la nostra scelta di sostenibilitàscopri di più

IL PANTARÈI| EZIO SINIGAGLIA 
TerraRossa Edizioni 2019

di  Paolo Risi

La macchina da scrivere riprodotta sulla copertina è molto più che una bella e struggente immagine. Testimonia un’epoca non troppo lontana, quando il click dei tasti poteva disturbare un vicino di casa e le correzioni richiedevano metodo e materiali di cancelleria. La macchina da scrivere è lo strumento di lavoro di Stern (il protagonista del romanzo) e di Sinigaglia; le sue componenti meccaniche, in maniera impensabile per gli standard odierni, rimpallano l’umore e la personalità dello scrivente, ragguagliano persino sul suo stato di salute.

Il Pantarèi ha come madrina la macchina da scrivere e come padrino l’assunto che il romanzo sia morto e la letteratura stia per tirare le cuoia. E infatti il Pantarèi si compie, dal 1976 al 1980, come atto di eroica presunzione, per dimostrare che il romanzo non è affatto morto e che il giovane Ezio Sinigaglia ha tutto il diritto di imbracciare l’arma letteraria e fare fuoco sul presente; il progetto richiede circa tre anni e mezzo di lavoro, fra stesure, letture e revisioni, fra gli anni meglio spesi della mia vita ricorda Sinigaglia nella prefazione.

Il romanzo era morto.

Lo dicevano tutti. Tutti lo scrivevano. Benché fossi un ragazzo distratto, un sognatore sempre immerso nella nebbia delle sue fantasticherie, un lettore circondato da centinaia di personaggi immaginari con i quali confabulare passeggiando, era impossibile che non me ne accorgessi.

Il protagonista del romanzo è Daniele Stern.

Generalmente Stern riflette, agisce di riflesso, si aspetta che gli altri propongano o facciano. Poi Stern contrattacca, ma è un posizionamento momentaneo, conciliante. Fa dell’ironia, che però suona elusiva; azzarda dell’autoironia, ma è solo un modo come un altro per distinguersi. Forse la commessa del negozio di scarpe – pensa Stern, voglioso di un paio di polacchine – sogna un mondo dove non esistano i piedi.

Stern ha un lavoro.

A Stern tocca scrivere di letteratura, nello specifico il capitolo di un’enciclopedia. Si tratta di un lavoro ben pagato, da terminare in una settimana. Comincia da Marcel Proust, prosegue con Joyce, poi Musil, Svevo, Kafka… Ancora una volta il lavoro gli suggerisce equilibrio, senso della misura. Scrivere di Joyce fa imbizzarrire la mente, ma la voce enciclopedica ha esigenze proprie e Daniele Stern si richiama all’ordine. Gli è rimasta soltanto la creatività (Stern lasciato da Anna, sua moglie, Stern che non vuole avere figli) ma questa è tenuta al morso, in alcuni momenti strepita. Godibilissimi i giochi fonetici cui Stern languidamente si lascia andare nel dormiveglia, dopo una serata a casa di amici e dopo qualche bicchiere di troppo: gioco per il gioco, Proust, Joyce, Musil, Svevo, Kafka che mordicchiano i tasti della macchina da scrivere, il polline fecondo della letteratura, un lessico eterodosso come fusibile della realtà.

Il Pantarèi parente stretto della vita.

Lo scatto della pietrina, la fiamma snella contro l’oscurità, si sente anche il friggio del tabacco, della carta che si accende. Sono momenti amplificati, flash evocativi di rara bellezza, che costellano i libri puri, fatti ad arte. Lo scatto della pietrina o una moglie che se ne va, ogni istante o epoca figli dalla stessa matrice, il romanzo è organico: infilarcisi dentro è possibile. Daniele Stern si distanzia dal lavoro, dall’amore, non per spocchia o per soffrire meno, ma per concedersi il lusso della sregolatezza, del punto di vista proprio. Ma sono elaborazioni a corto raggio, pirotecnie che non deviano il senso di marcia. Provvisorio: questa era la parola. Ogni suo atto aveva la caratteristica della provvisorietà. E così sarebbe stato per sempre: definitivamente provvisorio.

