Progetto ZEST | divulgazione, pensiero ecologico e sviluppo delle competenze Scopri di più

Solarpunk. Nuovi sguardi sul domani.

Speciale Urania Mondadori

Per decenni la fantascienza ha contratto il proprio orizzonte speculativo entro i confini della distopia, consegnando l’immaginario collettivo a una narrazione post-apocalittica e nichilista in cui il domani appare invariabilmente come il teatro di una rovina compiuta e irreversibile. In questo scenario di rivalutazione del contesto narrativo si inserisce la pubblicazione di Solarpunk – Nuovi sguardi sul domani, l’antologia curata da Franco Ricciardiello e uscita per i tipi di Urania Speciale (Mondadori), che segna una tappa fondamentale per la ricezione italiana di un movimento estetico, politico e letterario di portata internazionale.
Il volume riunisce le voci di autori e autrici di primo piano del panorama narrativo e del movimento Solarpunk italiano — tra cui Lorenzo Davia, Stefano Carducci, Alessandro Fambrini, Giovanna Repetto, Irene Drago, lo stesso curatore, Fulvio Gatti, Giulia Abbate, Flavio Torba, Romina Braggion e Silvia Treves — offrendo un saggio ricco di una fantascienza che rifiuta la rassegnazione per farsi laboratorio di pratiche concrete.
Per comprendere la portata di quest’opera è necessario interrogarsi preliminarmente sulla genesi e sulla natura stessa del solarpunk, un termine coniato all’inizio del ventunesimo secolo sulle tracce di modelli storici come il cyberpunk e lo steampunk. La formula fonde l’istanza ecologica del solar, legata alle energie rinnovabili e a un rinnovato equilibrio con la biosfera, con la carica eversiva e comunitaria del punk, fondata sul principio del do it yourself e sulla mobilitazione dal basso. Lontano dall’essere un mero esercizio fantasy o un desiderio consolatorio, il solarpunk si configura come una rigorosa forma di fantascienza sociale che assume la crisi climatica non come ipotesi remota, ma come dato fattuale. La speculazione narrativa non fugge dal presente catastrofico, ma si insedia criticamente nelle sue fenditure per domandarsi come riorganizzare la sopravvivenza collettiva attraverso la riparazione materiale e simbolica dei beni, la decrescita dei bisogni predatori e l’inclusività radicale.
Accanto alla fisionomia letteraria, l’antologia ospita un’appendice saggistica firmata da Franco Ricciardiello e Giulia Abbate che ripercorre le ascendenze teoriche del movimento, rintracciandone le radici nelle evoluzioni dell’ecofiction, della climate fiction e nelle elaborazioni filosofiche legate all’Ipotesi Gaia e agli studi di genere e post-umani. La scrittura solarpunk evita la figura retorica dell’eroe solitario e salvifico per abbracciare la coralità di comunità resilienti, dove la tecnologia cessa di essere lo strumento alienante del dominio capitalistico per diventare un’alleata al servizio dell’armonia ecologica e della giustizia sociale. L’approdo di questo immaginario in un tempio storico della divulgazione fantascientifica come la collana Urania testimonia la maturità ormai raggiunta da una sensibilità che sceglie di trasformare la letteratura in uno spazio di militanza etica e politica, offrendo i racconti della raccolta come tasselli di una mappa indispensabile per orientarsi nelle tempeste del domani.

Intervista a cura di Antonia Santopietro

Tracciare rotte nell’antropocene: intervista corale ai curatori e agli autori di Solarpunk. Nuovi sguardi sul domani

L’uscita dell’antologia Solarpunk. Nuovi sguardi sul domani (Urania Speciale, Mondadori) rappresenta un passaggio cruciale per la ricezione italiana di un movimento estetico e politico che, rifiutando l’egemonia asfittica del nichilismo post-apocalittico e della distopia di massa, sceglie di rifondare la funzione speculativa della fantascienza. Per comprendere la genesi di questo volume, le sue urgenze teoriche e le traiettorie di una scrittura che unisce l’ecologia radicale all’azione comunitaria, abbiamo aperto un dialogo a più voci con i curatori e i protagonisti del progetto: Franco Ricciardiello, Giulia Abbate, Romina Braggion e Silvia Treves.

