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LA ROMA DI PASOLINI (Dizionario urbano)
Dario Pontuale
Nova Delphi 2017

 

25 anni, dal Gennaio 1950 fino alla tragica notte dell’Idroscalo del 1975, tanto dura il connubio tra lo scrittore e la capitale. Con Roma Pasolini avrà un rapporto tanto profondo e travagliato quanto indelebile, e di cui vi è traccia in tutta la sua produzione letteraria. In questo pregevole saggio a cura del critico e scrittore Dario Pontuale, vengono proposti con precisione documentale, raffinata trattazione e attenta cura dei particolari, i luoghi di vita, i film, le raccolte poetiche e i romanzi del grande Pasolini, riorganizzati in modo singolare in lemmiDalla “A” di Accattone, girato nel quartiere Pigneto, alla “V” di Valle Giulia, teatro degli scontri fra studenti e polizia, una guida ragionata sulle tracce di Pier Paolo Pasolini, figlio elettivo di questa “stupenda e misera città”. Una toponomastica doviziosa fa da guida alla gigantesca anima verace e autentica dell’uomo, dello scrittore, dell’intellettuale.

Per gentile concessione di casa editrice e autore vi proponiamo
un estratto dal capitolo di introduzione.


L’ULTIMA COLONNA DI UN TEMPIO IN ROVINA

L’ufficio anagrafico di Bologna registra il 5 marzo del 1922 la nascita di Pier Paolo Pasolini. Lo storico latino Varrone afferma che la città di Roma sia sorta il 21 aprile del 753 a. C. Pier Paolo Pasolini muore, per cause non del tutto accertate, a cinquantatrè anni. Roma resiste, per cause non del tutto accertate, da oltre duemila. Il poeta delle “ceneri” e l’Urbe, l’autore di “vita” e la sede dell’Impero, il regista degli “accattoni” e la dimora dei Papi sembrano abbiano poco da condividere, invece certi destini s’intrecciano quasi mai per caso. Il giovane friulano e la Città si incontrano il 28 gennaio del 1950, sui binari caotici della stazione Termini, durante il mite inverno dell’Anno Santo. L’intellettuale dissidente e la Capitale, si accomiatano in una notte autunnale tra il 1 e il 2 novembre del 1975, nel fango sanguinolento di un idroscalo, a pochi passi dalle antiche rive di Ostia. Venticinque anni, una specie di nozze d’argento terminate con un addio funesto, un quarto di secolo carico di viscerale empatia, nonostante alcuni screzi.

Un lasso di tempo foriero di trasformazioni sociali e urbanistiche, economiche e politiche, storiche e culturali riguardanti non soltanto Roma, ma l’Italia intera. Son i decenni dopo la Guerra, il Fascismo, le macerie, il Piano Marshall, anni nei quali gli italiani scelgono la Repubblica, il vestito buono per la domenica in Chiesa, devotamente divisi tra Bianchi e Rossi. Un Paese rurale che, stanco di zappare, corre in città dove il lavoro appare sopportabile e i poveri possono scoprirsi ricchi, o se non altro, così promettono i portavoce del miracolo economico. Comincia la lunga stagione delle cambiali, salvacondotto essenziale per garantirsi: la Seicento, la Vespa, la lavatrice, il frullatore, la lucidatrice, il mangiadischi, la vacanza al mare. Le scarpe bucate, i pantaloni rattoppati perdono dignità, la miseria e la fame devono restare chiuse nelle pellicole di Rossellini, nei fotogrammi di De Sica, nelle scene di Visconti. Il Bel Paese dopo avere creduto, obbedito e combattuto, vuole ridere, sperare e guardare avanti; un precetto comprensibile se non nascondesse insidie pianificate. Gli italiani entrano nella società dei consumi così come sfilano tra gli scaffali dei nascenti supermercati, con imprudente candore passano dal mercato rionale, al mercato in scatola. Credono di compiere una scelta, senza accorgersi di essere loro stessi il prodotto di una scelta, di una volontà mossa da un Potere oscuro, che livella le esigenze, la lingua, i desideri, le ambizioni, insomma tendente al conformismo. Il Paese traboccante di realtà individuali, dialetti, gusti, abitudini; la povera Italia dei paesi arrampicati sulle montagne e sdraiati lungo le spiagge, si ritrova a cantare Canzonissima con le stesse facce, parole, intonazioni. Tutti seduti e ben composti davanti alla televisione, elettrodomestico pagato a colpi di cambiali, il nuovo focolare domestico, il più pericoloso comunicatore di massa, l’ipnosi capace di mutare il superfluo in necessario.

Questa l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, così la Roma nella quale Pasolini si rifugia con la madre, abbandonando Casarsa, la provincia, il padre. Fino a quel giorno è un promettente poeta con un pugno di raccolte in dialetto, poco conosciuto e disoccupato, ma la maestosa decadenza dell’Urbe ben presto desta l’intellettuale, il contestatore, il perseguitato. La città degli imperatori e delle matrone, della nobiltà viziosa e della plebe miserrima, gli si offre spudorata, indecente nel mostrare la vergogna e il vanto. Seppur secolarmente abituata al potere, costantemente avvezza al comando, Roma è il maggiore riflesso del cambiamento nazionale, la più diretta rappresentante. Diventata capitale, vestiti i gradi di centro politico, perde l’identità popolana, cadendo vittima di una lottizzazione che ne corrompe i caratteri, ne viola l’identità madre. Una città di colpo demograficamente affollata, con squilibri sociali e urbanistici vistosi, incapace di controllare una civiltà dei consumi alla quale è ormai concesso l’inverecondo. Roma si scopre non antica, ma vecchia. Il trauma ideologico spalanca crepe profonde, oltre un accerchiante degrado pratico e morale, ma non appare una trasformazione casuale, bensì il risultato di un progetto estraniante. Il giovane friulano, sebbene sedotto da epoche leggendarie e antiche vestigia, addita un colpevole, identificando in una precisa classe sociale la criminosa responsabilità di simile cambiamento antropologico. La classe borghese, con i suoi valori sacri, retrivi, omologanti, pur di non veder scalzata la propria magnatizia egemonia culturale, si mostra capace delle più truci macchinazioni, delle più sordide trame. Sebbene la detesti, seppure manifesti uno sprezzante disgusto per essa, in Pasolini pulsa per nascita e condizione, un’incancellabile coscienza borghese che ne tormenta l’anima. Tenta di staccarsene ripudiandola, principia un’ascesi avvicinandosi a coloro che subiscono inconsapevolmente il terribile processo mercificatorio, a chi sta cadendo lentamente nell’imboscata.

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La Roma di Pasolini (Dizionario urbano) | Dario Pontuale – Estratto

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