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Art Young | Trees at night | Fonte Brainpickings.org

ESPLORANDO IL “WEIRD ECOLOGICO” Parte II di Mary Woodbury

Questo è il secondo di tre articoli (il primo lo trovate qui e il terzo qui) apparsi sul magazine online SFFWorld (The best of Sci-fi, fantasy and Horror) e ne è autrice Mary Woodbury,  la fondatrice del blog DragonFly, specializzato in Eco-fiction.
Per gentile concessione dell’autrice, che ringraziamo, vi proponiamo la lettura in italiano.

Riprendiamo questa breve serie dedicata all’eco-weird. Nella prima parte, ho presentato la filosofia che c’è dietro il progetto del weird ecologico partendo dallo studio di Brad Tabas intitolato Dark Places: Ecology, Place, and the Metaphysics of Horror Fiction [Posti oscuri: Ecologia, Luoghi e Metafisica della Narrativa Horror (rivista Miranda)], in cui l’autore osserva che:

Lo scrittore e teorico dell’horror Thomas Ligotti ha suggerito che la consapevolezza che ha l’uomo di una natura aliena degli oggetti e la sensazione che “gli oggetti che lo circondano siano una cosa e lui sia un’altra”, portino alla nascita dell’horror.

La natura aliena degli oggetti può riferirsi a un qualsiasi oggetto, sebbene questa serie si concentri sugli oggetti naturali, e studi l’ecologia come un sistema di oggetti naturali a cui siamo profondamente connessi ma che rappresenta con forza l’altro misterioso nel quadro della fiction immaginativa ed esplorativa.

La weird fiction può essere una lente cristallina attraverso cui osservare il mondo naturale con una “visione dall’alto”.

Se la prima parte della serie ha avuto una funzione introduttiva, la seconda esamina i primi lavori del settore. Poiché quella conclusiva tratterà l’Antropocene, questa sezione copre un’area ampia che va dagli inizi del ventesimo secolo fino agli anni settanta circa. È possibile consultare le note alla fine dell’articolo per avere maggiori informazioni sul periodo. Sebbene la quantità di weird fiction delle origini sia ampia, cercherò di toccare alcuni dei lavori che fanno pieno riferimento al mondo naturale. In ogni caso, questa parte è esemplificativa.. Per maggiori informazioni sulla storia di questo genere di fiction, cfr. The Weird: An Introduction” su Weird Fiction Review.

Quelli che seguono sono esempi di storie che entrano nel weird ecologico e danno un’idea di una inquietudine del selvatico. Di incubi e sogni. Del disagio. Forse un’idea di stupore o paura o rispetto per la natura in tutta la sua forza, bellezza e orrore.

The Willows (1907) di Algernon Blackwood

Una notte me ne stavo accoccolata nel letto, l’ululato del vento e della pioggia del Pacifico fuori: l’ambiente perfetto; e in quell’ambiente, con la lampada sul comodino e le lenzuola color caramello, leggevo The Willows, un romanzo breve. Due uomini in canoa sul Danubio si fermano per campeggiare sull’isola slovacca che oggi ospita l’area paesaggistica protetta di Dunajskéluhy. Cosa segue è una catena di eventi sovrannaturali che sfidano la logica e precipitano senza una spiegazione. Qualunque cosa accada intorno, gli uomini vivono sul margine di cosa è spiegabile e di cosa non lo è (sospiri, figure dalla luce strana che fuggono dai salici ai cieli di notte, ecc.), la paura palpabile che i due attempati vogatori provano è verissima, e da persone razionali, si chiedono se siano allucinati o così spaventati da far galoppare la fantasia. Il protagonista ripeterà a se stesso che nel manifestare apertamente le sue paure all’amico, descritto solo come “lo svedese”, le stesse a partire da quel momento si manifesteranno sul serio.

I due trovano il cadavere di un contadino, e si chiedono se sia un sacrificio all’isola, e altra paura si aggiunge. Lasciare l’isola e tornare sul fiume è la loro più grande preoccupazione ma sono intrappolati da un’esondazione. Mentre la natura che li circonda segue il suo corso, come se avesse una coscienza, la loro tensione aumenta.

