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Rubrica 2078 Fifth avenue
La rubrica prende il nome dalla strada in cui vissero i fratelli Collyer noti per aver accumulato un notevole quantitativo di oggetti, tra cui libri e giornali, è un pretesto narrandi per immaginare di avervi trovato libri di autori, che sebbene lontani nella memoria, hanno fortemente contribuito alla letteratura nazionale e poterne raccontare ancora.

a cura di Davide Morganti


Non sono mai stato a Napoli, non mi ha mai interessato, troppo lontana, troppo crudele, il male ce l’ho in casa senza bisogno di cercarlo altrove però non credo ai posti migliori, quelli dove si vive meglio, perché non è detto che quello che ti fa stare bene sia il vero bene; Napoli è una città su cui ognuno si sente in diritto di parlare, di commentare, di biasimare perché c’è continuo bisogno di un cattivo delle favole, così ci si sente tanto buoni e tanto giusti, anche se l’inferno resta più largo del paradiso.

Ma la città italiana non è che un tenue sfondo nel romanzo di Attilio Veraldi, Uomo di conseguenza (Rizzoli 1978): il libro ha un unico personaggio, Sasà Iovine. Lui prende la scena, la ingombra con la sua audace ignavia, le sue battute, la sua disarmante e candida idiozia che pagina dopo pagina diventa un’arma investigativa. Un Clouseau peccaminoso, losco, che si muove tra malaffare e malaffari.

“L’abitudine alla delusione è una cosa, la rassegnazione un’altra. Diciamo che ci avevo fatto il callo, però ogni volta me lo sentivo pestare, e questo mi mandava in bestia. Soprattutto negli ultimi tempi. Neppure questa volta dunque riuscii a controllarmi”.

Non c’è Napoli, o almeno non come ci si aspetta, è soprattutto un romanzo di interni: uffici, barche, ville, ma con movimento estremo e dialoghi serrati, ironici. Veraldi è stato un grande traduttore dall’inglese e dalle lingue scandinave, iniziando a scrivere gialli quasi controvoglia, rifacendosi all’hard – boiled americano. Questo Sasà Iovine, sfaccendato commercialista, mezza tacca che galleggia tra intrallazzi e omicidi, gente ricca, quadri falsi, donne bellissime, commissari che entrano e escono dagli appartamenti si lascia portare dentro un tourbillon caustico e capriccioso.

“Ammacchiarsi in questa città è facile finché si ha il rispetto degli uomini di conseguenza. Si fa una vita normale e non clandestina e ci si muove liberamente. Persino gli informatori arrivano in ritardo. Se però questo rispetto viene meno è finita”.

Lo stile di Veraldi è rapido, brioso, non ammette tregue soprattutto perché per Sasà i guai sono una ammissione del destino, un po’ come avviene anche per Paperino. Ha cominciato a gocciolare dal soffitto, si sta bagnando su riviste degli anni Trenta, l’umido poggia paziente sulla carta, forse per farmi del male, io non lo evito, non potrei nemmeno; forse dovrei cominciare a meditare invece di leggere libri che sono destinati alla fine, anzi che sono già nella fine. Io non salverò nulla di tutta questa carta che mi opprime con le sue parole. Veraldi sa descrivere, lui il mondo lo ha visto e lo racconta:

“I vetri si spalancarono di nuovo e entrò una folata d’aria fredda. Il vento soffiava dritto dal mare laggiù, dietro a un muro bianco e continuo oltre il piccolo giardino. La primavera del giorno era ormai lontana: dalla penombra della stanza vedevo stracci di nuvole passare veloci davanti alla luna, che illuminava in maniera intermittente la notte là fuori”.

Più della trama, fatta di ammazzamenti e colpi di scena che poco mi coinvolgono, è Sasà Iovine il romanzo, anzi è un romanzo, leggendolo si ha la forte impressione che si stia sfogliando la vita e non un libro, anche se entrambi, a un certo punto, si chiudono, solo che per uno dei due ci sono mani che possono riaprire ma non mi va di dire quale dei due.

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Vintage: ricordo di Attilio Veraldi

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