Si ripromette, Stern, di riconquistare Anna; dopo chilometri di ipotesi si presenta a casa della sua ex moglie, dove ora lei convive con l’attuale compagno, un avvocato che sembra possedere le caratteristiche dell’anti-Stern: solido, equilibrato, avambracci virili, un lavoro stabile. Anna non è presente; in compenso Stern (stella in tedesco) fa la conoscenza con madame Stella, una domestica ottantenne italo-francese, che lo accoglie e in un certo qual modo lo fa sentire come a casa. Stella ha un suo linguaggio, che mescola vari idiomi; la donna è un divertissement di Sinigaglia, o forse un gentile omaggio di Sinigaglia al protagonista del suo romanzo, così bisognoso di affabilità e gesti spassionati.

Stern conosce un’altra donna, Carmen. Si annusano reciprocamente in una libreria: finiranno a letto, ma prima in un ristorantino di periferia, dove la ragazza fa caso a una rete da pescatori appesa alle spalle dell’uomo. Le maglie della rete si confondono con le ombre proiettate sulla parete, e dentro questo gioco prospettico pare celarsi l’essenza di Stern, il suo volto struccato, intrappolato fra la rete vera e quel simulacro di rete che si disegna nettamente sul biancore acceso del muro. Questa visione fluttuante, per Carmen, ha la valenza di un’epifania, rappresenta la distanza ancora da misurare, il desiderio di abbracciarsi infine interi, nudi e tremanti, non di paura o pudore, ma di stupore e di gioiosa urgenza.

Scrivere come operazione di igiene mentale, pensiero mediato dalla Coscienza di Zeno, intenzione più o meno rimandata, deviata e archiviata nella cartelletta delle eventualità. Si potrebbe dire che Stern sia alla ricerca di un’espressione, di una voce che nel tumulto degli esordi ha la circolarità del sogno, il balbettio sfrangiato del giovane Sax, sorta di Stern ingolfato da passioni fuori asse.

A quasi 35 anni dalla prima pubblicazione, Il Pantarèi non perde fragranza, restituisce intatti i suoi aromi, il gusto per la riflessione metaletteraria; gli ingredienti che più ne rivelano la specificità, il valore immutabile, sono l’ambiguità e la sessualità, temi che destabilizzano dall’interno il mondo abitato da Stern.

Ambiguità e sessualità: sono queste le due parole che Sinigaglia sceglie per marcare la differenza fra romanzo del 19° e romanzo del 20° secolo. Parole che in qualche modo edificano Stern, lo inseriscono in una tradizione di antieroe novecentesco, fatta di uomini spesso esitanti, poco inclini all’agire e molto all’analizzare e al riflettere.

Il Pantarèi vivo, nonostante i programmi di scrittura e le correzioni immediate; e quasi al termine della seconda decade del secolo ventunesimo pare assodato che una riflessione su libertà individuali e potere non possa smarcarsi da temi quali l’ambiguità e la sessualità, palpitanti nonostante la bonaccia e i getti di aria condizionata.

A volte, la realtà mostrava a Stern facce così contraddittorie e incomprensibili che si sentiva vacillare; saliva dentro di lui una specie di nausea della mente, come assale chi ha trascorso ore intere davanti a un rompicapo; e si diceva che non coerenti, ma ciechi bisognava essere per andare avanti. Sempre aveva pensato che, dal labirinto di Dedalo, solo un cieco avrebbe potuto uscire; così bisognava conquistarsi una cecità interiore che permettesse non già di comporre, ma di ignorare le contraddizioni.

Share

Il Pantarèi – Ezio Sinigaglia | ZEST Letteratura sostenibile