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È passato

Racconto di Lea Barletti


Immagine di Lea Barletti

May I never be complete
May I never be content
May I never be perfect
(Chuck Palahniuk “Fight Club”)

Tutto passa, tutto. E tutto è passato, in effetti. Adesso, non so più neanche ricordare, adesso che il dolore è passato, e con esso la guerra. Non ricordo il suo volto, adesso anche il suo volto è passato. Adesso sono nuova a me stessa, e il passato parla una lingua che io ho dimenticato. A volte di notte mi sveglio, e so che nel sogno ho avuto paura, e che l’ho visto: ma è passato, è tutto passato. So anche che lui mi scrive lunghe lettere, ma a me non è mai arrivata nemmeno una cartolina. E questa che vedi, è l’unica foto che ho di noi: anche se lui nella foto non c’è, e a dire il vero non era su quella barca: io però lo vedo, l’ho sempre visto. Lo vedo nella mia schiena, nelle pieghe del mio cappotto, e nei miei capelli, lo vedo da com’è il mare, dalla direzione che indica la mia mano, dalla febbre del mio sguardo che si nasconde. A quel tempo, io, portavo furiosamente un groppo in gola: attraversavo camminando a passi larghi una città che non sapeva acquietarmi, lasciandomi assalire da ogni sguardo senza speranza che incrociasse il mio. Il suo, era lo sguardo più senza speranza che avessi mai incontrato: mi aspettavo che quello sguardo mi spogliasse e mi amasse nella mia furia, che mi leccasse i piedi, che masticasse frantumandolo il groppo della mia gola, che si denudasse davanti a me come se fossi l’ultima, che si lasciasse guardare dove solo io sapevo guardarlo, che corresse da me lì dove vivevo, dall’altra parte, portandosi dietro una valigia e nessun ricordo, ma non sapeva farlo: saliva e scendeva, continuamente, le scale del suo condominio in quella città di mare dove viveva. Qualche volta, arrivato fin giù, riusciva anche ad uscire dal portone, camminava fin sulla riva del mare, entrava in acqua, completamente vestito, e cominciava a nuotare verso l’altra parte, verso di me, ma il diario di guerra e i sassi che teneva nelle tasche della giacca rischiavano di trascinarlo a fondo, e così tornava indietro, e da me, dall’altra parte, non arrivava mai. Ancora una volta ritornava a casa, con le scarpe piene d’acqua e alghe negli occhi e piccoli molluschi tra i capelli lunghi, contando i passi e attento a non calpestare le fughe del selciato, mai abbastanza fitte da fargli perdere l’orientamento e la memoria. Il suo condominio lo aspettava, maternamente: le radici dei suoi inquilini affondavano nel cemento del condominio intrecciandosi alle tubature dell’acqua, ai fili elettrici, alle condutture del gas: attraverso i muri, sui pianerottoli, dai pavimenti di graniglia grigia, dagli spioncini delle porte, le loro voci suonavano una musica da sirene. Io ero la straniera, quella dell’altra parte. Gli inquilini non volevano che lui si allontanasse troppo, nemmeno per un giorno: senza di lui, il condominio sarebbe sparito accartocciandosi su se stesso, inghiottito dall’enorme voragine di un terremoto, sommerso dall’onda anomala del mare di mezzo che ci separava, e questo, loro, non potevano permettere che accadesse. Il condominio, armato di cemento fino ai denti, crivellato di antenne e vasi di gerani, era antico quanto l’amarezza dei suoi infissi di alluminio anodizzato, e lui ne era l’amministratore unico e delegato, il colpevole della porta accanto, il dannato del pianerottolo, l’abitante dell’ultimo piano, colui che faceva l’appello e stilava i verbali: l’agnello di Dio. Ogni volta che lui scendeva le scale nel tentativo di uscire, gli inquilini si affacciavano dalle porte dei loro appartamenti, socchiudendole e sporgendo la testa fuori, uno dopo l’altro. Lui si fermava a parlare con tutti, li chiamava gentilmente per nome, distribuiva equamente bollette e verbali da firmare. Qualcuno