Franco Ricciardiello: Oltre la distopia, il futuro come spazio conteso

Nell’introduzione all’antologia citi la riflessione di Francisco Martorell Campos sulla distopia come moda di massa redditizia che fa leva sulla paura. Come riesce il solarpunk a smarcarsi da questa estetica del collasso per restituire alla fantascienza la sua originaria funzione di fucina di idee positive e futuribili?
L’immaginario comune è terreno di conquista ideologica: da sempre la fantascienza ha incarnato da una parte il desiderio di un futuro migliore, di una scienza più umana, dall’altra il timore di un ritorno a tempi bui, alla dissoluzione dei legami sociali e all’annullamento della libertà e dell’eguaglianza attraverso la tecnologia. Dall’inizio di questo secolo è poi diventata preponderante la seconda di queste due visioni, che è oggi totalizzante e accusa la funzione utopica di ingenuità. In realtà questo finto pragmatismo del Nuovo Distopico è funzionale alla narrazione dominante, perché giustifica una presunta mancanza di alternative al capitalismo: se l’immaginario del futuro è dominato da storie di controllo totale o orrori genetici, allora il sistema liberista-capitalista è non solo il migliore, ma l’unico possibile.
Il solarpunk insegna ai lettori a rigettare un immaginario colonizzato dai film di effetti speciali, che giocano sulla paura e sulla grandiosità di scenari post-apocalittici per mettere in scena futuri distopici tutti uguali. Soprattutto i più giovani, ancora non toccati dalla disillusione della politica e degli squilibri internazionali, hanno fame di futuri positivi, di utopie, di storie in cui l’interesse collettivo prevalga su quello individuale, perché sono consapevoli dello stato di salute del pianeta. Una grossa parte di lettori e spettatori è stanca di storie deprimenti, che si svolgono in scenografie e ambientazioni tutte uguali, senza attinenza con la nostra esperienza di solidarietà che scatta durante le peggiori catastrofi: è per questo che la fantascienza non è più attraente come in passato. Insegnare a immaginare un futuro sostenibile, giusto, democratico rappresenta un passo in direzione di quel futuro.
Leggendo le biografie degli autori e delle autrici presenti nel volume — che uniscono scrittori storici della fantascienza a professionisti di estrazioni tra le più diverse (ingegneri, medici, informatici, psicologi, biologi) — emerge una forte polifonia. In che modo questa straordinaria eterogeneità di competenze si riflette nei dieci racconti inediti, confermando l’assenza di una “formula unitaria” ma arricchendo l’immaginario solarpunk?
In effetti i dieci racconti contenuti in questa raccolta sono molto diversi uno dall’altro, interpretando ognuno una diversa declinazione personale del solarpunk. Un paio sono ambientati in futuri remoti o mondi lontanissimi, altri tre in uno scenario indeterminato, i restanti cinque in località specifiche. Ogni autore o autrice investe nel suo testo la propria personalità, conoscenze e ossessioni, e in questo ci sono anche le competenze professionali di chi scrive. Scommetto che chi legge sarà in grado di riconoscere la voce di un medico, di un insegnante o di un linguista, ma come sa ogni scrittore, questo non è un aspetto essenziale: importante è il lavoro di documentazione, coniugato con una buona conoscenza della letteratura che immagina il futuro — non del cinema di effetti speciali, proprio della narrativa di fantascienza e utopica. Da questo punto di vista, la scrittura è democratica: non sempre la validità dell’opera dipende dalle conoscenze specialistiche dell’autore.
Il solarpunk è un movimento nato in rete e diffuso a livello globale. Quali sono gli autori stranieri più rappresentativi tradotti in Italia e quanto il dialogo con le voci estere ha influenzato la nascita di questa scuola italiana?
Il solarpunk non è una corrente artistica che richieda la dedizione assoluta: autori e autrici possono avvicinarsi con singolo testo al tema del futuro sostenibile, dell’utopia, perché non esiste un’etichetta “scrittore o scrittrice solarpunk”. Senz’altro l’autore di maggior fama più vicino all’estetica del movimento è lo statunitense Kim Stanley Robinson, che esordì come scrittore di fantascienza pura, alla quale alternava storie sulla catastrofe climatica, come la trilogia Science in the Capital pubblicata da Fanucci. Francesco Verso con le edizioni Future Fiction si è assunto il compito di tradurre e pubblicare solarpunk da diverse lingue e letterature di solito trascurate dalle case editrici italiane. Fino a un certo punto, lo sviluppo del solarpunk in Italia ha seguito una via autoctona: quando nel 2020 io compilai la prima antologia di autori esclusivamente italiani per Delos Digital, non c’era molta fiction tradotta disponibile: agli autori contattati potevo solo fornire le indicazioni dei primi Manifesti Solarpunk e qualche articolo programmatico. Il movimento era così giovane che era necessario inventarlo. Il confronto con l’estero è stato possibile solo in un secondo tempo, ma a quel punto noi italiani avevamo già la nostra poetica solarpunk.

