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Un altro mondo possibile? La visione bioregionale

Ri-abitare il mondo in cui viviamo in senso bioregionale significa andare oltre i ‘confini’ tracciati dal legislatore, significa conoscere l’intreccio di relazioni che lega le nostre vite con l’ambiente che ci circonda. Significa pensare a noi stessi come parte interdipendente del mondo della natura, e, forse ancora più importante, sviluppare un senso del posto che sappia andare oltre il dogma dell’uomo signore e padrone del creato, e allargare invece il senso di comunità con tutti i viventi: umani e non-umani che siano.

Che cosa è il bioregionalismo

Il bioregionalismo è un tentativo per recuperare questo senso di appartenenza. La bioregione sposta la nostra attenzione dal globale al locale, non per negare il primo ma per dare la giusta importanza al secondo. La bioregione non è esclusiva ma inclusiva, e mira all’equilibrio sociale altrettanto come all’equilibrio ambientale.

Ma cos’è allora una bioregione? Una bioregione, è una regione naturale della terra e si può descrivere con l’aiuto della climatologia, pedologia e fisiologia, o semplicemente seguendo gli areali di flora e fauna autoctona. Ma l’esempio più immediato e semplice per dare un’idea di che cos’è una bioregione oggi, in un mondo sempre più livellato e banalizzato, è quello del bacino idrografico: un corpo unico definito dall’acqua, all’interno del quale le diverse caratteristiche biologiche e fisiche si influenzano e interagiscono a vicenda, man mano che il reticolo d’acqua scende dalla montagna, percorre le valli e poi si getta in mare. Le caratteristiche ecologiche determinano il tipo, la qualità e la quantità di risorse naturali esistenti nella bioregione, le quali a loro volta determinano le attività, gli scambi, le organizzazioni sociali e le culture umane. Le bioregioni hanno confini porosi e sono costantemente in relazione con le bioregioni circostanti… e il pianeta terra.

Cosa significa oggi pensare in termini bioregionali, cosa significa pensare al proprio luogo in termini di sistemi connessi, in un momento in cui la moderna società tecno-consumista ha condizionato stili di vita, risorse e ricchezza della diversità biologica e culturale alle leggi del potere, del mercato e delle convenienze? Pensare in termini bioregionali significa innanzitutto ricuperare la nostra interezza come persone e cioè la capacità critica verso tutto ciò che annichilisce l’essere umano che è in noi e oggettivizza l’altro da noi. Significa, diventare attori della propria vita nel rispetto delle parti, significa creare una società che sia responsabile, giusta e umile nella consapevolezza di essere che un “filo dell’ampia trama della vita”.

E il mondo reale?

Spesso, ci viene detto che questa idea bioregionale è sì affascinante ma troppo distante dalla realtà, dal cosiddetto ‘mondo reale’. Il punto è che l’idea bioregionale fa proprio riferimento al ‘mondo reale’, che però è molto più ampio di quello pur legittimo a cui fanno riferimento le preoccupazioni umane. Il più ampio Mondo Reale è tutto ciò che ci circonda e che sostiene la vita sul pianeta, e quindi di noi stessi. Il più ampio Mondo Reale è l’acqua che scorre libera e selvaggia, è la montagna che si allunga verso il cielo, è la nidiata di topolini nel prato, è il virus che infetta gli organismi, è la zanzara che non ti fa dormire di notte. Il più ampio Mondo Reale è il mondo della natura, e noi parte di essa attraverso l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo e le risorse che utilizziamo. La natura non è né bella né brutta, avara o generosa a seconda del nostro umore o interesse. La natura è. Con leggi e meccanismi propri, del tutto selvatica. La natura non è un mondo gratis, nel senso che non ci appartiene, siamo noi che apparteniamo ad essa.

Ciò per cui l’obiettivo bioregionale è quello di riportare l’essere umano e le sue attività, culture e stili di vita all’interno dell’economia della natura, attraverso il buon senso di una cultura della reciprocità e del limite. E in questo le bioregioni non sono altro che il teatro della pratica, il qui e ora dove assumerci le nostre responsabilità nel più ampio riequilibrio planetario.

