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Amuleti, di Lorenzo Pataro,
Ensemble 2022 (prefazione di Elio Pecora).

di  Vincenzo Corraro

Se c’era qualcosa da salvare / era quello stare nel mezzo / della schiera, con la vena / intermittente nella voce…” Lorenzo Pataro costruisce una sorprendete e matura silloge poetica – Amuleti (Ensemble, 2022) – la cui voce, tutt’altro che intermittente, si muove in due chiare direttive: cerca, con forte metaforicità, di definire un paesaggio interiore che, per tono e sensazioni, finisce per confondersi con elementi naturali e frammenti di luoghi ben connotati (in ombra, marginali, umidi, poco antropizzati, campi e ruderi abbandonati); agisce, in questo personalissimo percorso di spoliazione e metamorfosi, mostrandoci un ampio tessuto di relazioni tra l’essere e la residualità del mondo in cui la trasfigurazione della realtà in memoria personale e stupore per le cose diventa l’oikos dello stesso autore (peraltro giovanissimo: 1998), il suo ininterrotto canto sommesso.

Le potenti visioni verbali e le morbide evocazioni di questa raccolta sono chiaramente un richiamo ai territori dell’altrove e dell’inespresso che la materia riempie e domina, come nei meccanismi dell’universo, in nostra assenza. L’impulso ieratico che Pataro impone al verso sta nel rendere viva e assoluta per l’appunto questa materia: l’epifania dell’erratico o dell’assoluto, il “sacro sottile nelle cose”, il sommerso di ciò che ci pulsa accanto; in questo spazio – che è una condizione d’attesa, un arcaico sentimento del tempo o più semplicemente il punto focale della nostra osservazione – passano immagini e forme di vita e schegge di paesaggio o luoghi dell’abisso e della memoria che insistono in modo lancinante e tragico sino a dilagare in ogni componimento con un’esplosione che si fa visionaria e intensa, a volte apodittica.

Ciò che colpisce è senza dubbio la maturità della voce poetica di Pataro, che sa affrontare questa sospensione tra il noto e l’ignoto anzitutto con una assoluta padronanza degli strumenti linguistici e poi con una delicatezza e un gusto nella scelta dei frammenti compositivi e negli accostamenti armonici e nella gamma lessicale che conferiscono a questa intensa raccolta poetica un carattere fermo e rigoroso, come un muro di cinta al giardino dove l’autore nasconde ossessioni e amuleti.

Salvi come scarti”, “fra le tegole / spostate, umidi sui greppi”, annota, levando a quell’impasto di pensieri e fughe sotterranee la fragile condizione dell’esistenza, che è uno sradicamento mentre “la vita [è] attesa sulla porta come i cani”. Una tensione spasmodica che emerge dagli elementi naturali e da un affollatissimo regno animale e vegetale, dove la nascita o la presenza dell’umano ha sempre una grazia intima, viscerale, così legata al grembo e alla fragilità dei primi istanti (“Mi aggrappo alla tua pianta […] raccolgo il tuo respiro dalla crepa”) al grido del travaglio, all’accesso alla vita umana (che irride questo nostro esserci per la morte) e all’impeto di una poesia che è tesa all’esterno e cerca luce tra l’ignoto e le trappole di un mondo angoscioso.

Poesia dell’essenza (e della divinazione), con un linguaggio curatissimo, del secolo scorso. In questo intarsio di desideri inespressi, di memorie infantili, di ricordi stempiati, di distanze e ombre, di uno sguardo dolente sul mondo, Lorenzo Pataro celebra la limpidezza e il mistero del gratificante incontro con la poesia – “come un dono che ha il vizio di brillare” – a partire dalla “luce primitiva” e poi dal “respiro” e dalla “fame”, da cui sa far declinare l’inesauribile separatezza dalle cose morte del mondo. Il tutto senza salti, brusche inversioni, il suo versificare – spesso reso con forme e metri tradizionali, con una ricchezza espressiva che è il risultato di un meditato lavoro sul verso – è un magma elegante e sobrio che si muove tra il sotterraneo e il rivelato, con un incedere pacato e armonioso che non fa che risaltare ancor meglio l’istante della sospensione e dell’angoscia.

