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Rubrica Budda nel bosco a cura di Tiziano Fratus* 
Meditare come un albero
Appunti dedicati ad alcune idee e pratiche del buddismo ch’an


Quando si associa buddismo e albero si tende a ricordare il ficus religiosa della Bodhi all’ombra del quale il Budda storico, Siddharta Gautama (566-486), a trentacinque anni, raggiunge l’illuminazione. Oggi, in quel bosco dove il Budda Sakyamuni meditava è stato costruito un complesso religioso noto al mondo come Bodh Gaya, vi sorgono templi, statue e musei, e vi cresce l’ennesimo sostituto dell’albero originale. La natura, i boschi e l’albero sono quindi parte integrante, fin dalle origini, della religiosità buddista. Se però guardiamo al confronto figurativo fra l’immagine di un monaco seduto in meditazione silenziosa e la base di un albero, ci si può soffermare su alcuni maestri della tradizione ch’an.

Dall’India o dalla Persia giunge in Cina, nel 527 d. C. – un millennio dopo l’illuminazione del Budda – Bodhidharma (483-530/540), colui che trasmette ufficialmente il buddismo, non come religione da venerare ma come scelta personale che conduce un uomo alla perdita di ogni cosa e alla ricerca del risveglio; per maturare questa condizione si pratica la meditazione, come lo stesso Bodhidharma pratica per nove anni in una grotta sul monte Song, e si sottopone ad una rigida attività fisica, infatti a Bodhidharma viene riconosciuta la fondazione del Monastero Shaolin.

Meditare in sanscrito si dice dhyana, in pali – la lingua parlata dal popolo e per questo usata dal Buddha per comunicare – jhana, in cinese diventa ch’an, da cui la pronuncia schietta chien in giapponese porta a zen.

Il maestro Shishuang Qingzhu (807-888) viene ordinato monaco a ventitre anni e lavora nel monastero come cuoco, o tenzo come dicono i giapponesi; si tratta del monaco addetto al rifornimento e alla preparazione del cibo per tutti gli ospiti del monastero, quindi un ruolo essenziale, che in seguito sarà rivalutato da uno degli scritti più celebri del grande Eihei Dōgen (1200-1253), a noi noto come Istruzioni a un cuoco zen. Più tardi Qingzhu si muove alla volta del monastero sul monte Shishuang dove perfeziona una modalità di meditazione – diurna e notturna – seduta, per lunghe ore, che ricorda la posizione del tronco di un albero; per questa ragione i monaci si chiamavano Assemblea o Sala degli Alberi Morti.

Il maestro Caoshan Benji (840-901) sostiene che dentro un albero morto canti il drago: colui che riesce a sentire il drago che canta nel tronco di un albero morto conosce la via, ovvero raggiunge la consapevolezza. Caoshan fonda un tempio sul monte da cui prende il nome e cura uno dei primissimi commentari alle poesie del misterioso poeta Hanshan, Montagna Fredda, d’epoca Tang, le cui poesie incise su roccia e su corteccia sono state salvate dall’oblio subito dopo la sua morte.

Un noto maestro che medita imitando la staticità del ceppo di un albero è l’abate Kumu Facheng (1071-1128). Il termine kumu – letteralmente “albero secco”, “albero morto” – indica il ceppo che resta dopo che un albero viene tagliato e abbattuto; per Facheng lo zazen seduto e silenzioso è il cuore della pratica buddista. Sul monte dove esercita, Xiang Shan, lo raggiunge appena diciottenne Hongzhi Zhengjue (1090/1091-1157), che in seguito sarà ricordato come il maestro dell’“illuminazione silenziosa” o “illuminazione quieta”, ovvero meditazione seduta, statica, senza ripetizione cantilenata di sutra. Nel 1129 Zhengjue si trasferisce nel tempio del monte Tiantong dove vivrà gli ultimi decenni della propria vita; un suo biografo testimonia che ai monaci suole consigliare di praticare l’immobilità e sedere eretti come alberi secchi.