Giulia Abbate: Pratiche cross-mediali e l’urgenza della speranza

Nel saggio pionieristico su Zest (Solarpunk: l’utopia che vuole esistere) evidenziate come il solarpunk non nasca dalla letteratura, ma prenda le mosse da Tumblr e da un immaginario visuale fatto di architetture bioclimatiche, art déco e dettagli botanici. Questa genesi cross-mediale ha influenzato la produzione del movimento in forma di racconto letterario tradizionale?
In parte ciò è stato inevitabile. Il solarpunk letterario è stato spesso influenzato da immagini grandiose: grattacieli verdi, conglomerati urbani dalle linee Art Nouveau e scenari impressionanti non passano senza colpire in chi per esprimersi deve usare il linguaggio e si rivolge spesso alle arti visuali per trarne spunti descrittivi.
Comunque, se il solarpunk letterario è successivo alla nascita del movimento, anche quello visuale non è originario. La genesi del solarpunk sta in un hashtag che definiva pratiche di riuso, riciclo, riparazione, giardinaggio, “vita semplice”, insomma. Ne consegue che il bozzetto di un orto e il racconto di una riunione in paese sono più vicini alla sensibilità solarpunk rispetto a un grattacielo verde.
Sempre nello studio su Zest definite il solarpunk “un’utopia che vuole esistere”, capace di coniugare ecologismo, anarco-comunitarismo e pratiche di cura e riparazione. Quanto è urgente oggi spostare l’asse dall’ottimismo alla “speranza” intesa nel senso di Václav Havel, ovvero come certezza che qualcosa abbia senso indipendentemente da come andrà a finire?
Mi viene da dire che tutto è urgente e nulla lo è. Quando abbiamo scritto quell’approfondimento, eravamo soggette, come il resto del Paese, a politiche irrazionali mai così autoritarie dai tempi del ventennio fascista. Oggi la situazione è persino peggiorata: siamo sulle soglie di una guerra sponsorizzata da élites degenerate che non disdegnano genocidio, sadismo e armi atomiche. In questo frangente, l’ottimismo è messo a dura prova, tuttavia la speranza resta viva nel momento in cui lo è la lotta – sono le parole di Romain Rolland, che le pronunciò da pacifista tra le due guerre mondiali (e quando l’arrivo della Seconda era già visibile).
Vaclav Havel era in una situazione ugualmente molto difficile, in cui il potere bandiva le sue idee e le conquiste per cui lottava sembravano escluse dall’orizzonte degli eventi: allora, Havel parlò di “vita nella verità” come dell’ultimo e ineludibile potere di chi è senza potere. Dire la verità contro le menzogne di chi ci domina è sempre alla nostra portata (lo rimarcò pure Simone Weil con parole tragiche e luminose) e permette una continuità tra le sconfitte di ieri e una possibile rinascita domani. E allora, cogliendo questo concetto, l’urgenza di cui parliamo diventa relativa: le condizioni perfette non le avremo mai e sempre, nel mondo in cui ci dibattiamo, avremo a che fare con forme di dominio dell’uomo sull’uomo. Meglio non cedere alla “pulsione utopica” che pone a scopo il “salvare il mondo”, e restare nella nostra diretta sfera di influenza: questo non sempre (quasi mai) è sufficiente, ma resta precondizione necessaria per incidere sulla realtà.
Concludo ricordando che la speranza di Havel si situa appunto nell’alveo della verità: se non crediamo che esista il bene e che sia giusto conformarsi a esso, pur con la coscienza che non sarà mai pienamente vincente nel mondo, arriva il momento in cui la lotta viene sopraffatta da un cupo realismo privo di sbocchi, ovvero dalla disperazione. Diversi grandi pensatori del nostro tempo si sono scontrati con questo esito, con reazioni opposte: si sono venduti al potere o si sono ammazzati. Vendersi, morire: chissà, forse un giorno anche il movimento solarpunk (che però ha dalla sua la forza dell’immaginazione) potrebbe trovarsi di fronte a eventualità simili. A quel punto, la differenza tra imboccare o evitare del tutto questo bivio la farà non tanto la speranza, ma la fede nella verità, dalla quale la prima deriva.

