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Antologia del Quotidiano – i racconti di ZEST:
L’Ultima Spiaggia di  Luca Tosi

È sabato sera, le mie costole vibrano. Tre ragazzi seduti per terra stanno suonando i bonghi. Un altro sorso, e nel mio bicchiere restano solo cubetti di ghiaccio mezzi sciolti. Sento il gin andare giù, sotto le costole. Non ho paura di niente.
Appoggio il bicchiere e accendo una sigaretta, e il fumo mi prende tutto il palato. Le persone ballano, anzi, oscillano. Oscillo anch’io. Il chiacchiericcio e la musica entrano ed escono da me. Facce dietro altre facce, ombelichi nudi e parei colorati; il mare non si sente da qui. Non smetto di cercarla.
Quei tre tengono i bonghi stretti tra le gambe, li percuotono a sberle, continuamente. Guardo le stempiature che hanno in testa e mi preoccupo del futuro, poi ci bevo sopra, ma è rimasto solo ghiaccio. La gente si è ammassata sotto la tettoia di paglia del bar; dietro il bancone, la barista si dà da fare per sfoltire la fila. Allungo cinque euro a Carlo, che è più avanti e prova a farsi largo.
«No, offro io», dice.
Riatterro sui talloni. Non so che faccia fare. Il dj è rosso come un peperone, ha una maglietta elasticizzata e si tiene le cuffie su un orecchio. In giro ci sono amache appese alle palme, sedie di legno e cuscini scoloriti. Più in là, il buio nasconde le file di ombrelloni che vanno giù fino al mare.
Siamo all’Ultima Spiaggia. All’Ultima Spiaggia non ci vengono i turisti, ci viene solo chi non sopporta più niente. Mi sposto dal bar per cercarla, forse è appena passata, non sono sicuro. Poi Carlo ritorna con due vodke nelle mani, me ne cede una e annusa la sua. Mi dice:
«Ho mandato il curriculum a un ospedale di Bristol, in Inghilterra. Voglio quel lavoro!».
«Speriamo bene», dico.
Prolunghiamo l’ultimo sguardo, ma non è il momento di spiegarsi, così torniamo dagli altri. Si sono seduti sui lettini e il Mister sta chiudendo una canna, un bel cannone grasso, promettente. Lo accende.
Coi piedi nella sabbia si sta in paradiso. Le fibre colorate del lettino sono ruvide, le sento sulla pelle.
Tre o quattro tiri, lunghi, poi il Mister passa la canna a Carlo.
«No», dice Carlo. «Il prossimo mese devo donare».
La prendo io, la stringo tra le labbra, poi chiudo gli occhi e la faccio bruciare forte. Seduto lì c’è anche Ivan, sta guardando il mare con le braccia conserte. Nessuno parla. La musica è troppo alta, il mare è fermo, e la luna si specchia sulla pelle crespa dell’acqua; il buio ruggisce contro tutto, compreso me che penso all’orizzonte. Penso oltre l’orizzonte, penso a tutto quel che il mare copre.
Al diavolo l’Ultima Spiaggia e al diavolo l’Inghilterra, adesso sono tutt’uno con le onomatopee del mare, fumo, e il fumo mi porta giù, nelle danze rallentate degli abissi. Poi passo la canna al Mister, lui la secca e la seppellisce sotto la sabbia.
«Cos’è ‘sto mortorio?», dice Gianni. «C’è tutta la tomba per dormire». Viene dal bar, e picchia col dito sul pacchetto di Marlboro, sfila una sigaretta e se la mette tra i denti; infila il pacchetto nel taschino della camicia e prende l’accendino. La fiamma gli illumina gli occhi.
«Sono in ferie. Cazzarola se lo sono», dice.
Ha voglia di parlare, e mentre parla la punta della sigaretta si alza e si abbassa. La cenere che gli cade sul petto nemmeno la sente.
«Questa sì che è vita», dice, «‘orca puttana».
È scalzo, con un piede si gratta la caviglia dell’altro piede, quando da dietro una ragazza lo prende per le spalle; ha gli incisivi distanziati e i capelli le cadono fino alla fine della schiena. Gli urla in faccia:
«Oh, scemunito», e lo abbraccia forte, come per sgrezzarlo; vuole scusarsi per lui, sembra. Gianni la bacia sulla guancia dopo aver tirato dalla sigaretta. Sono come fratelli.
Come se niente fosse, Ivan saluta la ragazza con la mano; non è da lui. Lei gli sorride. C’è qualcosa sotto. Gianni non se ne accorge, si accende una sigaretta nuova e si gira verso il mare. Respira piano e socchiude gli occhi, ma lascia uno spiraglio. Da una parte c’è il mare, dall’altra il bar e la musica. Quei tre che suonano i bonghi, là, sudati fradici, non si stancano mai.
