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Le stanze sensibili Francesco Santoro
illustrazioni di Cosima Pugliese
Pietre Vive Editore 2023 collana iCaligari

Le stanze sensibili, quarta raccolta di racconti di Francesco Santoro, è un’opera apprezzabile per la densità d’immagini e la capacità espressiva, distillate in storie brevissime, poetiche, ricche di rimandi cinematografici e letterari e dei paesaggi costieri del sud, tanto cari all’autore.

Francesco Santoro (1981) vive a Fasano, dove si divide fra agricoltura e letteratura. Ha pubblicato le raccolte di racconti L’aria che respiro non contiene ossigeno (Lupo, 2011), Piombo (Pietre Vive, 2013) con illustrazioni di Chiara Gatto e La percezione dell’acqua (Pietre Vive, 2017).


Per concessione della casa editrice (i cui diritti restano riservati) vi proponiamo la lettura di un Estratto:

ALBERI, ALBERI

ad A.

Immerso in questa archeologia dei sentimenti, non posso fare altro che parlare d’alberi. Disposti l’uno di fianco all’altro, in protezione e comunicazione continua, simbiotici quando la pioggia li bagna, estatici quando il sole li scalda. Alberi estivi della stessa specie di quelli invernali, forse è la stessa foresta che ha cambiato luogo. D’estate le cicale residue, prima di esplodere nel corpo, esplodono nel canto continuo e insistente del loro essere statici, passivi al movimento del vento. In continua comunicazione con le foglie a forma di orecchie, in ascolto, protetti dallo stato di humus composto da aghi e foglie di altre specie. Noi due improbabili, immobili, in ascolto della musica delle foreste. Cosa pensa la foresta di conifere di noi? Ci deride, almeno quella estiva, festante, deride i nostri vani affanni. Apparentemente immobile scorge con i suoi innumerevoli occhi appuntiti, simili alle orecchie degli elfi, scorge i nostri difetti. Difettiamo d’amore perché non ci conosciamo e non ci conosceremo mai, mentre loro si somigliano così diversi l’uno dall’altro, paralleli, ritti, anelanti una parte di luce, e sanno tutto di noi, prima ancora del nostro vano primo incontro. Labbra che si seccano, labbra umide alla ricerca di una parte di cielo che ci dia luce. Incostanti nel 32 comunicare attraverso la parola concetti altrettanto vani, che portano al vuoto così in contrasto col loro pieno. E questa è l’archeologia della foresta d’estate, che pensa. La foresta invernale è chiusa al suo interno, in costante attesa, sorride alla pioggia e allo sferzare della tramontana. Dallo strato di humus del sottobosco appaiono, nascono e si riproducono, attraverso il volo di microscopiche spore, i funghi che sanno di terra e scrittura millenaria, che ha messo radici nelle sedimentazioni del tempo. Lì, in quel luogo oscuro e apparentemente inanimato, permane la memoria, le esperienze passate, la sofferenza, il dolore, quella piccola parte di gioia residua che presto, al primo sorgere del sole, o prima ancora, alle luminescenze stanche della luna, si trasformano in spore aleggianti nel sottobosco, per far rivivere in noi terreni e terrestri, la sensazione a volte viva del divenire. L’acqua residua evapora, di giorno come di notte, crea nebulosamente strati inconsci, in cui strali di memoria s’incontrano e si scontrano. Così mescolati forgiamo l’identità di cui io sono ora. L’identità, ormai stanca di avanzare verso un dove, permane in stasi e simile ad un albero, formato da innumerevoli rami, si circonda di altri suoi simili per formare un’intera foresta, in completa attesa. Sole o pioggia non fanno differenza, non si tratta che di stati transitori. Animali di ogni specie la attraversano e la vivono, la foresta resta apparentemente immobile, in ascolto di ogni minimo movimento, dai suoi piedi inarcati nel sottosuolo fino all’ultima foglia anelante luce e cielo. Sferzanti, essi stessi, io stesso sferzante, avanzo verso l’alto impercettibilmente, mi anelo, mi distraggo, non rimpiango il caso che mi ha portato in quel luogo, il desiderio scorre come innocua linfa nelle mie vene e non 33 ha sbocco se non in un circolo chiuso illuminato dai raggi del sole. Ora l’albero respira al ritmo del proprio sentire, vede ogni cosa a lui simile, con estrema chiarezza, le galassie in alto e intorno gli fanno compagnia da tempo immemorabile, influisce con la sua portata di tempo nel tempo dei suoi simili, lo spazio che occupa ha perso importanza, è. Non s’illude e permane in un aleggiare di spore e vapore acqueo, in uno stato, ora comune, di leggera tristezza. I colori del tempo d’estate a quello d’inverno mutano dal giallo-verde al rosso. La passione, l’attesa e il desiderio sono le uniche istanze che restano intatte durante il cambiamento di stato. Onirici, ora i canti di uccelli sostituiscono la sinfonia del canto stridulo delle cicale, fino a quando non ci allontaniamo dai nostri simili e non ci nutriamo che di noi stessi.

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Nature writing: Le stanze sensibili | Francesco Santoro

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