Proprio in questo stesso tempio, circa un secolo più tardi, un giovane monaco giapponese alla ricerca delle radici del vero buddismo viene ad apprendere gli insegnamenti del maestro Tiantong Rujing (1163-1228): questo giovane si chiama Dōgen, riceve il sigillo del Dharma e rimpatriato fonda la scuola Sōtō, che pone da otto secoli al centro della pratica la meditazione seduta e silenziosa, detta in shikantaza, ovvero “nient’altro che sedere”, concetto attribuito a Rujing.

La pratica di meditazione seduta e l’illuminazione silenziosa ha scatenato, nel corso dei secoli, molte polemiche, in parte mosse da coloro che praticano altre forme e altre vie, come una maggiore fisicità, lo studio dei sutra e il ricorso agli insegnamenti noti come koan, dialoghi esemplari fra maestri e allievi, monaci, laici, dedicati al senso profondo dello zen. La condizione di “apparente passività” praticata dai maestri di questa scuola, una delle cinque case in cui si articola il ch’an cinese, ovvero la scuola caodong fondata da Dongshan Liangjie (807-869, guida fra gli altri di Caoshan Benji, incontrato in precedenza), turba coloro che vedono il raggiungimento della consapevolezza come una faticosa conquista della volontà, del rigore e della determinazione, ma anche coloro che riconoscono l’illuminazione come atto inatteso e improvviso, quindi indipendente dalla cultura, dalla pratica e dallo stile di vita, una posizione spesso influenzata da un certo vitalismo caro ai taoisti (quantomeno secondo alcune sfumature nel concepire e vivere le idee del taoismo).

Una delle figure cardine del ch’an cinese, Baizhang Huaihai (720-814), maestro di una figura leggendaria come Huang Po – a sua volta maestro di Linji, fondatore della scuola che porta il suo nome, Rinzai in Giappone – ammonisce i praticanti e i monaci di non concettualizzare la propria esperienza, negando ogni tentativo di spiegare lo zen. Baizhang dice: «Uno deve soltanto praticare nel presente senza visioni di Budda, del nirvana o altro.» Medita, pratica e non pensare, non spiegare la tua esperienza in termini assolutistici o relativistici, naturalistici o esistenziali. Tutto semplice ed essenziale, parrebbe: sedersi, adottare una corretta postura, svuotare la mente e vivere il presente, proprio come sa fare un albero. Eppure così elementare, come sa bene chi pratica, non lo è affatto.


Fonti:
Andy Ferguson, Zen’s Chinese Heritage. The Masters and their Teachings, Wisdom, Somerville, 2011.
Matthew Gindin, The Bright Field of Spirit: The Life and Teachings of Chan Master Hongzhi Zhengjue, The Zen Site, 2008.
http://www.thezensite.com/ZenEssays/HistoricalZen/Bright_Field_of_Spirit_Hongzhi.html
Morten Schlutter, How Zen Became Zen: The Dispute over Enlightenment and the formation of chan buddhism in Song-dinasty China, Kuroda Institute / University of Hawaii, Honolulu, 2008.
Sheng Yen, The Method of No-Method. The Chan Practice of Silent Illumination, Shambhala, Boulder, 2008.


 

Tiziano Fratus abita in una piccola casa ai margini del bosco, medita, legge, scrive e ascolta la natura. Nel suo peregrinare ha esplorato le foreste maestose per cucire i capitoli di una storia umana, arborea e spirituale e ha coniato concetti quali Homo Radix, Dendrosofia e Bosco itinerante. In California ha perlustrato i più vasti, alti e annosi alberi del pianeta, in Giappone ha visitato templi, canfori millenari e isole-foresta, in Italia incontra i patriarchi vegetali presenti nelle città, nei boschi, nelle riserve, sulle montagne e nei giardini storici. In vent’anni di scrittura e labòrio ha composto silvari, collezioni di alberografie, quaderni di meditazione, raccolte di poesie, romanzi forestali e fiabelve gotiche. Fra le sue opere si ricorda Giona delle sequoie (Bompiani). Sito: Studiohomoradix.com

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Budda nel bosco: Meditare come un albero | Tiziano Fratus