lo invitava anche a bere un caffè: lui non rifiutava mai. L’inquilina del terzo piano lo aspettava sulla soglia di casa con un ciambellone appena sfornato. Lui non sapeva dire di no: tutte le volte entrava a mangiarne una fetta. L’inquilina del quarto piano era gentile, faceva da anni sempre lo stesso dolce, e ogni volta gli chiedeva: ti piace? Lui, il condannato, rispondeva che sì, gli piaceva molto, ed effettivamente era vero: gli piaceva, e non ricordava che potessero esistere dolci diversi. Ancora una rampa di scale, e lo aspettava l’anziano inquilino del terzo piano, anche lui sulla soglia, con una lettera in mano, sempre la stessa lettera da anni: gli chiedeva di leggergliela. Lui entrava nell’appartamento, si accomodava sulla poltrona, leggeva ad alta voce la lettera. Era una lettera lunghissima, in una lingua senza speranza, e veniva da un paese che non esisteva più: la conoscevano ormai entrambi a memoria, ma il vecchio non poteva fare a meno di ascoltarla, e lui di leggerla. Ogni volta iniziava in maniera diversa, e ogni volta finiva nella stessa maniera. Poi lui si alzava dalla poltrona, e andava in cucina. In cucina c’erano i piatti sporchi nell’acquaio, e lui li lavava in silenzio. Il vecchio protestava appena un po’, all’inizio, ma sapeva che non sarebbe servito a niente: perché lui era l’amministratore, colui che paga il conto, e i suoi piatti sporchi di vecchio inquilino ne erano parte. Al secondo piano lo aspettava sulla soglia un adolescente che non somigliava a nessuno, chiedeva: perché mio padre non torna? È colpa mia se mio padre non torna? È qualcosa che ho fatto io? No, rispondeva lui entrando in casa, è colpa mia, io sono l’amministratore: tu non preoccuparti, pensa a crescere, impara a nuotare, fai i compiti: domani tuo padre tornerà, ne sono sicuro. Poi gli insegnava a fare gli aereoplanini di carta con le pagine del diario di guerra che portava sempre con sé in una tasca della giacca. Insieme li lanciavano dalla finestra della cucina, li guardavano volteggiare verso l’altra parte, lì dove stavo io e dove alzavo lo sguardo. Perché non prendeva l’ascensore, ti starai chiedendo, tu che ancora pensi che cinque piani bastino per rimettere a noi tutti i debiti. Ma anche questo era parte del conto del condominio: non prendere l’ascensore, salire e scendere a piedi le scale, fermarsi a parlare con tutti. Qualcuno deve pur pagarlo, il conto, e io sono l’amministratore, il responsabile, mi ripeteva spesso lui: io non scuotevo neanche più la testa, guardavo il mare e pensavo alla mia barca, che avrebbe potuto portarci dall’altra parte, da me, se solo lui si fosse deciso a finire di fare i bagagli. Ma non finiva mai: la valigia era aperta sul letto, ogni giorno lui vi riponeva con cura una camicia, e un libro, e toglieva un pantalone, perché, diceva, non era quello adatto alla stagione. Il giorno dopo toglieva il libro, perché lo aveva già quasi finito, che senso ha portarsi un libro che si è quasi finito di leggere, diceva, e ne cercava un altro da portare. E metteva in valigia un altro pantalone, più leggero, più adatto alla stagione. Intanto però diventava di nuovo inverno. Allora si ricordava di aver dimenticato il maglione di lana, e lo spazzolino da denti. Diceva: finirò la valigia domani, ormai è troppo tardi. Sì, finirai domani, dicevo io, ora prendiamo l’ascensore e usciamo. Con me, l’ascensore, accettava a volte di prenderlo. Così, prendendo l’ascensore per non incontrare gli inquilini, uscivamo, e andavamo al cinema. Io continuavo a cercarmi, lui saliva e scendeva le scale girando intorno a se stesso: il cinema era la nostra terra di nessuno. Nel buio, infilavo una mano nei suoi pantaloni e venivo più volte, sui titoli di testa del film. Lui muoveva piano il bacino su e giù assecondando il movimento della mia mano: di solito, lui non veniva, gliene mancava la forza: e mai comunque prima dei titoli di coda. Dopo, all’uscita dal cinema, eravamo felici: lui dimenticava il condominio, io deglutivo la furia del mio cercarmi. Camminavamo fianco a fianco, il desiderio ci scioglieva i passi, andavamo a comprare il vino, tornavamo a casa sua. Ignoravamo le voci degli inquilini, prendevamo l’ascensore, ci chiudevamo la porta del suo appartamento alle spalle, aprivamo la bottiglia di vino, cominciavamo a bere. Spogliati, gli dicevo. Lo guardavo: lui si spogliava. I suoi occhi erano miei, le sue mani che facevano scorrere la lampo dei pantaloni erano mie, il suo sesso era mio: il suo desiderio era mio. Gli lasciavo segni sul corpo perché si accorgesse di sé. Però poi il giorno dopo io tornavo dall’altra parte, e lui non era più capace di prendere l’ascensore: ricominciava a scendere e salire le scale fermandosi ad ogni piano. Gli inquilini lo attendevano sulle soglie dei loro appartamenti, offrendogli uno ad uno la loro assoluzione quotidiana: firmavano il verbale in cambio di una visita, lui strofinava il proprio senso di colpa sugli zerbini ed entrava: quarto piano, terzo piano, secondo piano, primo piano, piano terra. Così passavano i giorni: dall’altra parte, io, stiravo giacche e camicie da uomo, lasciando l’impronta bruciata del suo nome sui colletti, come una preghiera. Uscivo a camminare all’alba sul lungomare e guardavo dall’altra parte i monti che continuavano a crescere di notte intorno alla sua città stringendola sempre più da presso, e la strada che attraverso le cave di pietra portava al suo condominio. Superavo il molo dove era ormeggiata la mia barca, continuavo a camminare, ignorando gli aereoplanini di carta fatti con le pagine del suo diario di guerra che volteggiavano in aria lanciati dal ragazzino del secondo piano, e che si ostinavano ad arrivare fino a me. Si andavano a posare sui rami più alti degli alberi lungo il mio cammino: non spenderò i miei occhi per leggere dell’ultima battaglia persa, dell’ultimo tuo assedio mai concluso, camminerò lungo questo mare fino a perdere di vista il tuo dolore, pensavo, e camminavo, e dimenticavo la sua lingua, e dimenticavo il mio desiderio, e il suo nome, e la preghiera sui colletti bruciati delle camice, e il segno della corda stretta intorno ai suoi polsi, e il cinema, e la sua voce che gridava il nome che mi aveva dato, e il suono della frusta sulla sua schiena in mezzo a tutto quel silenzio innocente: cercavo l’assoluzione degli alberi stendendomi sulle foglie. Non tornerò mai più a prenderti, a sgranare il rosario delle tue ferite, dovrai attraversare a nuoto lo spazio che ci separa, dovrai bruciarti le piante dei piedi con il mio ferro da stiro, e raggiungermi, e distenderti con me lungo i miei occhi, e lasciarti guardare, e parlarmi, e consumare con me tutto il tempo che resta prima, e anche quello dopo. Dovrai lisciare le pieghe fatte dalla tua assenza sul mio cappotto, dovrai baciarmi le mani e leccarmi i piedi, dovrai farmi dormire, masticare il groppo della mia gola per sputarlo insieme alla tua colpa. Prima che sia tutto passato.


Lea Barletti, attrice e performer. Salita sul palco la prima volta a 16 anni, non è più voluta scendere. Attualmente, ha quasi mezzo secolo. Da alcuni anni si è trasferita con il compagno e due figli a Berlino, dove ha perso la lingua ma ha ritrovato il corpo e ha iniziato a danzare. Intanto, nel tentativo di ritrovare la lingua, ha cominciato a scrivere, in italiano e in un alquanto creativo tedesco: racconti, poesie e testi teatrali. Non si è mai sentita a casa in Italia, non si sente a casa in Germania, ma almeno adesso è ufficialmente un’immigrata. Il suo sito personale è http://barlettiwaas.eu
 
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Antologia del quotidiano: “È passato” racconto di Lea Barletti

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