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ECONOMIA INNOVATRICE | A. Di Stefano, M. Lepratti
Edizioni Ambiente 2016

Andrea Di Stefano e Massimiliano Lepratti, nella prima parte dell’opera, esprimono il loro punto di vista sulla necessità di una conversione ecologica dell’economia, processo da realizzarsi attraverso il modello della circolarità sistemica: “Il paradigma della circolarità sistemica può essere una strategia di ricerca e di azione adatta per rispondere ai rischi globali. L’obiettivo finale è la circolarità sistemica: un modello socio economico-ambientale che minimizzi scarti, eccedenze, inquinamento, speculazione finanziaria e disoccupazione”.

Il principio naturale del ciclo (risorse-rifiuti-risorse) esprime quindi la chiave di volta di un possibile cambiamento, attuabile non soltanto nel campo della produzione di beni ma anche in quello della finanza e dell’organizzazione sociale.

Per introdurre un tema complesso come quello della conversione ecologica dell’economia, gli autori hanno ritenuto utile porre in premessa le quattro questioni principali intorno a cui si sviluppa il testo. Gli argomenti presi in esame riguardano l’individuazione della circolarità sistemica come antidoto alle crisi globali, la necessità di stabilire linee di indirizzo comune fra ecologia e industria, la promozione di valori espressi nella dialettica fra ecologia e lavoro, il ruolo dell’economia pubblica nello scenario di cambiamento.

Il primo capitolo (Rileggere l’economia con la lente della circolarità) propone un parallelo fra la visione innovatrice dell’economia e l’ecologia, i suoi principi cardine di limiti non oltrepassabili, di resilienza, di circolarità. È in particolare a quest’ultimo dettame che i meccanismi economici dovrebbero ispirarsi, per realizzare un cambiamento che coinvolga l’economia reale, la finanza e il mercato del lavoro. In tal senso gli autori propongono un approccio da global minds, correlato ai principi di riciclo delle eccedenze e di progettazione degli impatti ecologici e sociali. Riferendosi a tale dinamica è possibile osservare come ogni digressione rispetto all’impostazione circolare comporti un danno significativo e sistematico: “la moneta che non entra nel ciclo produttivo finisce nella finanza speculativa; le eccedenze che non vengono reimmesse in circolo provocano spreco, disoccupazione, crisi locali e globali; gli scarti che non vengono utilizzati come risorse si trasformano in inquinamento”.

La parte centrale dell’opera (Aggiungere valore, togliere danni) analizza il ruolo strategico e imprescindibile dell’industria nell’indirizzare i processi economici verso una transizione ecologica. Diminuire e qualificare la quota industriale di energia e materia impiegata, favorendo al tempo stesso l’ampliamento della percentuale di lavoro evoluto, permetterebbe di creare valore economico con minori danni ambientali e ricadute positive sulla qualità dell’occupazione. Questa prospettiva si rispecchia in due concetti basilari, quello di valore aggiunto (riferito alla qualità del lavoro) e di zaino ecologico (danno ambientale causato dalle lavorazioni industriali). “Un nuovo sistema di logistica delle materie prime, la progettazione di macchine con componenti riutilizzabili, la ricerca di materiali a minor impatto ambientale ecc. sono tutte innovazioni frutto di un lavoro di ricerca ad alto valore aggiunto che va a diminuire il danno ecologico della produzione, dell’utilizzo e dello smaltimento delle merci”.

Nel terzo capitolo (Scenari prossimi) si descrivono gli sviluppi in atto nella produzione industriale (in buona parte veicolati dalla rivoluzione digitale) e vengono identificati i soggetti in grado di accelerare e sostenere la grande svolta legata all’economia ecologica. Per quanto riguarda quest’ultimo tema si sottolineano i vincoli politici che progressivamente indirizzano la comunità internazionale verso contesti favorevoli all’evoluzione eco-sistemica. In primo piano gli accordi a livello sovranazionale come Europa 2020, la Roadmap 2050 della Commissione europea, il programma di finanziamenti europei Horizon, il protocollo di Kyoto, la COP21 di Parigi.

Il futuro del pianeta e dei suoi abitanti esige una presa di responsabilità da parte di soggetti esterni alla gestione privatistica del capitale ed ECONOMIA INNOVATRICE ci ricorda come “solo l’ente pubblico possiede i mezzi, la capacità di investire a lungo termine e il potere di indirizzare l’economia verso la ridistribuzione di ricchezza e lavoro e verso il benessere collettivo. In mancanza di questi presupposti non vi può essere pieno dispiegamento della circolarità sistemica”. Dall’ambito planetario, legislativo e strutturale, è necessario inoltre affacciarsi sui territori del quotidiano, in cui risaltano le responsabilità singole. Fra gli innumerevoli esempi di pratiche virtuose, rispettose della biosfera, viene ricordata la funzione innovatrice e “pedagogica” del consumo (consapevole) come motore importante del mutamento.

La seconda parte dell’opera pubblicata da Edizioni Ambiente presenta in forma essenziale il pensiero di cinque attivisti e teorici dell’economia e dell’ecologia con cui gli autori si sono incontrati in dibattiti pubblici: Pavan Sukhdev tratta le innovazioni necessarie per portare le grandi imprese a un cambiamento di paradigma; Mariana Mazzucato ragiona sul ruolo innovatore dello stato; Gianni Silvestrini parla delle innovazioni tecnologiche che stanno rendendo possibile un’economia più ecologica; Robert Costanza tocca il tema del costo (anche monetario) del superamento dei limiti ecologici; Gianfranco Bologna offre una panoramica delle grandi questioni della sostenibilità.

In appendice Andrea Vecci racconta le innovazioni sociali e ambientali provenienti dal terzo settore italiano.

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