Nei tempi lunghi della natura

Non c’è dubbio che la società umana sta vivendo tempi di veloci cambiamenti, e non c’è dubbio che essi non saranno necessariamente per il meglio. David H. D. Thoreau, già alla metà del 19° secolo denunciava che: “Gli uomini sono diventati gli strumenti dei loro stessi strumenti”, mi chiedo cosa direbbe oggi degli uomini persi in un groviglio di applicazioni tecnologiche, interessi finanziari globali, mari invasi dalla plastica e cappe di smog velenoso su interi continenti.

L’umanità è di fronte ad un dilemma, ma non sembra rendersene conto. La scelta è tra un mondo ipertecnologico, condannato al consumismo, schematizzato, impersonale, dove niente sarà più come prima, e un mondo nel quale è la vita che conta, le relazioni tra i popoli e i popoli con la fonte della vita: la natura.

La vita è un valore universale che accomuna umani e non-umani e il diritto ad una vita sana, libera e diversificata appartiene a tutti. Ma la vita è anche una terra di mezzo, nel senso che non c’è vita avulsa dai cicli della natura.

I popoli sono la mappa terrestre del genere umano e ogni popolo è frutto ed espressione di un luogo specifico della terra. Ogni popolo è una ricchezza di cultura e di abilità, e ogni popolo, dalla notte dei tempi, tende a mischiarsi con altri popoli e ogni volta che questo succede è una ricchezza per tutti. Ma oggi, le diseguaglianze sociali hanno raggiunto livelli tali che “l’1% della popolazione mondiale detiene più ricchezza del restante 99%” (Rapporto Oxfam, gennaio 2018), ragion per cui non si tratta più di flussi migratori ma di veri e propri esodi di popoli.

Homo consumens

La natura è la fonte della vita. Per i popoli indigeni/aborigeni (passati e presenti) ciò è talmente ovvio che nel tempo hanno sviluppato modalità, rituali ed empatie che ne esaltano le relazioni. Anche noi siamo stati indigeni una volta. Ora, con le conquiste della tecnica e lo sviluppo dell’intelletto viviamo come se la natura non fosse importante; anzi, in preda ad una esaltante arroganza mai vista sulla faccia della terra prima d’ora, l’homo consumens ha sostituito la natura con una seconda natura fatta a propria immagine con la pretesa che questa sia la vera natura, salvo poi ricredersi quando quella veramente vera presenta il conto sotto forma di alluvioni, frane, aumento delle temperature, siccità, invasioni di microfauna alloctona etc…

Il significato di tutto questo è che i tempi e modi della natura sono diversi dai nostri, e tra i nostri e quelli della natura sono i secondi ad avere l’ultima parola. Il buon senso direbbe allora, che è sempre più urgente recuperare noi stessi nel grande palinsesto della natura, e non viceversa. Recuperare noi stessi nel grande palinsesto della natura significa innanzitutto prendere atto che abbiamo (noi del mondo occidentale, tecnologicamente avanzato) fatto di tutto per allontanarci da esso, sia materialmente che spiritualmente. Ogni settore della società, dai poteri politici ed economici, alle scienze filosofiche, scientifiche, letterarie e spirituali hanno concorso a forgiare un mondo sempre più lontano dalla natura e, in definitiva, da noi stessi.

Naturalmente dalla natura non ci si può allontanare, ne siamo continuamente immersi: i vestiti che indossiamo, i ponti, le navi, le case, i liquidi che beviamo, il computer su cui sto scrivendo… sono tutti oggetti/manufatti provenienti da elementi e sostanze naturali. La natura da cui ci siamo allontanati è quella che prospera indipendentemente da noi, quella libera, selvatica. Quella che si rigenera e si modifica in continuazione e che è alla base della vita su questo pianeta. Quello da cui ci siamo allontanati è da una giusta relazione con essa, o meglio, dalla consapevolezza dell’importanza che essa ha sia per noi che per gli equilibri eco- sistemici della terra. E i gravi problemi ambientali in atto ne sono l’evidenza. Non è cosa solo di adesso. In fondo la dimensione che più reclamiamo come popolo è quella di “civiltà”, dal latino Civis (cittadino, abitante della città). Figli quindi di un costrutto che si crede emancipato dalla campagna, da chi vive a contatto con gli elementi, con la terra.