«Stanno finendo gli alcolici», dice la ragazza, a voce alta, per farsi sentire da tutti.
«Andiamo a bere, assolutamente», dice Gianni.
E lei lo trascina via, vuole andare. Se ne vanno.
«Ma ti piace quella?», chiede Carlo a Ivan.
«Cazzo te ne frega?».
«Non te la dà. Si vede lontano un miglio».
«E allora? È figa, non puoi dire che non è figa», dice Ivan.
Poi s’incammina verso il bar. Lo seguo, Carlo dopo di me, e il Mister in coda.
Lanciando la voce in avanti, Carlo ripete:
«Tanto non te la dà!».
Intorno al bar ballano tutti, come avvelenati. Godono, ridono, si incitano, saltano. La musica sale e scende, e i bonghi martellano a più non posso. Sento la vodka e l’erba scendermi nei sotterranei. Ivan le sta sempre vicino, e lei balla, è una corteccia che squama, muove i fianchi, si porta un braccio sulla testa e si accarezza il collo da sola. I corpi delle altre le fanno da contorno. Lui ha gli occhi gonfi, si tormenta le mani con la sigaretta.
Un uomo in canottiera s’inginocchia per terra e ringrazia l’Ultima Spiaggia come un fedele, poi con un salto torna in piedi. Carlo si gratta un sopracciglio. Beviamo, ancora vodka. Anche Gianni balla, poco lontano; la sua fronte gronda, e il ritmo gli dà una scossa improvvisa. La spina dorsale gli punta sotto la pelle della schiena; si ferma e prende qualcosa dalla tasca: è coca, la stende sul cellulare e la tira con una narice sola. I suoi occhi si perdono sotto la tettoia, in alto.
«Viva la vita!», urla. «Porco cazzo».
Viva chi vuole morire per primo. Viva Ivan, imbambolato a fissarla, a cercare un’idea che non gli viene. Viva la Fottuta, che non trovo da nessuna parte.
La barista emette un grido rauco: «Chiuso!», mentre una tipa ha preso il Mister per mano. È una di quelle che si tagliano i capelli da sole. Le esce sangue dal naso, se lo tampona con una spallina del vestito, poi abbraccia il Mister, si stringe tutta a lui. Come dentro a una bolla, ballano un lento, lì, tra la musica e i bonghi, circondati dal delirio. Non sentono gli altri. Il Mister la tiene a sé e lei si rannicchia nel suo petto, e gli sporca la camicia di sangue.
«Ho un preservativo nel portafoglio», sento dire da lui.
Ivan ronza attorno all’amica di Gianni, sfiorandola come può; lei è straripante, lui alla deriva nei suoi punti deboli, ma non si arrende. Ognuno, nel suo piccolo, cerca di combinare qualcosa stanotte. Siamo tutti a combattere, spalla a spalla, bevendo e fumandoci in faccia.
Decido di cercarla, devo muovermi. Vado giù verso la riva. Ci sono coppie stese sui lettini, altri che limonano in piedi; ultimamente mi piace guardare le coppie che limonano, gli passo vicino, rallento, faccio finta di allacciarmi le scarpe… Piscio dietro le cabine, poi vedo una ragazza che cammina sulla sabbia. Ha in mano le infradito e una bottiglietta d’acqua. Forse è lei, finalmente, o forse è la mia testa che me la fa vedere dappertutto.
Non è lei. Invece sì, è lei. È la Fottuta.
Le vado dietro mentre cammina verso il mare. Mi accendo una sigaretta per non farmi mancare niente, chi se ne frega se non mi vuole. Si gira, adesso sa che ci sono, mi tiene a vista. Lei, i suoi capelli biondi e il mare buio sullo sfondo: questo è quello che vedo.
«E tu dove vai?», le chiedo.
«Da nessuna parte», dice, senza fermarsi.
La affianco. Il suo profilo è diverso da come lo ricordavo; la guardo e non rinuncio a nessun dettaglio. Distinguo piccole cose di lei che non avevo mai visto.
«Hai bevuto?», le chiedo.
«Ma ti pare?», mi dice.
Poi mi colpisce con la bottiglietta sulla pancia. Gioca a fare la sbalordita. Le soffio il fumo in faccia, e lei si ripara con una mano. I suoi piedi si muovono morbidi nella sabbia. La sua pelle è tutta morbida. Quando torna a guardarmi, lo fa con distacco.
«Perché hai aspettato?», mi chiede.
«Non ti trovavo».
Stacca l’etichetta dalla bottiglia e me l’appiccica sul braccio, e sorride senza farmi vedere i denti. Ridere con lei è come cadere sulla gommapiuma.
«Lavori o sei in ferie?», le chiedo.
