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Rubrica Budda nel bosco: sentieri spirituali e letterari
a cura di Tiziano Fratus

Componimenti montani di un eremita cinese del XIV secolo

Shiwu o Shihwu (1272-1352) è stato un maestro buddista ed eremita cinese al tempo della dinastia mongola Yuan, fondata dal condottiero Kublai Khan. Figura di rilievo della tradizione chanista/zenista, è stato anche poeta e ha lasciato 184 componimenti memorabili, tanto che il suo traduttore in lingua inglese, Red Pine (alias Bill Porter, viaggiatore, buddista, traduttore e autore americano), lo ha definito «il più grande di tutti i poeti buddisti cinesi.»* Il suo nome tradotto significa Casa di Pietra (dal nome di una caverna), mentre il suo nome nel Dharma, una volta divenuto monaco nel 1295, è Ch’ing-hung. Nel 1312, a quarant’anni, Shihwu si ritira sulla montagna di Xiamu (Hsiamushan), nota per la sua vasta pineta e monumentali pareti di roccia, venticinque chilometri a sud-ovest della città di Huchou (o Huzhou, nella provincia meridionale e orientale dello Chekiang. Costruisce capanne in diversi punti della cima e inizia a comporre le poesie Shan-shi. Di questo corpus lo stesso poeta ha scritto: «Qui fra i boschi ho molto tempo libero. Quando non dormo, mi piace comporre canti religiosi. Ma poiché la carta e l’inchiostro sono scarsi, non ho pensato di trascriverli. Ora, alcuni monaci, mi hanno chiesto di riportare quel che ho trovato degno di interesse, in queste montagne. Mi sono seduto e con calma ho lasciato che il pennello danzasse. Improvvisamente, il volume si è composto. L’ho chiuso e spedito con l’ammonimento di non cercare di cantare questi poemi. Soltanto se ci rifletti potrai riceverne benefici.» In vita la sua fama crebbe costantemente e molti studiosi e praticanti lo andavano a trovare. Contrariamente alla visione che ne abbiamo oggi, l’eremita in Cina non coincideva e non coincide con l’idea del misantropo, di colui o colei che si sono ritirati dal consorzio umano e hanno innalzato un muro di silenzio intorno a sé. Anzi, le cronache ultrasecolari riportano di ripetuti tentativi da parte di imperatori e signori di avvicinare e consultare gli eremiti.

La versione dei poemi riportati è infedelmente tracciata partendo dalle traduzioni in lingua inglese a cura di Red Pine, edite dapprima nel volume The Zen Works of Stonehouse: Poems and Talks of a 14th-Century Chinese Hermit, Counterpoint, Berkeley, 1999, quindi rimodulate in The Mountain Poems of Stonehouse (Copper Canyon Press, Port Townsend, 2013).

NOTA * – Affermazione tratta dall’intervista The Chinese Hermit Tradition: An Interview with Red Pine, a cura di Andy Ferduson, apparsa nel 2000 nella rivista buddista Tricycle. Ora qui: https://tricycle.org/magazine/the-chinese-hermit-tradition-an-interview-with-red-pine/

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Poemi

Ho fatto della terra a ovest del fiume Cha** la mia casa,
dove le acque alimentano il lago del cielo e la luna il fiume,
dove la gente è impressionata quando scorge le cime
ma una volta che vi è giunta conosce il sentiero.
Conchiglie e gusci essiccati sulle pareti di roccia,
fresche orme di tigre nel fango,
la mia porta resta aperta quando i giorni di primavera si allungano,
quando le paulonie sono in fiore e i tordi cantano.

Ero un monaco zen che non conosceva lo zen,
così ho scelto i boschi per gli anni che mi restavano.
Un abito composto di stracci ricopre il mio corpo,
una corona di bamboo mi circonda.
Montagne e ruscelli spiegano il significato dei Patriarchi,
i fiori sorridono e i canti degli uccelli rivelano la chiave nascosta.
Talvolta siedo su una roccia appiattita,
la notte, sul tardi, senza nuvole, una volta al mese.

La mia capanna si erge sopra le rocce in cima.
Le nuvole veleggiano in una direzione e nell’altra,
una cascata si sospende nello spazio oltre la porta,
una cresta di montagna si alza come un’onda.
Su una roccia ho disegnato tre Budda.
Per incenso ho messo un ramoscello di pruno in un vaso.
I campi là sotto potrebbero essere piani
ma non possono accordarsi ad una montagna sgombra di polvere.

Un pasto nella mia cucina di montagna,
come salsa una scintillante acqua di sorgente,
uno stufato di germogli di bambù ben conservati,
una pentola di fragrante riso di grano duro;
funghi testa-azzurra saltati in olio,
punte color porpora di zenzero sottaceto.
Nessuno di questi è un piatto celestiale
ma perché dovrei offrirli agli dèi?

Ho vissuto fra le montagne per oltre quarant’anni,
ignorando la nascita e la caduta del mondo.
Un fornello pieno di aghi di pino mi riscalda la notte,
una ciotola di erbe selvatiche mi nutre a mezzogiorno.
Siedo sulle rocce e guardo le nuvole e penso pensieri vuoti;
rappezzo la mia veste nella luce del sole e pratico il silenzio.
Se qualcuno mi chiede perché Bodhidharma sia venuto dall’Occidente
condivido con loro tutto quel che posseggo.