Tutto questo però ha sempre suscitato dubbi e perplessità, e non sono stati pochi quelli che, nel corso di secoli/millenni, hanno cercato di mettere in guardia da questa prevaricazione nei confronti del “ciò che siamo e da dove veniamo”. Leonardo Da Vinci (1452-1517), il genio del rinascimento fiorentino, ebbe questa felice intuizione nel dire che “il selvatico è quel che si salva”. Qualche secolo più tardi sempre David H.D. Thoreau (1817-1862), il filosofo di Concord, Massachussetts, che scelse di andare a vivere nei boschi attorno al lago Walden perché desiderava … affrontare solo i fatti essenziali della vita, elaborava il concetto sostenendo che “La salvezza del mondo sta nella preservazione della selvaticità”, intendendo con ciò sia la natura selvatica fuori di noi ma anche e soprattutto quella dentro di noi. Quella parte di noi che forse non ha molta dimestichezza con il mondo delle produzioni, del commercio, delle aule universitarie, dei voli sulla luna o dell’ultimo modello di smartphone, ma che si trova a proprio agio con i fiumi e le montagne, le creature della foresta e i tramonti policromi. Lo psicanalista Carl G. Jung (1875-1961) la definisce “la mente naturale… quella che scaturisce direttamente dalla terra e non da opinioni prese dai libri; sgorga da una fonte naturale e porta con sé la saggezza peculiare della natura”. È la mente arcaica, che si è formata nel corso di milioni di anni di storia evolutiva dell’uomo su questa terra, oggi quasi del tutto sepolta sotto strati di codici, dogmi, e regolamenti. Eppure è a questa mente che dobbiamo rivolgerci, non certo per ricreare il passato, ma per ritornare nei tempi lunghi della natura. Ritornare nei tempi lunghi della natura non servono scuole, master o corsi di formazione, ma semplicemente il contatto diretto con essa.

Oggi, in un mondo in cui si fa di tutto per allontanarsi dal “contatto diretto con la natura” — si coltiva il cibo su trattori climatizzati e insonorizzati in una campagna spoglia e povera di biodiversità; ci spostiamo in automobili sempre più potenti, munite di tutti i comfort (non c’è più neanche la suspense, che era anche apprendimento, della ricerca della meta… tanto c’è il navigatore!); le case e i locali controllati termicamente con temperature invernali in estate e estive in inverno; si rifugge il lavoro manuale affidandosi sempre più alla meccanica e alla robotica; il suono dell’ascia nel bosco è da tempo scomparso, e ora anche quello delle motoseghe, al loro posto macchinari multi-versatili che fanno il lavoro di una squadra di operai; ai tramonti preferiamo la vacuità dei social media — si verifica il paradosso che chi invece anela ad una vita a “contatto diretto con la natura” (e quindi con un atteggiamento critico verso le scelte e le pratiche del mondo d’oggi) si ritrova spesso ai margini della società e quella che dovrebbe essere la normalità, assume connotati eccentrici se non peggio, antisociali.

Il selvatico

Il tipo di contatto con la natura di cui si parla non è necessariamente quello con una natura al meglio del suo splendore, quella che di solito si trova oramai solo nei parchi nazionali o nelle aree wilderness, in quanto il contatto che ne segue, seppur appagante e corroborante, in definitiva non è molto diverso da quello del turista, essendo egli un “visitatore che non rimane”. Il tipo di contatto di cui si parla è un contatto il più possibile continuo e interconnesso con una natura a portata di mano, raggiungibile in poco tempo: la natura dietro casa, ai bordi del sentiero, in riva al ruscello. E non importa se è una natura ridotta o sminuita: per quanto addomesticata essa sia l’essenza del selvatico aleggia sempre e comunque tra orti e radure, campi coltivati e boschi, nei meandri dei fiumi, negli anfratti incolti e in ogni fiore che sboccia, ma anche nell’alchimia del seme che si fa pianta ecc… Basta vederlo, il selvatico, ma per vederlo serve tempo, umiltà e fiducia.

