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IL CORPO DELLA TERRA, la relazione negata
Da una visione egologica a una visione ecologica
A cura di Giusy Mantione e Eugenia Romanelli
Castelvecchi 2020

Questo libro è il punto di partenza di un movimento trasversale di intellettuali, scienziati, artisti, giornalisti, blogger e opinion leader impegnati a sensibilizzare la collettività italiana sul rischio di un cambiamento irreversibile dell’ecosistema globale. Esperti di varie discipline riflettono sulle responsabilità che abbiamo in quanto “custodi della terra”, forti di una consapevolezza che proviene dall’antica sapienza dei nativi americani: «Noi non ereditiamo la terra dai nostri genitori, la prendiamo in prestito dai nostri figli». La distruzione del pianeta da parte degli esseri umani è un agito autolesivo mosso da pulsioni narcisistiche e onnipotenti. Riguarda il dramma di una relazione negata, quella che fisiologicamente lega l’essere umano al suo ambiente naturale, un grembo che lo precede. Il corpo della terra mira a ricomporre questa devastante frattura, integrando le visioni egologiche con quelle ecologiche, per poter costruire un nuovo immaginario sulla nostra identità e sulla nostra appartenenza.

Per concessione della casa editrice vi proponiamo la lettura di un ESTRATTO


Prefazione
di Eugenia Romanelli

Questo libro nasce da un incontro, da una relazione. Giusy Mantione è capitata nella mia vita in modo improbabile, eppure riconoscersi è stato un attimo. Immediata l’empatia, la connessione, la possibilità di sentirsi in dialogo. Qualcosa di molto simile all’emozione che si prova di fronte a un arcobaleno, a un tramonto, al silenzio intenso che si sviluppa con un animale che ci guarda muto, alla dilatazione interiore che avvertiamo quando è notte e guardiamo le stelle brillare. «Origine dipendente» spiega il presidente dell’Associazione Italiana di Vulcanologia Guido Giordano nel suo paper, indicando il principio del buddismo giapponese che spiega la completa interrelazione tra tutte le cose dell’universo:

Nessun essere o fenomeno esiste in sé, ma solo in relazione ad altri esseri o fenomeni, ogni cosa viene a esistere in risposta a cause o condizioni. Vale a dire che niente esiste indipendentemente da altre cose, né può manifestarsi in completo isolamento. L’Origine dipendente è una dottrina molto profonda che affida grande responsabilità agli esseri viventi, in quanto l’ambiente non può essere percepito come altro da sé.

Aprire il proprio cuore e la propria mente (in giapponese sono parole rappresentate dallo stesso ideogramma) a questa consapevolezza ci permette di scegliere se essere «predatori o custodi» del nostro pianeta (Mantione) e di assumere la più intrigante delle responsabilità, quella di decidere sul nostro futuro: «Se questa soluzione avesse successo – scrive lo scienziato Pietro Dalpiaz, professore emerito di Fisica Sperimentale dell’Università di Ferrara, nel suo paper – per la prima volta nella storia del nostro pianeta un “contenitore a perdere” (i Sapiens) controllerebbe il proprio destino».
In altre parole, se tutto è intercorrelato, se buddismo e fisica quantistica non mentono, se noi siamo pietre e le pietre siamo noi (Chianese, Kawai, De Rienzo), ecco che decidere se predare o custodire la Terra è la posizione che prendiamo pro o contro noi stessi: morire o vivere?
La giornalista di «la Repubblica» Rory Cappelli, in apertura del volume, ci fa aprire gli occhi sulla drammatica situazione attuale e reale di fronte alla quale ci troviamo, dando la spinta, nei lavori a seguire, a trovare soluzioni o immaginare scenari capaci di invertire una rotta che ci sta portando all’estinzione, appunto al “morire” di cui sopra. Ed ecco l’obiettivo di questo libro, di più, la mission: diventare un oggetto di informazione, di presa di coscienza, ma anche un antidoto, uno strumento da cui partire per compiere la scelta delle scelte, sia a livello personale che gruppale e collettivo, sia in nome di noi stessi, sia in nome dei nostri figli, delle generazioni future. E soprattutto per smascherare alcuni atteggiamenti che abbiamo assunto per l’impossibilità di reagire di fronte all’angoscia dell’apocalisse:

I meccanismi di difesa, le tattiche intrapsichiche prese in esame per tenere a bada l’angoscia travolgente in relazione al disastro ecologico, che sono di impedimento alla costituzione di risposte costruttive e alla mobilizzazione di energie riparative, sono la scissione, l’intellettualizzazione, la rimozione, il dislocamento, la repressione, il diniego

spiega nel suo paper Cosimo Schinaia, psichiatra e psicoanalista, mem bro ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana e full member dell’International Psychoanalytical Association.
Leggere i contributi raccolti sarà entusiasmante, è una promessa: mentre l’autore di Etica e animali, Federico Zuolo, cerca di mettere d’accordo animalisti, ecologisti, ambientalisti, vegani, vegetariani e ci aiuta a convergere sul senso e sul valore dello stare al mondo, mentre Marcello Di Paola, professore alla Loyola University of Chicago JFRC, indaga la possibilità di trasferirci su Marte, la fondatrice e direttrice dell’Istituto Italiano di Bioetica Luisella Battaglia affida la sfida alle donne e all’ecofemminismo:

A partire da linee di pensiero e da ispirazioni politiche tra loro anche molto diverse sono maturate alcune ideeguida – “coscienza del limite” di contro all’impulso prometeico; “saggezza della paura” contrapposta alla filosofia del rischio; “principio di precauzione” come rifiuto dello scientismo – che hanno dato vita a un’etica della responsabilità per la natura. L’enfasi sulla differenza di genere ha dato origine sia a un diverso taglio epistemologico sia a diverse pratiche politiche.

Sul principio di precauzione fa luce il paper del giurista Dario Bevilacqua, funzionario del ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, mentre dell’impulso prometeico come atteggiamento prevaricatore in contrapposizione alla visione orfica, ossia di armonia con tutto ciò che è, parla Antonio De Rienzo, psicoanalista junghiano vicepresidente dell’Associazione Italiana Psicologia Analitica (AIPA).
Tra le pagine a seguire, tuttavia, non si troveranno solamente riflessioni e spunti di ispirazione per imparare a “pensare” in modo nuovo, ma anche vere e proprie proposte, micro e macro, per salvarci insieme al mondo:

Il concetto di Commons tende a superare la distinzione moderna tra proprietà pubblica e privata e incentrare l’attenzione sull’interpretazione di un comportamento antropologico, finalmente naturale e incontroverti- bile, e invece oggi profondamente relativo e storico […]. Occorre decolpevolizzare l’individuo, ma non de-responsabilizzarlo: è anzi necessario restituirgli fiducia, assegnandogli un ruolo attivo nella società […]. L’e-nergia è il paradigma di questo cambiamento. Con la modifica del modello energetico potrà essere realizzato un nuovo modello economico, sociale, ambientale, agricolo. Cambiare il modello energetico quindi significa cambiare la società

scrive il professore Livio De Santoli, prorettore alle Politiche Energetiche, presidente dell’Associazione Termotecnica Italiana (ATI) e vicepresidente del Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica (FREE).
Anche il filosofo Sebastiano Maffettone, direttore del Center for Ethics and Global Politics e founder dell’osservatorio di etica pubblica Ethos, costruisce un vero e proprio modello di sviluppo sostenibile basato sull’ipotesi compatibilista e sul senso del limite:

Sotto la scorza del paradigma dello sviluppo sostenibile, si nasconde un misto di ideologie radicali e antisistema, che vanno dall’ecologismo profondo alle prospettive no global, dal rifiuto esistenzialistico della tecnica al marxismo dei bisogni. Queste radici dell’idea, che riportano alle origini storico-critiche del concetto, non vanno negate. Ma è importante rendersi conto del fatto che proprio l’idea di sviluppo sostenibile si pre- senta oggi come il fuoco di un orizzonte teoretico e pratico, contrapposto a quello radicale e anti-sistema delle origini, orizzonte che potremmo definire “compatibilista”.

E sul senso del limite:

Possiamo affermare che esiste un senso del limite che emerge profondamente dalla cultura contemporanea, che è per esempio evidente negli sviluppi recenti della bioetica o nelle riflessioni psicoanalitiche sull’onnipotenza e il narcisismo che sottintendono la società tecnologica e capitalistica. Il senso di queste critiche riformiste al progresso sta tutto nell’assunto secondo il quale non tutto ciò che si può fare, con la tecnica, si deve anche fare in una prospettiva economica ed etico-politica. Lasciarsi andare al ritmo imposto dalla tecnologia e dal capitalismo potrebbe avere come conseguenza sia una destrutturazione perversa del mondo naturale sia una perdita di senso della vita umana (dovuta per esempio all’incapacità di assecondare le esigenze profonde di una naturalità trascurata). Questa visione è tra l’altro interessante perché non getta la responsabilità di un mondo (in)sostenibile sulla metafisica dell’essere o sulle leggi di Dio, ma piuttosto fa leva su una sorta di imperativo categorico modernizzato, in altre parole un vincolo morale, che pone limiti alla strumentalizzazione dell’ambiente e delle risorse. Sosteniamo che una fondazione di questo tipo è compatibile con i principi dello sviluppo sostenibile.