Di qui nasce il più sicuro vivaio di simboli di Pataro, il canto della sua giovinezza; una ricchezza intima di figurazioni in cui si intravvede una palpabile ansia di lasciarsi alle spalle un isolamento (esistenziale, geografico) che si sconta più che in altre terre; i codici della sua formazione e i sussurri e gli strappi della sua sensibilità di poeta coincidono con la sostanza di questo mondo uterino e istintivo che l’autore trasforma in visioni e nostalgie, in spersonalizzazioni e simulazioni – tanto assorbite, meditate, reiette -, e in equivalenti espressivi per dare foga alla ricerca di sé stesso, ai suoi abbandoni, alla sua identità.

La sintesi di questo sdoppiamento è nella parte finale di Amuleti; Pataro la invoca come “la vigilia di un mondo a venire”, quando questo turgore di senso finalmente sembra placarsi, ed è una specie di approdo sereno che ricorda il Bernardo Soares di Pessoa: il ricongiungimento della sua “parte divisa”, “con la coincidenza esatta della felicità”, dove “sogno e realtà” arrivino finalmente a essere la stessa cosa.

Oppure c’è un altro modo per risolvere il contrasto tra l’ovattato e insondabile mondo non manifesto e l’affermazione di una dimensione interiore così corrusca: fuori da questa tensione rivolta al sacro (ciò che sta dietro), si consolida “la fatica dello stare”, uno spiraglio che non è ripiego o mera consolazione; tutt’altro: è “qualcosa [che] accade al di sopra i fatti” e che diventa “il rovescio di ogni attesa”. Che è poi la rivelazione – come giustamente Pataro propone – che si palesa nella cura delle cose, rimanendo “radiosi” in questa resistenza ad oltranza.

Solo ai poeti appartiene la meraviglia di dipingere il mondo e di riconsegnarcelo nuovo e comprensibile, dopo averlo epurato dal senso del transitorio, sottraendolo all’effimero, a una materia che non sappiamo, all’inganno del destino.

Allora tu ascolta la preghiera delle foglie
ferite dall’inverno, insegnami
a chiamare per nome tutti i falchi
come fosse un rito antico per il bene,
spalanca la tua voce nello spazio
tra le fronde, aspetta la stagione
che riporta tutti i voli alla quercia
originale, insegnami a capire questo trillo
che fa eco alla parola e poi la scava
qui sul petto. Allora io ritrovo le briciole
perdute fra le orme, la casa nascosta
dal canneto che raduna gli amori
delle allodole, le pietre sul capanno diroccato
e la grazia dei germogli in mezzo ai rovi.


Lorenzo Patàro (Castrovillari, 1998), laureato in Lettere Moderne all’Università di Salerno, vive a Laino Borgo (CS), in Calabria. Ha pubblicato la raccolta “Bruciare la sete” (Controluna, 2018), finalista al Premio di Poesia “Solstizio” opera prima nel 2019. Sue poesie, edite e inedite, sono state pubblicate su riviste come Atelier, Poesia del nostro tempo, Avamposto poesia on line, Il sarto di Ulm – bimestrale di poesia, sul sito ufficiale di poesia della Rai (Poesia, di Luigia Sorrentino), sul quotidiano La Repubblica. Con alcuni inediti è tra i vincitori della ventisettesima edizione del Premio internazionale di poesia “Ossi di seppia” (Taggia, 2021). È presente nell’antologia “Distanze obliterate. Generazioni di poesie sulla rete” (Puntoacapo, 2021).

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Amuleti di Lorenzo Pataro. Poesia tra paesaggio sotterraneo e rivelato

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