«Io non ho le ferie», mi risponde.
«Mi mancano i pomeriggi liberi», dico io.
Lei annuisce, poi dice, seria:
«Vedere la gente che parte mi fa venire voglia di preparare le torte».
«Voglia di partire non ti viene?».
«A volte. Però sto bene qui, nel mio mondo».
La Fottuta si siede sulla sabbia bagnata, a riva. Mi siedo anch’io. Strano che non parli del suo lavoro.
«Ti vedi con qualcuno?», le chiedo.
«Sì».
Mi sento spaiato dentro, mentre dico:
«Ti posso rivedere, un pomeriggio?».
«Non credo che lui gradirebbe», dice lei.
Appendo gli occhi al suo viso, dall’orecchio alla mascella, le labbra, il mento, il suo sguardo di prua che mira dritto. Non pretendo altro che starle vicino. Chissà cosa ne pensa il mare.
Dalle portiere aperte della Peugeot del Mister esce solo fumo; stiamo fumando l’ultima sigaretta. Fa fresco a quest’ora.
«Adesso le scrivo», dice Ivan col cellulare in mano. «Basta».
Ci pensa, poi scrive qualcosa al cellulare.
«Mandato?», gli chiedo.
Mi fa vedere lo schermo. Gli è rimasta l’ultima tacca di batteria. Ha scritto:
È una vita ti cerco. Buonanotte”.
Carlo ride più piano che può, seduto davanti. Ivan lo guarda con occhi stinti, e ha ragione. Carlo lo annoia. Fumiamo anche l’ultimissima di sigaretta, poi chiudiamo le portiere. Al volante, il Mister sbadiglia e guarda lo specchietto; si raddrizza sul sedile e in retromarcia usciamo dall’Ultima Spiaggia.
«Se ‘sto giro ci fermano, sono fregato», dice.
Aggiusta la rotella del volume, e dalle casse dell’autoradio esce John Lennon che canta “like a moon, and the stars, and the sun!”, e le zampate sul pianoforte, i cori… Ivan batte le mani sulle cosce mentre andiamo giù per il cavalcavia, ai novanta, con l’aria che entra, lampione dopo lampione, ed ecco che l’alba prende il cielo, è giorno, solo luce e due o tre nuvole. Siamo stanchi, non abbiamo voglia di niente, adesso, le cose succedono da sole, senza cercarle. Per strada niente Polizia.
Nel portaoggetti, la custodia del Greatest Hits salta a ogni buca. Ha ancora l’etichetta del prezzo in lire. John Lennon potrebbe anche essere qui, seduto nei sedili dietro, oppure là sulle rive del Gange. Crollo nel sedile, appoggio la testa sul finestrino e le mie cosce evaporano. Ho tutto, portafoglio, sigarette, cellulare.
Un lungo rettilineo, i fabbricati al di là del guardrail, una casa cantoniera, poi il semaforo spento. Mi piacerebbe addormentarmi con l’alba. Sento il mio cuore che batte attraverso la schiena, contro il sedile. Non si esce mai da sé stessi. Mi strofino gli occhi e vedo delle strisce fosforescenti, allora ci spingo forte e loro diventano più grandi, e ci mettono più tempo a sbiadire. Adesso i miei occhi vogliono disfarsi senza dolore del dolore.
Una o due lacrime mi scendono sulle guance. Mi ricordo la tenda grigia nel salotto della catechista, ero piccolo, e la cuccia del suo cane vicino al camino, mentre imparavamo le preghiere a memoria. La parola “ave” e la parola “credo”.
Penso al mio corpo, ai soldi… Mi strofino ancora gli occhi.
Il Mister guida dritto, l’aria gli alza la camicia sulle spalle. È domenica. Due uccelli volano alti ma lontani, giocano a stare immobili. In macchina c’è una mosca che mi fa innervosire, allora tolgo il cellulare dalla tasca, voglio mandare un messaggio alla Fottuta. Scrivo:
È una vita che ti cerco”.
E invio. Poi mi lascio cadere il cellulare accanto.
Chissà se dorme, se le sono rimasto.
Alla fine tutto si rovescia nel cono del vulcano, compreso me e le mie preghiere, come un’eruzione all’indietro, e il vulcano si richiude; all’ultimo esce fuori una bollicina, che scoppia.
La mia testa si riempie di schiuma nera. È profondo. Mi addormento.


L’autore: Luca Tosi è autore di racconti e storie per il cinema. Suoi testi sono stati pubblicati su Nazione Indiana, Crapula Club  e Poetarum Silva. Nel 2017 ha vinto il premio letterario Coop for Words con il racconto breve “Coraggio”. Lavora come correttore di bozze.

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Antologia del quotidiano: “L’ultima spiaggia” racconto di Luca Tosi