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LA BOMBA VOYEUR | ALFREDO ZUCCHI
Rogas edizioni 2018

nota di Luca Marinelli

La bomba Voyeur è la prima prova di Alfredo Zucchi. È un libro sicuramente molto difficile da analizzare per via del compromesso particolare di forma che il suo autore decide di esprimere; è un libro che infatti non è romanzo e non è testo poetico, non è trattato speculativo e non è saggio, ma in qualche modo fagocita queste fisionomie possibili e cerca di rigettarle per rappresentarne i vuoti dopo averne semi-digerito (e quindi interpolato tra loro) i pieni che ne costituivano le strutture.

Il testo, composto di sedici capitoli, vede per i primi quindici alternarsi due linee temporali distinte; da una parte quella “del potere”, che segue una loggia qui denominata Societas dal 1992 al 2007 tracciando una sorta di storia semi-alternativa dell’Italia guardata dal punto di vista degli intrighi di chi controlla realmente la nazione; dall’altra quella “dell’allontanamento dal potere”, questa seconda si svolge dal 2006 al 2008, che racconta la fuga sfortunata di un ragazzo dall’Italia – ragazzo che intuiamo subito essere voluto fortemente proprio dalla Societas – assumendone il punto di vista.

Questi due racconti si svolgono parallelamente e con velocità ed ellissi narrative di diversa grandezza fino a congiungersi; inoltre questi due racconti vengono realizzati per mezzo di due tecniche estremamente differenti tra loro. Di queste tecniche sembra aver bisogno l’autore per condurre in maniera più ampia possibile l’esplorazione del tema trattato, che è il potere nelle sue forme semplici e complesse; alla ricerca di una tassologia dei modi di influenza di questo sulle due possibilità di rapporto che l’uomo stabilisce con la realtà: il pensiero e l’atto.

E ancora: i mezzi di controllo, manipolazione e annientamento che hanno fatto la storia dell’occidente […] liberati dalla contingenza dei motivi della guerra fredda, dalle sue parodiche giustificazioni: dove puntano ora? L’avvocato dubita eppure prosegue – è il suo ruolo e il suo dovere: “l’ossessione è la forma, ciò che vogliamo non ha più neppure un nome, è più scarno di un’idea. È un buco, noi vogliamo scavare fino a trovare il fondo. Vogliamo vedere la fine, il limite, e tornare a scavare di nuovo. Vogliamo finanche scoppiare provando. Cos’è altrimenti un gesto?”.

La sala esplode. Gli zuccheri fermentano le teste e i corpi: la Vestale, slacciata e ora nuda, prende Bruto per mano. In piedi, lo bacia sulla fronte.

[…]

La Grazia si accovaccia a terra per succhiare e non basta: Er Grigio è un giudice infame e la trascina su di sé per i capelli, cavallo per farsi galoppare. Ma la sella ha un difetto di fabbrica e la Grazia – è colpa sua? Di chi è la colpa? – dev’essere punita.
Al buio, Esculapia – schizoide mitica – è la più golosa e il corpo del Nero, nell’oscurità pare mischiarsi allo sfondo. […] Al buio, il desiderio è un’immagine, un idolo. Chi schizza distrugge l’icona, chi schizza deve pagare. Esculapia, la golosa, si attarda per fare l’immagine enorme, per fare dell’idolo vulcano – perché, alla fine, la pena da pagare per l’eruzione sia più cospicua.