Ci incamminiamo così in luoghi di apparente scarsa selvaticità in una sorta di ri-educazione che ci riporta a contatto fisico e spirituale con la natura, non tanto per soddisfare uno slancio romantico ma per guarire noi stessi. Guarire noi stessi significa riempire un vuoto che ci impedisce di vedere ciò che siamo e dove siamo. Non basta visitare la natura, ammirarla o decantarla o peggio ancora assolutizzarla, bisogna viverla con metodica continuità e attenzione: i primi alberi a mettere le foglie in primavera, l’ultimo dei migratori ad arrivare e il primo ad andarsene, il tempo dei corteggiamenti e i nuovi nati, il fiorire della vita e il suo decadimento, chi mangia chi nella catena alimentare, le successioni di flora e fauna, le loro relazioni, cicli e necessità, saper leggere le nuvole, il paesaggio e il reticolo idrologico locale… e poi, quando è primavera foraggiarsi con le prime erbe spontanee commestibili, in estate raccogliere more e prugne selvatiche, in autunno funghi e castagne, in inverno fare legna nel bosco… Tutto questo, nell’era del digitale, della natura in 3d, del cosiddetto ‘villaggio globale’… può forse sembrare ingenuo, anacronistico e finanche reazionario. È invece un modo molto concreto per muovere i primi passi verso quel grande flusso che tutto comprende e ci comprende, che non ha bisogno di carte bollate, di multinazionali o di distributori automatici. In cambio si impara la compassione e si coltiva la pazienza, si apprezza la semplicità e il valore della reciprocità, si pratica l’umiltà e si celebrano i cicli della vita, di tutte le vite.

Certo, chi lavora la terra, il bosco o il mare è in una posizione privilegiata, ha continuamente la natura a portata di mano: la vive, la tocca, ne ha a che fare, ma non è detto che il paragone sia automatico. Quello che fa la differenza è avere occhi per vedere. E qui non importa se si è contadino o impiegato, ingegnere o operaio. Avere “occhi per vedere” presuppone una apertura mentale e sensoriale scevra da preconcetti ma aperta verso i modi, i flussi e i cicli della natura simile a quella che può avere un bambino la prima volta che si addentra nel bosco, o dell’indigeno che nella natura vede se stesso e non qualcosa a-parte.

Come esseri umani abbiamo una lunga e rispettabile storia, profondamente coinvolta e totalmente a casa nel mondo naturale: possiamo ri-catturare tutto questo, possiamo riviverla” (Gary Snyder).

La natura è la nostra casa primordiale e man mano che ci addentriamo nei sui meccanismi e relazioni più l’arcaico che è in noi prende forma, trova alleati e alleanze, trova insegnamenti e verità da tempo dimenticate, ma soprattutto trova l’energia che serve per iniziare un cammino di cambiamento. Non per niente gli esempi di resistenza al mondo tecno-moderno più validi oggi provengono da persone, giovani e non più giovani, uomini e donne che ri-abitano in senso bioregionale le pianure e le montagne vivendo della terra e con la terra, e lo fanno con la caparbietà che è propria della natura, ossia lasciandosi guidare dai suoi ritmi e cicli, consapevoli che la vita è un interscambio continuo di energia e che la natura è un delicato organismo, che si autoregola e che si auto conserva attraverso leggi che vanno perfino oltre la nostra capacità di immaginarle.

Questo non è un ritorno romantico alla natura, ma un ritorno ad un nuovo inizio.

Bioregione Bacino fluviale del Po

Risalgono a circa 250.000 anni fa le tracce dei primi insediamenti umani in questa bioregione, già ben delineata sin dall’era Cenozoica (60 milioni di anni fa), e compresa tra i rilievi montuosi alpini e appenninici. Furono i tanti corpi idrici che, durante i periodi glaciali e interglaciali dell’Era Quaternaria, trasportarono a valle, dai monti circostanti, immense quantità di detriti, andando a colmare la grande baia marina che a quel tempo esisteva in quella che poi sarebbe diventata la pianura padana.