Questo racconto si basa sul paesaggio, i salici stessi diventano creature sovrannaturali o forse occulte. L’ambiente è fondamentale, ma in concreto rappresenta l’ignoto, forse un’affermazione degli umani sulla natura. Su Chicago Now, Melissa Baron afferma:

[L’autore] incarna la natura come nessun’altro, trasforma il Danubio in un essere vivente e pensante. Anche i salici sono vivificati: “Allora ansimiamo e pensiamo dopo le nostre prodezze sulla sabbia calda gialla … e uno sconfinato esercito danzante e urlante di siepi di salici converge, luccica vaporizzato e batte le sue mille manine come se applaudisse alla riuscita dei nostri sforzi.”

Nonostante l’innegabile attenzione al mondo naturale, nell’articolo (a pagamento) Walking with the Goat-God: Gothic Ecology in Algernon Blackwood’s Pan’s Garden: A Volume of Nature Stories di Michelle Poland si legge:

Per comprendere il clima di crescente imprevedibilità della Terra, bisogna accettare il caos naturale e le alterazioni antropiche come un elemento di importanza cruciale del futuro sociale ed ecologico… questo articolo suggerisce inoltre che l’ecologia del caos affondi le sue radici nel gotico.

Da notare che la pubblicazione del graphic novel The Willows è dell’ottobre del 2017.

The Voice in the Night (1907) di William Hope Hodgson

Leggendo questa storia la scorsa estate, sono stata avvolta da un’atmosfera misteriosa, una sensazione quasi fisica come il peso onnipresente del cielo color granito di Vancouver dopo una giornata di pioggia che volge al termine. Come un paio di storie già citate, i personaggi sono su una barca, un luogo comune che funge da viatico per entrare in un altro regno. Il veicolo fugace, la strada astratta (l’acqua), e il viaggio incerto portano al sovrannaturale. George, il narratore, e l’amico Will viaggiano in un punto indefinito del Pacifico del nord. È notte fonda, e una voce dal mare, la voce di un uomo anziano, inizia a braccarli. Per avvicinarsi sostiene di avere fame e “che ne abbia anche lei.”

Lei” si scopre essere la promessa sposa dell’uomo. Sono fuggiti dall’Albatross, una nave che affondava, costruendo una zattera e navigando verso la laguna vicina dove hanno visto un’imbarcazione naufragata coperta da ammasso simile a un fungo. Questo cumulo è inarrestabile. Trovo interessante che temi simili abbiano trovato spazio nella fiction: Grey Matter di Stephen King, The Fungus di John Brosnan, Fruiting Bodies di Brian Lumley e le storie di Jeff VanderMeer, delle quali il Los Angeles Times dice:

Si scopre che la cosiddetta fiction fungina – fiction speculativa che include creature intelligenti e qualche volta addirittura divine – è una categoria che è quasi il suo stesso sottogenere. Le creature fungine hanno un ruolo centrale nei precedenti libri di VanderMeer… Nella tassonomia biologica, i funghi costituiscono l’enorme regno di una specie piena di incognite. Su milioni di specie fungine, solo il 5% circa è stato classificato; questi organismi misteriosi, con la loro riproduzione basata sulle spore e i cicli di vita parassitaria, sono poco compresi ma conosciuti per banchettare con i morti e diffondersi invisibili nell’aria – cosa che li rende obiettivi adatti per il fantasy, e narrativa di immaginazione.

A Voice in the Night ha un finale potente e surreale che non vi rivelerò qui. Secondo un articolo su O-Zone: A Journal of Object-Oriented Studies, dell’autunno del 2013, “We Who Had Been Human, Became -?”: Some Dark Ecological Thoughts on William Hope Hodgson’s “The Voice in the Night,” di Anthony Camara:

Nel delineare le oscure implicazioni ecologiche del racconto marino di Hodgson, The Voice in the Night pubblicato per la prima volta nel novembre del 1907 su Blue Book Magazine, questo saggio sostiene che la trasformazione degli esseri umani in funghi grotteschi, raccontata nella storia, sfidi i racconti biblici convenzionali, teologici e biologici sulla creazione. Attraverso la raffigurazione della rete di relazioni ecologiche quale crogiolo per la nascita di nuove forme di vita, la storia di Hodgson strappa il potere produttivo allo strumento divino e all’evoluzione darwiniana classica. È l’orribile familiarità delle nozze ecologiche che genera un romanzo modello, ibrido e terrificante, innominabile e resistente a qualsiasi tipo di classificazione. La storia dunque postula l’assoluta mancanza di naturalità delle relazioni ecologiche che mostrano la creatività caotica dell’universo.

