotiva dell’autrice, che osserva la realtà odierna di un luogo di frontiera e il suo legame con il passato. Nel suo peregrinare verso Kaliningrad accoglie la vicinanza di storici, filosofi, fotografi e poeti, recupera tracce ispirative da Immanuel Kant, il cittadino più illustre di Königsberg, dai volti e dagli scorci riprodotti sulla carta fotografica, da Iosif Brodskij, che nella meravigliosa poesia Cartolina dalla città di K. suggerisce la persistenza, sotto le macerie della città tedesca, di un ordine naturale altro rispetto alle imposizioni del regime sovietico. Struggenti poi le testimonianze assemblate nel capitolo Voci, tratte da un volume curato da Ju. Kostjašov, descrizioni al tempo stesso glaciali e commoventi di ciò che accadeva a Königsberg nei giorni della dislocazione, della trasformazione della città in ur-patria, nucleo originario dello Stato russo.

I tedeschi – gli abitanti del nostro villaggio – andavano in giro gonfi per la fame. Una volta eravamo andati alla fattoria vicina. In una casa avevamo trovato una madre tedesca con la figlia. La bambina ci fece capire a gesti che la madre stava morendo. Poi ci ha portato le fotografie, spiegandoci chi ritraessero, e infine ci ha mostrato anche la tomba della sua sorellina in giardino. Abbiamo dato da mangiare alla bambina e l’abbiamo presa con noi, la madre invece l’abbiamo seppellita.

Nell’immediato dopoguerra Kaliningrad diventa uno stendardo sventolato dai vincitori, ma per completare l’opera è necessario rimuovere le scorie di un’esistenza secolare, annullare il genoma sopravvissuto ai bombardamenti aerei, ai fuochi di artiglieria. Un imponente progetto urbanistico (dell’architetto Navalichin) traccia l’utopia di una “piccola Mosca”, propone l’azzeramento di Königsberg per dare vita a quello che Valentina Parisi definisce un esperimento di ingegneria sociale volto al futuro. L’idea di strade, di una cerchia di viali che ricalchino la topografia di Mosca, di Stalingrado, città simbolo della resistenza nei confronti dell’invasore, sprofonderà al cospetto della razionalità e dei preventivi di spesa, e Kaliningrad si avvierà a diventare – ma solo negli anni Sessanta – una “normale” città russa, con le sue chruščëvki, le case prefabbricate in serie che il segretario generale del PCUS Nikit Chruščëv fa costruire per rimediare alla penuria di alloggi.

Illuminante per comprendere a pieno l’entità Königsberg-Kaliningrad il capitolo Intermezzo berlinese, in cui l’autrice fa visita a una testimone degli avvenimenti che cambiarono per sempre l’anima della città.

Erika K (ai giorni nostri ottantenne) fuggì da Königsberg con sua madre nel novembre del 1944, portandosi dietro il minimo indispensabile, comprese le chiavi di casa, convinte di poter tornare, prima o poi, nella loro villa di Amalienau, il quartiere più chic della città. La realtà e le disposizioni della Storia stabiliranno che quello spazio familiare non tornerà più a essere il loro, ma non per questo Erika K soffocherà dentro di sé l’Heimat, concetto intraducibile, che è un po’ patria, identificazione, origini. A partire dagli anni Novanta, dopo la caduta del Muro, la donna tornerà più volte a Königsberg, e in una di queste occasioni si presenterà all’uscio della sua vecchia casa per consegnare all’attuale proprietario il mazzo di chiavi tanto gelosamente custodito. La reazione di chi le aprirà la porta non soddisferà un desiderio di lieto fine, di cesura con il passato, il frammento che restituirà forma all’intero non verrà rappresentato da quelle cinque chiavi annerite dal tempo.

Chissà che cos’avrà pensato la nuova padrona di casa, vedendo quell’anziana tedesca prender forma a un tratto davanti a sé, come l’incarnazione delle sue paure rimosse, dei suoi timori più inconfessabili…

Una mappa per Kaliningrad sprigiona l’intensità di un viaggio spirituale, necessario come lo sono l’umanità, la conservazione di principi e testimonianze. Ricostruzioni puntuali, la capacità di raccontare i passaggi cruciali di un’epoca complessa, si mescolano con naturalezza allo stupore dell’incontro e dei fuori programma, all’individuazione di circostanze impareggiabili. Dentro capitoli densi si attiva il propulsore della ricerca, che rifiuta la neutralità per incontrare l’ignoto, la possibilità, gli strumenti con cui modellare se stessi e la propria visione del mondo. Il viaggio diventa così introspezione, individuazione di assonanze, di una mappa interiore.