L’origine di questo grande bacino fluviale è quindi la stessa del più grande corso d’acqua che lo solca, il Po (Eridano per gli antichi), che riceve e sgronda le acque dei suoi numerosi affluenti fino al mare. Tale massa idrica ha perciò contribuito a modellarne il paesaggio, regolandone il clima, distribuendo diverse popolazioni di piante e animali e ispirando storie e culture. Analogamente ad un corpo vivente, un bacino fluviale rappresenta un insieme che unisce cielo, terra, acqua e cultura creando un microcosmo nel più ampio cosmo: ciò che succede alle parti influisce sul tutto, e il tutto influisce sulle parti. Ciò che succede a monte influisce a valle, e ciò che avviene a valle prima o poi incide a monte. Ecco perché chiamiamo questa regione una bioregione: “bio” vita,“regione” regere, governare = una regione governata dalla vita.

Gli esseri umani sono parte integrante di questo intreccio. Una delle più antiche civiltà di questi luoghi: i Camuni, iniziò a scolpire sulla nuda roccia la propria storia pressappoco 10.000 anni fa. Cacciavano l’alce, pescavano e raccoglievano frutti selvatici; con i tronchi d’albero costruivano case, da schegge di roccia ricavavano punte di lancia, le loro strade erano i sentieri del cervo e del lupo. Erano parte della trama della vita. Nativi del posto.

Da allora, popoli e culture si sono succeduti imprimendo sempre più l’impronta umana sulla bioregione, dapprima impercettibilmente: aprendo piccoli varchi nelle immense foreste per coltivare cereali o pascolare le greggi; e successivamente in un crescendo inarrestabile costruendo villaggi, strade, aprendo commerci, delimitando confini, abbattendo foreste, dissodando campi, deviando fiumi, erigendo città, creando lingue, cultura, arte, scoprendo la tecnica e la tecnologia, setacciando risorse, inquinando suolo, acqua e aria… È la storia che tutti noi conosciamo, e se da un lato ha portato benessere per i popoli che l’hanno abitata, dall’altro ha reso evidente la contraddizione: progresso a scapito della biodiversità ecologica. È stato questo un destino ineluttabile? O si poteva fare di meglio o diversamente? Difficile dirlo, il punto è che siamo al paradosso che mentre il mondo si è finalmente accorto di aver compromesso gli equilibri eco-sistemici a livello globale, dall’altro ha dimenticato che la terra è costituita da parti e che solo rispettando le parti si rispetta il tutto. Questa è l’essenza della visione bioregionale.

Considerare perciò il bacino fluviale del Po, con tutte le sue sub-bioregioni – che sono i suoi affluenti, i massicci alpini, i versanti prealpini e appenninici – e i diversi e variegati popoli che lo abitano: umani, ma anche animali e vegetali, e perfino le montagne, i laghi e le valli come un tutt’uno, una bioregione, è un modo per ritrovare noi stessi e riaggiustare i nostri stili di vita, economie, credenze e politiche come parte di modelli e ritmi di cui ne varrebbe davvero la pena re-imparare la trama.

Blu Turchese”

Qui nella mente, fratello
Blu turchese.
Non mi prenderò gioco di te.
Odora la brezza
Che soffia tra gli alberi
Non c’è bisogno di temere
Quel che sarà
La neve ricopre le colline ad occidente
Continuerà a ricoprirle ogni anno,
e lì riposa.
Una piuma a terra –
Il suono del vento –
Qui nella Mente, Fratello,
Blu turchese”

(Gary Snyder, estratto da L’Isola della Tartaruga – Stampa Alternativa, 2004)

Mai come nella recente, e per certi versi ancora in corso pandemia da Coronavirus, l’umanità tutta ha mostrato la sua fragilità, la sua pochezza di fronte alle forze della natura. Questa volta non si è trattato di uragani, tsunami, siccità, inondazioni, terremoti, invasioni da cavallette o di montagne che franano, ma di un semplice virus*. Un’entità biologica invisibile a occhio nudo, impalpabile al tatto, che in un sol botto ha costretto l’umanità tutta a rinchiudersi in casa per mesi, ha fermato le economie, le produzioni, i trasporti, i viaggi intercontinentali, gli eventi sportivi, le lezioni scolastiche e le funzioni religiose in tutto il mondo. Abbiamo visto gli scienziati letteralmente arrancare di fronte alla virulenza del virus, abbiamo visto i politici balbettare sul da farsi e i comuni cittadini (operatori sanitari compresi) dimostrarsi campioni di senso civico. Abbiamo visto la riduzione dell’inquinamento nelle città, il quasi azzeramento dei rumori, i cieli tersi, i mari limpidi e la natura riprendersi gli spazi vacanti ad una velocità che fa immaginare quanto veloce sarebbe la cancellazione dell’impronta umana su questa terra, se mai un giorno si verificasse il collasso. Verrebbero da ricordare questi momenti con nostalgia, se non fosse per i tanti che hanno dovuto lasciare questo mondo.