L’uomo vegetale (The Vegetable Man) (1917) di Luigi Ugolini

Per coloro che si trovano in posti sperduti, questa storia potrebbe risultare intrigante. Da amante di The Lost Horizon – o dell’idea generale di Shangri-La–The Lost City of Z, e della serie tv ‘Lost’, trovo che siano tutte storie intrise di tensione e natura selvaggia. Causano un tale desiderio e un tale attesa e creano nuovi miti per luoghi che potrebbero essere sperduti eppure non essere mai esistiti. Eppure vogliamo credere che siano esistiti, o che esistano, per sperare che il mistico e il bello siano possibili. Che magari i nostri antenati abbiano contribuito a costruire posti simili. E costruire luoghi così fantastici rappresenta una capacità di convivere in armonia con il selvaggio, nonostante i pericoli e il disagio. L’autore italiano Luigi Ugolini è nato nel 1891 ed è cresciuto quando l’interesse per le foreste del sud America selvaggio era alto tra gli esploratori e il pubblico affamato di storie di fantascienza. A ciò si aggiunga anche il desiderio di capire la scienza, e, di conseguenza trovare di più sulle proprietà della natura esistente non solo nei luoghi naturali ma anche in quelli sconosciuti. La storia riguarda un uomo di nome Benito Olivares il cui impiego lo porta nella foresta amazzonica, dove si imbatte in una pianta che rifiuta le regole. La pianta ha sembianze umane e lo punge con una spina, dopodiché Benito si ammala e la cosa lo porta a trasformarsi. La Weird Fiction Review dice dell’autore:

Ugolini era un cacciatore, un ornitologo e un naturalista e la cosa appare chiara dalle sue descrizioni delle foreste – che potrebbero avere a che fare poco con l’Amazzonia, ma certamente hanno molto a che fare con la natura – e dall’immaginazione, dalla scrittura weird che non è altro che prendere il mondo che ci circonda e riscriverlo come un precetto sulle paure, sui desideri e sulla malinconia.

La rivista prosegue citando altri due brani della storia che credo chiariscano la scrittura botanica, ricca di prosa ecologica, se non addirittura ricca di sfumature di sessualità e religione:

Ho raggiunto le foreste vergini, scoperto le sorgenti più remote di alcuni dei nostri fiumi straordinari, misurato me stesso con la morte in quel clima velenoso, rischiato i terribili morsi dei serpenti mortali che vivono nelle ombre misteriose della foresta. Ho estorto infiniti segreti all’ambiente vegetale che non conosce limiti, che si innalza alla gloria più alta della flora libera e lussureggiante, che sembra quasi dichiarare il suo dominio sulla terra fertile, come se proteggesse gelosamente i suoi misteri più belli e nascosti, per vendicarsi di ogni intruso.

E più avanti, descrive una semplice pianta rampicante così:

Ma un’arma silenziosa e insidiosa governa il muto combattimento del regno vegetale: la liana. È la piovra della foresta, il tentacolo paralizzante, il cappio che taglia la circolazione della linfa e produce la gangrena e il soffocamento dei vegetali.

Per A Short Story Guide about Nature and the Environment:

Il narratore racconta una storia che gli ha riferito un uomo verde. Aveva una laurea in scienze naturali e ha esplorato l’Amazzonia e il Mato Grosso. Ha trovato molte meraviglie, incluso una nuova pianta non classificata – alta quanto un uomo con foglie spesse e carnose, rami rossicci e lunga peluria bianca.