Silvia Treves: Didattica, laboratori e l’immaginario delle nuove generazioni

Il solarpunk parla esplicitamente alle nuove generazioni, che più di tutte subiscono l’eco dell’ansia climatica e del collasso economico. Come si può lavorare, attraverso la scuola, i laboratori di scrittura e la promozione culturale, per avvicinare i giovani lettori a questo genere, trasformando la lettura da rifugio a strumento attivo di cambiamento?
La scuola può fare molto, a patto di poter contare su risorse, tempo pieno, mediatori culturali e occasioni di ampio confronto all’interno delle classi e fra classi diverse. Per ottenere questo occorre evitare di trasformare i/le presidi in burocrati: queste figure devono svolgere soprattutto compiti organizzativi, comunicativi e di coinvolgimento del corpo docente e delle famiglie. Le nuove generazioni sono ben consapevoli del rischio di ereditare un mondo vittima del crollo economico e della crisi climatica, come hanno dimostrato i Fridays for Future, manifestazioni a livello internazionale che hanno avuto un gran seguito anche in Italia.
La sperimentazione è uno degli strumenti più validi; noi di Solarpunk Italia abbiamo lavorato sui nostri temi e invitato gli studenti a scrivere racconti in alcune classi superiori dell’isola d’Elba; lo scorso anno alcuni di noi hanno partecipato al progetto Scolar Punk rivolto alle scuole piemontesi, e quest’anno parteciperò anch’io, felice di fare questa esperienza.

Romina Braggion: Femminismo materialista e transizione post-estrattivista

Nel tuo percorso ti sei spesso mossa tra il femminismo e la sensibilità solarpunk. In un genere che rifugge sia la rassegnazione distopica sia la tecnoutopia maschile e patriarcale, in che modo le lenti del femminismo aiutano a immaginare una transizione post-estrattivista che metta al centro la cura, la relazione e una vera democrazia ecologica?
Il femminismo è un termine che racchiude un’ampia gamma di movimenti e ideali sociali basati sulla rivendicazione dei diritti delle donne. All’interno dei movimenti hanno potuto esprimersi numerose filosofe che hanno teorizzato le varie oppressioni inserendole in una dimensione collettiva, giacché strutturata all’interno di un sistema di discriminazione intersecato, consolidato e autoreplicante in ogni parte del mondo. Christine Delphy, sociologa francese e figura di spicco del femminismo materialista, nel saggio Il nemico principale analizza il lavoro familiare e il lavoro di cura inserendoli nella dimensione dell’estrazione capitalista, al pari di una materia prima, così da evidenziarne la capacità di produrre plusvalore e, allo stesso tempo, di acquisire la caratteristica del dono. Quest’ultimo segue la regola dell’offerta, forzata e inconsapevole, e rende chi la produce — in massima parte donne e persone minorizzate (vocabolo coniato dalla critica culturale e femminista nera Aisha Durham) — subordinate al sistema capitalista, alla cultura patriarcale e ai loro sodali.
Premesso che l’attitudine alla cura è una competenza da rivendicare, seppure allenata in migliaia di anni di ammaestramento imposto e non derivata da un determinismo biologico legato all’anatomia, è altrettanto vero che per essere applicata con efficacia alla riparazione del pianeta essa deve essere estesa anche al genere maschile. Deve, di conseguenza, perdere la dimensione del dono per approdare a un’esperienza in grado di generare valore. Lo svelamento della sostanza e della struttura del valore da affidare alla cura sarà il cortocircuito in grado di contribuire a disinnescare il sistema capitalista, e mi auguro che ciò provenga da attiviste e filosofe fantascientiste e femministe, poiché sono convinta dell’esistenza di un rapporto politico tra fantascienza e femminismi, tenendo a mente il significato che diede Pericle alla parola politica, ovvero “l’arte di vivere assieme”. Nondimeno, l’attivazione dell’immaginazione, in grado di generare tale rivelazione, è già iniziata attraverso la scrittura femminile di racconti e romanzi di fantascienza. Concludo con una domanda che si lega proprio all’arte di “esistere insieme”, non solo di vivere insieme: il cortocircuito potrebbe essere originato dall’applicazione su larga scala del modello economico e sociale vigente nelle comunità matrilineari? Non resta che provare.