Le gazze strillano alle gazze, fuori dalla mia capanna.
I corvi disturbano i corvi, circuitando sopra il mio tetto.
Un eremita dell’ovest mi porta frutti,
un ragazzo dell’est mi ruba i meloni.
Riconosciamo i segni della benedizione e del disastro,
ma non dovremmo separare la buona dalla cattiva sorte.
Seguaci come siamo della Via ci aggrappiamo a questi panorami,
vediamo i difetti sullo specchio lucidato,
dopo che Yung il Pigro ha incontrato Tao-hsin***,
gli uccelli hanno smesso di donargli fiori.

Come possa qualcuno che pratica non diventare un Budda,
se le acque gocciolano abbastanza a lungo e perfino la roccia si consuma.
Non è vero che un teschio spesso non possa essere forato,
una persona ha bisogno di una mente abbastanza salda.

Siedo e medito nella pace e nel buio
dove niente disturba la mente.
Pulisco qui di fronte quando il vento dell’ovest tace,
traccio un sentiero per il chiaro di luna.

Vivo fra le montagne per praticare,
non ho bisogno d’altro per esaminare i miei errori,
quando la vita diventa semplice i vecchi vizi si esauriscono
Quando la mente si fa chiara la sua luce finalmente risplende.
Piantare pini e coltivare campi ha rinforzato il mio corpo,
leggere sutra e riparare gli abiti ha forgiato la mia vista.
Le assurdità del mondo sono assurde infatti,
i rifugiati dei Ch’in**** sono chiamati ancora eremiti.

Non mi fermo un attimo per tutto il giorno,
finché il sole stabilisce che sono stremato.
Rincasato mi lavo i piedi e mi addormento,
troppo sfatto per contemplare il transito della luna.
Gli uccelli mi svegliano dal boschetto più vicino,
solitario attraverso le fronde risplende il disco rosso del sole,
oggi o domani non fa differenza,
l’anno passato o l’anno venturo non cambia.
In primavera le piante germogliano, in estate fioriscono,
in autunno raccolgono nuvole e in inverno la neve.
Quando il cielo si appesantisce sulla terra Sumeru***** si frantuma
e i budda stracciano le loro vesti luride.


NOTE

** – Il fiume Tiao nasce sulle montagne Tienmu, a ovest del capoluogo della provincia Hangchou e a sud di Hsiamushan; transita per la città di Huzhou e sfocia nel lago Taihu, a nord della montagna dove il nostro eremita si è stabilito. Nel suo ultimo tratto il fiume prende il nome di Cha.

*** – Riferimento ad un antico koan. Niutou Fa-jung o Niutou Farong (594-657) è stato il fondatore della scuola chan Testa di Bue, dal nome della montagna (Niu t’ou shan) su cui il maestro viveva. La scuola era caratterizzata da precetti informali e la pratica principale era ispirata alla “filosofia del vuoto” che si sarebbe rivelata fondamentale, secoli dopo, nella trasmissione del buddismo in Giappone. Il maestro abitava solitario e girava voce che ogni giorno, centinaia di uccelli, lo andassero a trovare e gli lasciassero dei fiori in segno di stima e riconoscenza. Di questa e di altre imprese al limite del fantastico volle testimoniare Tao-hsin o Dayi Daoxin (580-651), quarto patriarca del buddismo cinese, che lo andò a trovare sulla sua montagna, laddove era conosciuto come Yung il Pigro, poiché passava molte ore seduto nella posizione del loto e quando qualcuno lo andava a visitare non si alzava a dare il benvenuto.

**** – La dinastia dei Ch’in (221-207 a.C.) era nota per la crudeltà e la oppressione nei riguardi della popolazione. Shihwu si riferisce al racconto del poeta Tao Yuanming (365-427), o Tao Ch’ien o Tao Qian, dal titolo Primavera dei fiori di pesco, nel quale un gruppo di persone trova rifugio in una valle remota e per secoli elimina le tracce di coloro che accidentalmente vi giungono. Ritiratosi dalla vita pubblica, Yuanming visse i suoi ultimi ventidue anni in una comoda esistenza agreste.

***** Nella mitologia buddista (tibetana) il monte Meru o Sumeru è al centro del mondo.


[Restituzione in lingua italiana a cura di Tiziano Fratus – Ultima modifica: martedì 14 aprile 2020 –
Rilascio in CC Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate |
chiunque voglia condividere queste traduzioni è libero di farlo purché citi la fonte, grazie.]


Tiziano Fratus abita in una piccola casa ai margini del bosco, medita, legge, scrive e ascolta la natura. Nel suo peregrinare ha esplorato le foreste maestose per cucire i capitoli di una storia umana, arborea e spirituale e ha coniato concetti quali Homo Radix, Dendrosofia e Bosco itinerante. In California ha perlustrato i più vasti, alti e annosi alberi del pianeta, in Giappone ha visitato templi, canfori millenari e isole-foresta, in Italia incontra i patriarchi vegetali presenti nelle città, nei boschi, nelle riserve, sulle montagne e nei giardini storici. In vent’anni di scrittura e labòrio ha composto silvari, collezioni di alberografie, quaderni di meditazione, raccolte di poesie, romanzi forestali e fiabelve gotiche. Fra le sue opere si ricorda Giona delle sequoie (Bompiani).

Sito: Studiohomoradix.com

 


 

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Budda nel bosco: Componimenti montani di un eremita cinese del XIV secolo (di Tiziano Fratus)

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