Un crépuscule (1941) di Michel de Ghelderode

Questo racconto ha per tema il diluvio, e ironia della sorte l’ho letto a Vancouver durante un temporale che si è abbattuto in cielo con la stessa stranezza con cui è stato scritto. È una storia ricca di giochi di parole ecologici e arguti al punto che durante la sua lettura, mi sentivo in un altro regno. Ha qualcosa di primordiale, e cionondimeno di apocalittico. La Weird Fiction Review l’ha pubblicato online, e già nella parte iniziale ci lascia subito sospesi su una fossa mostruosa:

Il nostro mondo non sarebbe esploso con una gloriosa detonazione; stava diventando una palla di fango, spellata, marcita, idropica, devastata dall’acqua, un’umanità miserabile che tornava alle paludi primordiali dove la vita elementare fermentava, rottami sudici vivi, sordi e ciechi … Questi erano i miei pensieri, striscianti come lunghi vermi, fino al momento in cui la mia coscienza non è stata risucchiata in un sonno fangoso.

Il narratore è un ragazzo seduto sul divano che guarda una città in rovina attraverso una cortina di pioggia appiccicosa.

Solo dopo decide di visitarla, alla ricerca di persone… di vita. Non può fare a meno di notare il cielo e quanto la luce sia luminosa e tuttavia catastrofica, quasi un ‘mostruoso errore della natura’ e il crepuscolo “l’apice luminoso” nell’emergenza. L’unica forma di vita che scorge è del bestiame silenzioso che avanza verso “i cancelli del tramonto”. I bar e le chiese sono vuoti. Nessuna luce accesa nelle case. La prima forma di vita che crede di vedere è in realtà una statua caduta di Gesù Cristo. Col tempo osserva la natura decrepita di una chiesa, e sebbene se ne stia lì nell’ombra della gloria passata, l’erosione è tale che il narratore pensa che nemmeno un archeologo la toccherebbe per timore di un crollo. Quest’affermazione sulla religione organizzata non è colta dal lettore. Appena entra in chiesa, si rende conto che o lui è sprofondato nel terreno o la Chiesa è salita sulle sue stesse mura. Mi ha ricordato molto la torre/il tunnel di Annihilation di VanderMeer, perché la chiesa è una torre ma il narratore si sente come se stesse scendendo. Entra in un labirinto di corridoi dove minacciose statue fosforescenti sembrano illuminare il cammino ma gli tendono un’imboscata. Il brano che segue rivela un esempio di weird fiction apocalittica:

Il fango della città non era più una minaccia, ma il pavimento morbido di questo ossario religioso non costituiva una trappola non meno spaventosa? Ah! Se dovessi sprofondare nella fanghiglia da cui questi giganteschi pilastri crittogamici sono cresciuti!… Chi mai allungherebbe una mano per salvarmi? Non c’era nessuno in questa chiesa, e ripetevo a voce alta e senza produrre un’eco, “C’è nessuno?” [Ibidem]

Gli ossari sono posti in cui la putrefazione dei corpi avviene naturalmente, si decompongono in terra piuttosto che nei contenitori per la sepoltura. Anche se forse è un modo biologico di morire senza cerimonia, gli ossari in terra appartengono alla tradizione indo-tibetana. In narrativa, l’esempio può rappresentare il mondo perduto, un’ambientazione apocalittica, dove non c’è tempo per seppellire nessuno. Forse anche un’esemplificazione, dell’intera fiction a tema ecologico, un mondo la cui natura selvaggia è scomparsa. L’ingresso in un mondo stregato in cui i ricordi e rimpianti rimpiangono ciò che è stato. In “A Twilight”, attorno ai corpi decomposti in chiesa, il narratore vede una fiamma viola, e dopo pensa che Dio gli abbia lanciato una corda che afferra. In quel momento:

La Chiesa dislocata si ricompose geometricamente, sotto gli ordini di un architetto invisibile che non era altro che la luce. Le candele si accesero come stelle. Il pavimento dell’obitorio si stabilizzò di nuovo. Con l’arrivo dei preti simili a uccelli di bronzo, che cercavano di esorcizzare il buio con i lori gesti, ho provato fiera gratitudine verso la coscienza magica che ha impedito al mondo di perire nel giorno del diluvio.

I morti prendono vita e procedono come ombre e cantano. Il narratore fugge dalla chiesa, solo per vedere le mandrie di bestiame che la accerchiano. L’intera storia è da panico e simbolica.