E se fosse proprio l’ambra – questa resina fossile di conifere che proiettavano la loro ombra sull’erba del Paleogene o del Cretacico superiore – a condensare in sé l’essenza della città di K.? Se Kaliningrad stessa non fosse altro che una pietra traslucida che racchiude in sé, come un insetto prigioniero, Königsberg? Se la tieni controluce, allora vedrai finalmente, frantumata come un caleidoscopio, la città tedesca che ha inglobato, anche se sulle dita ti rimarrà soltanto la polvere di Kaliningrad, la sensazione della sua superficie scabra e un po’ ammaccata.


valentina parisiin dialogo con l’autrice Valentina Parisi (a cura di Paolo Risi)

Nel tuo libro si alternano descrizioni di viaggio, pulsioni emotive e parti più strutturate, in cui ripercorri fatti e spunti storiografici. C’è un’idea precostituita dietro a questa strutturazione del racconto oppure ti sei lasciata guidare da un senso di “giustezza”, di “urgenza”, nel dare vita al processo di scrittura?

Fin da quando ho cominciato a lavorare sul libro, sapevo di disporre di tre ordini di elementi disomogenei, concomitanti eppure irriducibili gli uni agli altri: quel che ricordavo dei racconti di mio nonno uditi durante l’infanzia, l’esperienza del mio viaggio a Kaliningrad nel maggio 2018 e i dati raccolti durante le mie ricerche, per lo più successive. Un po’ come le mele, le pere e le arance che, come ti insegnano alle elementari, non si possono sommare tra di loro, perché appartengono a insiemi diversi. Tre livelli caratterizzati da gradi differenti di soggettività, completezza e attendibilità che coesistevano nel mio racconto, ma che dovevano restare distinti. Scrivendo mi sono sforzata di elaborare una struttura narrativa che riflettesse questa tensione tra fiction, travelogue e saggio.

Quando racconti di Kaliningrad, un tempo Königsberg, città che dopo la seconda guerra mondiale subì una riedificazione coatta, un’assegnazione di identità, sembra che sottotraccia permanga la convinzione di una provvisorietà dei confini, l’idea che esista una fonte primaria, culturale e immateriale, che di fatto emerge dalla superficie e dalle curvature della storia.

In effetti la protagonista va a Kaliningrad, ma la città che vorrebbe vedere è Königsberg. La sua è la ricerca impossibile di un luogo che non esiste più, eppure questa consapevolezza non intacca la sua urgenza di ritrovarsi “lì”, nella città che ora corrisponde a quelle coordinate geografiche. Evidentemente c’è un che di masochistico nell’intraprendere un viaggio simile, sapendo fin dall’inizio che ciò che si cerca è stato spazzato via, eppure iscrivere la propria presenza proprio in quel luogo dà una particolare vertigine. In certi posti si va anche solo per respirarne l’aria, come scrive Katja Petrowskaja in Forse Esther (libro assolutamente fondamentale per me), mentre la sua porte-parole vaga in quel non-luogo che è oggi l’ex ghetto di Varsavia.

Vinti e vincitori, nel tuo libro, sembrano confondersi, appaiono dimensioni che non trovano compimento risolutivo. Ai vinti si presentano occasioni di riscatto, a volte postdatate, ai vincitori accade di smarrirsi, di non dare seguito a un progetto fondativo. Kaliningrad sarebbe dovuta diventare una “piccola Mosca”, scrivi nel capitolo in cui parli del progetto urbanistico dell’architetto Navalichin, ma poi si ritrova a ricalcare, a partire dagli anni sessanta, il modello di una “normale” città russa…

Sì, Kaliningrad resta una città irrisolta, basti vedere il suo edificio-simbolo, quel gigante dai piedi d’argilla che è il Palazzo dei Soviet, sorto sulle macerie del Castello dell’Ordine teutonico, e mai completato, perché nel frattempo insieme all’Urss è venuto meno l’orizzonte utopico che l’aveva originato. Un’anti-rovina che richiama alla mente non il passato, bensì un futuro mai diventato presente. Come se al centro di Kaliningrad non potessero esserci che ruderi. A sua volta, Königsberg „vince“ talvolta su Kaliningrad, la città tedesca riemerge in tracce fortuite o viene addirittura artificialmente ricostruita, per essere data in pasto ai turisti.

Königsberg è la città in cui nacque Immanuel Kant, ma più che al grande filosofo sembri chiedere “udienza” e “ispirazione” al poeta Iosif Brodskij, riportando in Una mappa per Kaliningrad la sua straordinaria poesia Cartolina dalla città di K. e analizzando il suo pensiero, le suggestioni che scaturiscono dall’osservazione di una città in cui il vento, figliol prodigo, è tornato alla casa paterna e di colpo riceve tutte le lettere. Mi piacerebbe sapere se hai un legame, una corrispondenza, un’ammirazione particolare per Iosif Brodskij.