Sguardi corali: profilo del pubblico e radicamento politico

Sebbene sia difficile quantificare numericamente una comunità così trasversale e diffusa tra attivismo ecologista, laboratori dal basso e lettori di speculative fiction, il solarpunk in Italia sta raccogliendo un seguito sempre più appassionato e coeso (grazie anche a realtà come Solarpunk Italia). Qual è il “profilo” di questo pubblico e che tipo di risposta state riscontrando attorno a queste tematiche?
Nei primi tempi in cui andavamo in giro nei convegni, nelle librerie o nelle università a presentare il solarpunk in pubblico, dovevamo iniziare spiegando di cosa si parlasse; adesso è conosciuto da sempre più persone in ambiti diversissimi, con una semplice ricerca in internet si possono trovare tutorial video, profili social dedicati, flame sui social, e siamo coinvolti in progetti didattici non solo per adulti, ma anche per le scuole (Franco Ricciardiello).
Se osserviamo i dati analitici dei canali social di Solarpunk Italia, notiamo una leggera predominanza di follower uomini su entrambe le piattaforme, sebbene le donne siano notevolmente più attive a livello di commenti e condivisioni. Su Facebook, la nostra community vede il 26,5% nella fascia 35-44 anni, il 26% tra 45-54, il 18,9% tra 55-64, il 15,5% tra 25-34, il 12,4% dagli 65 in su e lo 0,7% tra 18-24. Su Instagram, al contrario, il baricentro anagrafico si sposta: il 33,4% ha tra i 25 e i 34 anni, il 30,3% tra 35 e 44, l’18% tra 45 e 54, l’8,4% tra 55 e 64, il 5,9% tra 18 e 24 e il 3,9% dai 65 anni in su. I post riguardanti l’antologia Solarpunk – Nuovi sguardi sul domani raggiungono picchi inaspettati di visualizzazioni e interazioni organiche, con una predominanza netta della fascia tra i 18 e i 44 anni e un incremento del coinvolgimento femminile (Romina Braggion).
Il solarpunk nasce come uno spazio di aggregazione dal basso, fatto di comunità, autoproduzioni e resistenza quotidiana. Come si traduce nella scrittura narrativa questa spinta marcatamente politica e collettiva, trasformando l’attivismo reale in materia viva per la pagina scritta?
Con volubilità tipicamente italiana, siamo transitati da anni in cui ogni azione, ogni opera, ogni parola doveva avere un contenuto politico, ai nostri tempi in cui gli autori, soprattutto se scrivono fantascienza, evitano qualsiasi argomento minimamente impegnato che potrebbe essere considerato politico — con l’eccezione dei soliti scenari neodistopici nei quali l’eroe individuale rovescia con le sue sole forze dittature che opprimono intere popolazioni. Ho visto dalle prime raccolte di racconti che preparavo per le case editrici, dal 2020 a oggi, un’evoluzione verso contenuti più politici, una fuga da questo individualismo di cartapesta, e un’attenzione crescente verso un’utopia fondata su comunità diverse. Direi che questa è un’evoluzione naturale di una letteratura che immagina un futuro sostenibile (Franco Ricciardiello).
Direi che questa domanda chiude il cerchio: attivismo e narrazione solarpunk sono profondamente interconnessi. Gli attivisti appartengono a molte comunità differenti: ecologisti, coltivatori, persone impegnate sul fronte dei diritti umani e civili, quindi spesso non hanno a che fare con la scrittura o con l’arte; tuttavia, sono interessati ad attuare un cambiamento, a far sì che i futuri sostenibili diventino realtà. Chi scrive solarpunk vuole fare un viaggio in un futuro migliore: immaginarlo e attivarsi per renderlo possibile e, così facendo, attua un percorso di scoperte, confronti, conflitti, errori. Gli uni e gli altri si ispirano a vicenda. C’è poi una terza categoria, quella di chi, in Italia, segue il solarpunk e legge le antologie inerenti con interesse senza rientrare nelle due categorie precedenti. Il movimento è vasto e in continua evoluzione, e questa è una prospettiva particolarmente consolante, soprattutto in tempi come questi (Silvia Treves).
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Solarpunk: la crisi climatica narrata con uno sguardo positivo – Intervista

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