The Summer People (1950) di Shirley Jackson

Includo questo racconto (Jackson è anche autrice del memorabile racconto “The Lottery” e del romanzo The Haunting of Hill House) poiché lo spunto è la gente di città che va gita in un cottage di campagna. Ha bisogno di evadere la normalità cittadina e casalinga. Un sentimento comune, che abbiamo tutti. Abbandonare l’urbano e viaggiare verso il rurale offre una tregua. Nel libro The Two Houses of Okios, una raccolta di saggi sul paesaggio di James A. Schaefer che ho pubblicato per Moon Willow Press nel 2015, l’autore afferma:

Come entra la natura nelle nostre menti? Alla fine del diciannovesimo secolo, lo psicologo William James dice che gli elementi dell’ambiente naturale coinvolgono facilmente: “cose strane, cose che si muovono, animali selvaggi, cose luminose, cose carine” – un groviglio di misteri. Rilassati e immersi nella natura, il cervello si ritempra ed è pronto per nuovi compiti impegnativi.1,3

E, secondo la teoria, più intricato è l’ambiente, maggiore è l’effetto. A Sheffield, in Inghilterra, un altro gruppo di ricerca ha rilevato le esperienze di più di trecento frequentatori di parchi ritrovatisi arricchiti grazie alla complessità della natura. La loro capacità di pensare è aumentata grazie al contatto con una maggiore varietà di piante, uccelli e habitat. (A differenza del mondo tormentato degli acquisti e della televisione che sembrano non fornire alcun effetto benefico). Questa è l’ironia della vegetazione: chiarezza mentale dal disordine della natura.

In “The Summer People,” gli Allison vanno in villeggiatura nel loro cottage estivo nello stato di New York – il cottage è sul lago, non ha corrente elettrica, riscaldamento, o servizi igienici all’interno. A differenza delle precedenti estati, gli Allison sono in pensione, così decidono di trattenersi oltre i primi di settembre. Ma questa volta sorgono dei problemi. La macchina non parte. Non gli è consegnato il carico di kerosene. Una lettera del figlio che sembra depresso. E incombe la tempesta. Se queste possono essere solo coincidenze, prevale il tono sinistro. Perché nessuno è mai rimasto oltre i primi di settembre, anche se il signor Allison dice a sua moglie, “Dovremmo comunque goderci la campagna il più a lungo possibile.” Si può leggere come un racconto di satira sociale o dell’orrore. Anche se non di natura profondamente ecologica, c’è una forte sensazione che essere vicini alla natura sia rilassante, e chi vorrebbe mai tornare ad altro? Il brano successivo è tratto dal racconto:

Era impossibile rimanere turbati a lungo nell’arco della giornata; la campagna non era mai parsa così invitante, e il lago si muoveva calmo sotto di loro, tra gli alberi, con la quasi incredibile morbidezza di una foto estiva. La signora Allison tirò un sospiro profondo per il piacere di avere quella vista sul lago tutta per loro, con le colline verdi lontane sullo sfondo, la dolcezza del vento leggero tra gli alberi.

Nonostante la permanenza sul lago sembri sinistra, lontano dalla città calda, la storia finisce con la coppia che sperimenta una forte tempesta. E altri rumori. Loro aspettano. Lontani dai confini familiari di casa, l’intera storia si fonda sul sospetto. Credo sia un’altra affermazione sulla natura misteriosa della natura.

The Other Side of the Mountain (1967, Francia) di Michael Bernanos

Il romanzo breve ha un’introduzione abbastanza normale, con un ragazzo diciottenne in preda ai postumi di una sbornia che accetta di unirsi all’equipaggio di una nave. Una tempesta e la penuria di cibo e acqua provocano condizioni orribili, tra cui atti di cannibalismo e morte tra i membri dell’equipaggio. Il ragazzo fa amicizia con il cuoco, marinaio di lunga data, e sopravvivono solo per raggiungere una sorta di regno nuovo. Le stelle sono diverse, e la terra che raggiungono è rossa e infernale. Pensano che raggiungere la grande montagna che vedono in lontananza, e scoprire cosa ci sia dall’altra parte, sia la loro unica salvezza. Tuttavia, durante il cammino si manifesta l’orrore puro, tra cui piante carnivore, alberi che si inchinano, e un fiume che si apre per farli annegare, paesini e altre zone in cui la gente è vetrificata, ecc. La base della storia sembra un racconto poetico della natura piuttosto selvatica. Dal punto di vista dei terrestri, la nuova terra infrange la logica ma ha semplicemente specie diverse e diverse leggi fisiche. Il romanzo non è oscuro quanto l’amicizia tra il cuoco e il ragazzo; il coraggio e la lealtà li portano insieme sulla montagna, anche se il loro destino non è la vita. Penso che valga la pena indagare il selvatico e il weird in natura attraverso lo scorrimento delle pagine e la poetica ricca di suspense della narrativa. Mi piace cosa It All Began: The Story Imperial ha scritto:

Il racconto corre a più livelli, forse colpirà ogni lettore in maniera completamente diversa. L’uomo contro la natura. Un decentramento fino alla follia. L’ultimo rantolo allucinato per la vita di due uomini morenti. Ha anche gli elementi magici per entrare nel mondo degli spiriti e, una volta mangiato il loro cibo senza essersene resi conto, ci si ritrova intrappolati. Se non fosse per la natura lirica della scrittura che lascia il lettore con un senso più profondo del significato di ogni parola, queste trame semplici basterebbero ma alla fine non bastano. Se uno volesse condividere il proprio viaggio infinito, legga questa storia fantastica e si ritroverà a pensarci su nei prossimi anni – un continuo sconvolgimento dei pensieri per trovare nuovi significati in ogni singola splendida e immemorabile immagine.

Sintesi

Queste storie scandagliano il weird ecologico, che si tratti di sinistri salici o strani fiumi, mare aperto o funghi, botanica o uomini vegetali verdi, pioggia apocalittica, ossari, rifugi in un cottage sul lago, o un reame fatato con alberi che si genuflettono e fiori predatori. Questi esempi di weird fiction pregressa toccano l’ecologia per sollevare la nostra consapevolezza – e i peli delle braccia – sul potere selvaggio del mondo che ci circonda. Le storie sono diverse, radicate in argomenti che vanno dall’ecologia del caos gotico sia alla sfida della classificazione naturalistica che alle domande religiose e ai rituali culturali e al surrealismo – temi che affondano le radici nel weird ecologico.

Rimandi e Note

[1] Taylor, A. F., F. E. Kuo, and W. C. Sullivan. 2001. Coping with add: The surprising connection to green play settings. Environment and Behavior 33:54-77.
[2] Faber Taylor, A., and F. E. Kuo.  2009.  Children with attention deficits concentrate better after walk in the park.  Journal of Attention Disorders 12:402-409.
[3] Fuller, R. A., K. N. Irvine, P. Devine-Wright, P. H. Warren, and K. J. Gaston.  2007.  Psychological benefits of greenspace increase with biodiversity.  Biology Letters 3:390-394.

[Note: la terza parte si occuperà di autori contemporanei di weird fiction, il periodo di tempo coincide con l’accettazione moderna del riscaldamento globale – almeno in questa serie. Se la nuova weird fiction, secondo Wikipedia è iniziata nel 1990, questa serie si incentra sul weird ecologico, così partiremo un po’ prima con la weird fiction che sostiene anche impercettibilmente la natura. Il surriscaldamento globale causato dall’uomo ha iniziato a essere accettato dalla comunità scientifica nel 1970. E scrittori come Arthur Herzog e Ursula K. Le Guin sono i pionieri del surriscaldamento globale antropogenico. Gli anni settanta sono anche quelli in cui è nato il termine eco-fiction. Il mondo letterario iniziò a riconoscere la storia naturale e contemporaneamente a connettere l’umanità all’ecologia. Nacque anche l’eco-critica. E fu pubblicata l’antologia Eco-fiction di John Stadler, che portava le idee accademiche nel circuito convenzionale, con i racconti di Ray Bradbury, John Steinbeck, Edgar Allen Poe, A.E. Coppard, James Agee, Robert M. Coates, Daphne du Maurier, Robley Wilson Jr., E.B. White, J.F. Powers, Kurt Vonnegut Jr., Sarah Orne Jewett, Frank Herbert, H.H. Munro, J.G. Ballard, Steven Scharder, Isaac Asimov, e William Saroyan.


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Eco-weird (weird ecologico), di cosa parliamo? (Parte seconda)

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