In realtà, non volevo attribuire a Brodskij alcuna preminenza rispetto agli altri autori – Tomas Venclova e Marion Poschmann – di cui parlo nel capitolo I poeti tra le rovine, anzi, al contrario volevo sottolineare come “la città di K.”, nella sua posizione periferica, pressoché metafisica, si collochi al crocevia dei mondi delimitati rispettivamente dalla cultura russa, lituana e tedesca (e avrei dovuto aggiungere anche polacca, ma non ho trovato esempi altrettanto interessanti). Se Brodskij ha rubato la scena agli altri due – ma spero di no – è forse per la sua qualità innegabile di personaggio letterario, oltre che di poeta, a cui ho cercato di dar forma nella “fantasia” iniziale: l’amore contrastato per la pittrice Marianna Basmanovaja, la condanna all’esilio come “parassita”, l’arrivo a Balitijsk, la città più occidentale di tutta l’Urss, in veste di giornalista…

Attraverso l’arte, l’incontro con scrittori, poeti di varie generazioni, fotografi, tenti di dare profondità agli accadimenti bellici e postbellici, allo spaesamento di una displaced city in costante disequilibrio fra passato e presente. In che misura l’arte e la letteratura ti hanno aiutato a plasmare e a dare respiro a Una mappa per Kaliningrad?

Come è evidente, il mio io narrante guarda la città di K. attraverso occhi altrui, anche perché non si fida granché dei propri. Il mio libro è attraversato da una forte instabilità, da un dubbio pressoché costante sulla verità di ciò che ricordo di aver udito da mio nonno. Un’incertezza che a sua volta si riverbera su ciò che ho visto a Kaliningrad. Di fronte alla labilità della memoria e all’“evaporazione” dei luoghi stessi, le immagini fotografiche che accompagnano il testo sono l’“emanazione di un reale passato”, come sosteneva Roland Barthes. Non tanto un documento, quanto una traccia che va decifrata, un’immagine che non parla di per sé, ma che, qualora interrogata, può generare narrazioni. Andrea Cortellessa ha scritto che la fotografia svolge in questo libro un ruolo strutturale, costitutivo, non rappresenta una mera illustrazione al testo, bensì “la ‘messa a terra’, l’indizio terrestre che ancora al concreto dello spazio l’‘addensarsi del tempo’”. Mi illudo che sia proprio così, che le immagini abbiano funzionato da argine al mio spaesamento.

Mi ha colpito particolarmente il tuo incontro con Erika K, una signora ultraottantenne che attualmente vive a Berlino e che fuggì da Königsberg insieme a sua madre prima dei bombardamenti e dell’arrivo dell’Armata Rossa. La sua storia è simboleggiata da un mazzo di chiavi, quello della casa che fu costretta ad abbandonare per sempre, chiavi che non apriranno più nessuna porta e che non potranno fare da tramite a una riconciliazione, a un semplice gesto di benevolenza. Come sei arrivata ad avvicinare Erika K, quali pensieri ti ha suscitato l’incontro con questa preziosa testimone?

Intermezzo berlinese occupa non a caso una posizione centrale nel libro, perché l’incontro realmente avvenuto con la donna che qui chiamo Erika K. mi ha costretta in qualche modo a chiarire come si colloca l’io narrante rispetto alle vicende storiche che sta tentando di ricostruire. A libro ormai pubblicato, mi sono interrogata sulla nozione di Postmemory con cui Marianne Hirsch descrive quel tipo particolare di reminiscenza sperimentata dalla terza generazione dei sopravvissuti a eventi drammatici (nel caso della seconda guerra mondiale, quella dei “nipoti” nati come me negli anni Settanta). Una sorta di memoria indiretta, fondata sulla connessione emotiva con un passato che non è stato vissuto in prima persona, ma a cui si sente comunque di appartenere. A sua volta, questo tipo di “post-memoria” genera narrazioni lacunose che non possono che riflettere la frammentarietà delle informazioni di cui si dispone e la nostra stessa distanza, emozionale ma anche antropologica, dall’esperienza della guerra. È precisamente la posizione della mia controfigura che di fronte a Erika K. si scopre rappresentante della “terza generazione” e percepisce dolorosamente il proprio “risentimento per interposta persona”, la propria incapacità di essere distaccata e neutrale. Capisce come, a dispetto della retorica corrente sulla necessità di conservare la memoria, il confronto col passato non ci riscatti affatto dalle nostre debolezze personali e non ci renda necessariamente individui migliori.


Valentina Parisi è nata nel 1976 a Milano, dove abita. Dopo il dottorato di ricerca in letterature slave, ha vissuto all’estero con varie borse di studio, in Germania e a Budapest. Attualmente assegnista di ricerca in letteratura russa presso l’Università degli Studi di Pavia, ha tradotto dal russo opere di Alexandra Petrova, Lev Šestov, Pavel Florenskij, Léon Bakst, Pavel Sanaev, Vasilij Grossman, Anton Čechov, Vasilij Golovanov e, dal polacco, testi in prosa di Wisława Szymborska, Adam Zagajewski, Hanna Krall, Stanisław Lem.
Ha pubblicato un libro sull’editoria clandestina nell’Urss (
Il lettore eccedente. Edizioni periodiche del samizdat sovietico, 1956-1990, Il Mulino, 2014) e la Guida alla Mosca ribelle (Voland, 2017).
Dal 2007 collabora regolarmente alle pagine culturali de «il manifesto» e di «AliasD». Ha scritto inoltre su «Diario della settimana», «Galatea», «Pagina 99» e «Alfabeta2».

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Una mappa per Kaliningrad | La città bifronte – in dialogo con Valentina Parisi