Così se il racconto della loggia – in cui leggiamo degli uomini della Societas e della necessità di seppellire ogni pista che conduca a loro dopo che tangentopoli ha aperto una ferita non indifferente nell’organismo politico italiano – è trattato secondo i canoni di esasperazione allegorica del teatro grottesco, con un narratore onnisciente che invade e specula facendosi da parte solo nei momenti in cui il pensiero o il racconto dell’atto lasciano spazio all’atto in quanto tale, alla pura forma teatro, si lascia intendere nemmeno troppo sottesa – e questo proprio per la sopra citata invadenza – la necessità che è alla base di questa maniera: facendo stridere in continuazione, ricorrendo alla messa in dialettica delle due forme, il desiderio della volontà, (che è desiderio della libertà e quindi del potere, che prende le vesti della sovrabbondanza speculativa, delle riflessioni delle teste della loggia attorno all’oggetto politico, del tentativo di dominare e indirizzare le direzioni della storia, e non è un caso che il loro luogo d’incontro sia definito Circolo Ermeneutico) con l’annullamento della volontà nella realizzazione contingente del desiderio (che è assenza di pensiero ma anche quindi delegittimazione del potere, e allora descrizioni di sesso, sesso estremo e di ogni genere, sovrabbondanza trimalchionica) Zucchi tenta di far emergere la vera natura dell’oggetto che disperatamente gli attori del suo spettacolo si impegnano a mantenere e a comprendere.

Il personaggio che sostanzialmente abita questo processo è Bruto, nel ‘92 appena iniziato alla Societas, spinto dai membri anziani a un rito di iniziazione che culmina nel dovere del tradimento: l’uccisione del suo padre putativo, il vecchio presidente della Repubblica. Ma Bruto non è solo il traditore, è lo stallone, il cavallo vincente: colui che è destinato a confrontarsi con il potere, a entrare nel cuore del meccanismo della volontà stessa.

C’è una guerra in atto nella mia testa – seguo i pensieri interrompersi, sbattere contro le barricate. Lo sforzo di visualizzare l’intero campo di battaglia – le imboscate, i vicoli ciechi, gli sgozzamenti – mi fa sboccare. […]

Incipit comoedia:
Il bicchiere è vuoto.
La domanda è stata posta all’oggetto sbagliato.
Un errore di mira.
Ma la schiuma sul fondo resiste. Vive.
[…]
Ed è proprio allora,
allora cioè adesso,
che i corpi ancora lucidi
e cioè ancora
corpi
devono
cominciare a picchiare.

Dall’altra parte la seconda linea narrativa, quella che riguarda Nessuno sembra tanto più una fuga eremitica di matrice schopenaueriana nella speranza della riappropriazione della volontà: diventa allora presto detto il tentativo di polverizzazione di ogni costruzione dialettica (fino al punto che la storia di Nessuno mi è sembrata in qualche modo una figlia estrema di Rayuela di Cortazar, anche se non nella lingua), il ricorso all’inserimento di testi nel testo, al largo utilizzo di poesia originale, diventa evidente l’allegoria nel nome.

La forza centrifuga che respinge il personaggio dal centro dal potere è tuttavia una forza apparente, proprio come in un moto circolare perfetto ciò che viene percepito verso l’esterno è in realtà diretto verso l’interno e sembra che il personaggio giri in tondo.

Così la storia di Nessuno è tanto indirizzata alla fuga dal potere, che nella sua forma più generale diventa un attraversamento di formazione per il potere, un attraversamento le cui coordinate essenziali sono la lingua ricca, l’incredibile numero di citazioni e la forma: questa circonferenza attorno a cui tutto si sviluppa.

Qual è, infatti, la forma de La bomba voyeur?

C’è questo buco smarginato che assorbe le fisionomie comunicative possibili, e le stesse storie della loggia sono vettori che si avventurano in esso: questo buco è la definizione di potere, e nel suo tendere all’oblio dell’atto si mangia la possibilità di una definizione univoca di Storia. Attorno, il viaggio di Nessuno.

Si tratta di un’operazione che non può non lasciare qualche perplessità, in particolar modo perché questa configurazione come “sistema gravitazionale nero” rischia di essere il classico gioco della rappresentazione della loggia e della decostruzione dell’importanza del successo, con l’aggravante di una farcitura di retorica propiziata dall’invasività del narratore esterno: il timore è quello quindi di imbattersi in un libro modesto che prova ad essere un grande libro appropriandosi di mezzi indebiti, spettacolarizzando la lingua, le scene da Satyricon e una riflessione accessoria.