Il bisogno di fondare un nuovo immaginario, un nuovo senso di responsabilità e una nuova etica è avvertito in vari modi da tutti gli studiosi che hanno contribuito a questo lavoro e che, di fatto, rappresentano i diversi punti di osservazione sulle nostre società e sulla nostra relazione col pianeta. In particolare, Silvia Peppoloni, segretario generale della Interna- tional Association for Promoting Geoethics, consigliere dell’International Union of Geological Sciences, membro del Consiglio Direttivo dell’International Council for Philosophy and Human Sciences, e Giuseppe Di Capua, geologo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e membro dell’Executive Council della International Association for Promoting Geoethics, hanno scritto un paper proprio sulla geoetica:

La geoetica si propone di educare a un atteggiamento analitico, critico, e scientificamente fondato verso le questioni che riguardano l’interazione tra esseri umani e natura, definendo categorie culturali e valori compor- tamentali fondati sull’esperienza e sulla conoscenza scientifica, che con- tribuiscano a orientare verso scelte individuali e sociali più responsabili. Trasferire tale atteggiamento alla società, intesa in tutte le sue componen- ti (dai decisori politici, ai legislatori, ai tecnici, ai mass media, ai cittadini) significa promuovere uno sviluppo economico, tecnologico e sociale re-sponsabile, basato su decisioni politiche ben ponderate anche nelle loro conseguenze a breve e lungo termine.

Simile la visione di Gianluca Senatore, ricercatore e professore aggregato di Comportamenti Collettivi e Sostenibilità Socioambientale e Sociologia dell’Ambiente e della Sostenibilità alla Sapienza Università di Roma, secondo il quale non può esistere sostenibilità senza una culturalizzazione della società in tal senso, che si chiede: «L’essere umano sarà in grado di resistere alle tentazioni di non avere più l’arroganza di rubare ciò che invece deve restare inalterato nel luogo dove è sempre stato custodito? Sarà capace di mantenere l’equilibrio tra ragione e volontà o avrà sempre bisogno del sentimento della paura per astenersi dal fare?».

Lucina Caravaggi, professore ordinario del Dipartimento di Architet-tura e Progetto alla Sapienza Università di Roma, offre un punto di vista originale come architetto del paesaggio: «Si tratta di una nuova ecologia, scientifica, sociale e culturale, che scioglie l’antinomia tra creatività e de-terminismo attraverso nuove forme di osmosi tra architetti del paesaggio, cittadini e scienziati e dove il tema della partecipazione si rivela strutturale». Così come Toshio Kawai, direttore del Kokoro Research Center di Kyoto dove si studia il concetto di “psiche estesa”, ossia la visione secondo cui la psiche non è separata dal corpo né l’individuo dall’ambiente, che paragona la psiche postmoderna dei social network (dove l’io si confonde con la sua rappresentazione pubblica, ossia nell’ambiente esterno) con la psiche premoderna, quando l’io era interconnesso con la natura e l’universo in una sorta di “mente espansa”.

Il contributo forse più poetico di questa raccolta viene però da Domenico Chianese, psicoanalista con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), di cui è stato presidente, autore tra l’altro di Come le pietre e gli alberi. Psicoanalisi ed estetica del vivere:

La nostra identità non deriva solo dai nostri genitori, dall’ambiente umano che ci circonda, ma dalle pietre, dagli alberi che ci hanno creato quanto nostra madre e nostro padre. Per anni in psicoanalisi si è fatto scarso riferimento all’ambiente non umano, come se fosse irrilevante per lo sviluppo psichico, come se la vita umana si svolgesse in una sorta di vuoto su uno sfondo privo di forma, colore, sostanza. Eppure tutto ciò è contraddetto dalla nostra esperienza. Se ripensiamo al nostro passato, sentiamo che il senso della vita ci era dato non solo dal legame con la nostra famiglia ma anche dai luoghi, dal villaggio, dal mare, dai monti che ci hanno visto nascere e crescere. […] Noi e il mondo nasciamo insieme e diventiamo noi col mondo. Mentre la filosofia dominante ci porta a pensare di essere soli, staccati e smarriti nell’universo mondo, François Cheng ci invita a pensare che noi siamo la coscienza desta della materia, il suo cuore pulsante. L’universo pensa in noi almeno quanto noi pensiamo a lui. […] Siamo chiamati a una fedeltà all’esistenza, una devozione al terrestre e all’umano, sapendoci chinare verso le piccole cose, cogliendo la bellezza e la fragilità delle cose, avendone cura, facendoci responsabili di ciò che ci circonda. Devozione ed etica che alimentano quel sacro che guarda alle grandi realtà fondamentali del mondo, riconoscendo il loro valore creativo e fondativo.

Concludo facendo mia la visione di Giusy Mantione, del cui lavoro condivido con ammirazione e sorpresa ogni passaggio ma soprattutto la sfida che lancia, a partire dalla consapevolezza che siamo esseri umani intrinsecamente dotati di una capacità che ci ha salvati più volte nella nostra storia evolutiva, la capacità di cooperare: a noi la responsabilità della scelta se identificarci nella relazione e vivere cooperando per sviluppare valore come custodi della Terra, o morire.

Ps. Come curatrice, desidero scusarmi con tutte le donne che leggeranno questo libro e si troveranno incluse nella dicitura “uomo”, a mio avviso impropriamente usata al posto di “essere umano”.


|| Contenuto soggetto a Copyright Castelvecchi edizioni || 2020

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Il corpo della terra. La relazione negata | G. Mantione – E. Romanelli