Se è vero che l’autore pecca a volte di troppa abbondanza, e questo anche nonostante le sopra menzionate giustificazioni strutturali al sistema, si assiste tuttavia a una smentita clamorosa di ogni dubbio di modestia compositiva quando La bomba voyeur, tramite il personaggio di Bruto – il quale è l’unico a seguire una parabola drammatica completa e quindi il più vicino a essere un fulcro o un protagonista – canalizza la materia che ha assorbito e semi-digerito in modo speculativo in una sorta di transustanziazione della parola spesa complessiva, e quindi di questo buco smarginato, nel corpo di Bruto: c’è un momento, a circa metà del libro, in cui l’ormai premier, siamo nel 1999 improvvisamente si sveglia, viene svegliato dalla morte di un compagno, e sembra che sia qui che detoni la bomba voyeur, quando la consapevolezza dell’ossessione del potere che è il desiderio della volontà si trasforma in realizzazione della vanità di un’ossessione che è ossessione dell’ossessione, volontà della volontà, e quindi spinta verso un nulla, ricerca di un oggetto irraggiungibile perché la sua definizione dipende dalla ricerca stessa.

Il personaggio di Bruto, così illuminato sulla natura di farsa della sua storia, trasfigura la prospettiva del teatro in una prospettiva del teatro dei pupi, dei burattini e diventa l’eroe tragico: coraggiosamente va incontro al suo destino in un’atmosfera patetica, e l’intero libro assume improvvisamente i connotati della lotta dell’uomo contro la propria non libertà. Questa operazione, che mette in ombra tutto il resto ma lo sfrutta, raggiunge il suo culmine nelle scene disperanti dell’apparizione televisiva, teatrino nel teatrino, dove l’idolo del potere che egli stesso incarna si fa finalmente patetico e il lettore può partecipare del suo destino, che è l’epicizzazione di quello di ognuno di noi.

In contemporanea, nella sua testa, i rapporti tra desiderio e annullamento della volontà si modificano. La speculazione sul potere, ora in forma di ossessione del nulla, diventa della stessa materia dell’atto e l’autore può incubare il terreno per l’ultimo, lungo capitolo con una metafora, quella dell’equivalenza materia-radiazione che è la base empirica della natura “multi-stato” di un corpo fisico, che è molto interessante in virtù dello stadio terminale a cui arriva il personaggio di Bruto: un oscillatore quantistico tra stati che un tempo sono sembrati diversi ma hanno tutti la stessa natura, quella di radiazione.

Meno interessante ho trovato il fatto che questo in realtà sia solamente il passo preparatorio per una doppia trasformazione; l’autore ha infatti forse costruito tutto in virtù del superamento di Bruto e di quello che viene dopo: quando il lettore entra nell’ultimo capitolo il teatro che è diventato farsa nuovamente si trasforma e diventa laboratorio; allora i personaggi si perdono nella successione di Nessuno al posto di Bruto e ogni unità narrativa si disgrega, come se ci trovassimo al centro di una forza infinita che non permette più il muoversi neanche della luce; quest’ultima parte è tanto speculativa e tanto slegata dal senso della fine che Zucchi è riuscito a trasmettere appena prima da far desiderare anche un lettore abituale di filosofia che l’autore smetta di parlare e lo lasci con il silenzio e il dolore della tragedia appena compiuta.

Per tirare le somme: La bomba voyeur è un libro difficile che cerca di compiere un’operazione coraggiosa; forse ciò che deve imparare l’autore, che dimostra qui indubbia forza speculativa e capacità linguistica – ma anche abilità di rappresentazione drammatica – è l’importanza della misura e il valore di certi silenzi.

Credo che il coraggio che ha avuto Zucchi nello scrivere una storia così costruita gli sia mancato poi nel fermarsi al momento giusto. Nonostante questo, il libro è un libro bello e interessante e merita una lettura, soprattutto da parte di chi cerca un oggetto davvero unico nel suo genere.


Luca Marinelli, romano classe ’92. Ha studiato fisica all’università di Tor Vergata e sceneggiatura alla Scuola Holden di Torino. Redattore di Verde Rivista, si interessa di scienza, filosofia e letteratura, di cui ha scritto su alcuni spazi online.

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La bomba voyeur | Alfredo Zucchi

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