Nei nostri ecosistemi si trovano molti tipi diversi di specie animali, piante, funghi, batteri e altre forme di diversità biologica, tutte creature cellulari. Un virus non è una creatura cellulare, è un tratto di materiale genetico all’interno di una capsula proteica e può riprodursi solo entrando all’interno di una creatura cellulare. Molte specie animali sono portatrici di forme di virus uniche… Così, quando noi umani interferiamo con i diversi ecosistemi, quando abbattiamo gli alberi e deforestiamo, scaviamo pozzi e miniere, catturiamo animali, li uccidiamo o li catturiamo vivi per venderli in un mercato, disturbiamo questi ecosistemi e scateniamo nuovi virus.

(David Quammen, intervista a Il Manifesto 25/03/2020).

Un evento mai visto prima nell’era del determinismo scientifico e culturale, ma prevedibile alla grande visto lo sconquasso causato dall’uomo alla natura e a tutte le sue manifestazioni. Ogni cosa su questa terra è in relazione l’un l’altra, questa è la trama ordita dalla natura. E questa è la premessa verso la quale attenersi per il cambiamento che l’umanità intera è chiamata a compiere.

Quale futuro?

Nel libro di Déborah Danowski e Eduardo Viveiros de Castro: Esiste un mondo a venire? (leggi estratto su ZEST) (nottetempo, 2017) si dice che per l’umanità “l’assenza di futuro è già iniziata”. E come dar loro torto se, dopo il Covid19 fase uno, la frenesia del sistema di vita iper-consumista e capitalista, che sta usurando ad un tempo la natura e la salute fisica e psichica dei popoli, è ripresa a pieno ritmo nonostante gli altisonanti discorsi di cambiamento da parte delle forze politiche e culturali. A meno ché non si intenda per cambiamento la svolta green che si vuole dare ai vari settori produttivi, abitativi ed energetici. Questo sarebbe davvero auspicabile, se però vivessimo in un mondo con un minimo di senso del limite. Ma quanta produzione di energia cosiddetta green servirebbe per tenere in piedi il mito della crescita continua? Ci siamo mai chiesti quanti fiumi dovremmo ancora sbarrare per l’idroelettrico? Quanti paesaggi sfregiare con enormi pale eoliche per l’eolico? quanti ettari di terreno fertile coprire con pannelli solari per il solare? quanti boschi abbattere e quanti campi di mais, colza e canna da zucchero coltivare per l’energia da biomasse? Non è in discussione l’energia pulita, ovviamente, ma l’uso che ne facciamo e la capacità nostra di darci dei limiti. Tra le proposte per il rilancio dell’economia e del lavoro post Covid 19 c’è l’ipotesi di rinnovare il parco macchine nazionale, perché vetusto e poco green, come se le macchine di nuova generazione non consumassero risorse nel produrle ed energia per farle muovere, non producessero inquinamento e non necessitassero di nuove strade, autostrade, viadotti e centri di smaltimento per le centinaia di migliaia di future batterie elettriche inquinanti in disuso. Si parla tanto, e a ragione, di creare nuovi posti di lavoro, ma non si dice mai quanti posti di lavoro sono stati persi, si stanno perdendo e si perderanno dovuti all’automatizzazione e all’impiego dei robot di ultima generazione. E che dire poi della tanto decantata (e da molti auspicata) svolta digitale? Questa, che viene vista come la porta del futuro per l’umanità, in realtà sembra essere la resa finale dell’umanità alla mercificazione di se stessa: da esseri umani bipedi, intelligenti, creativi, immaginifici, in continua evoluzione con le forze della natura, ad esseri umani codificati e digitalizzati in funzione di quel circolo vizioso che corrisponde al produrre per consumare e consumare per produrre.

L’avventura umana su questa terra è iniziata nel “tempo del sogno”, come dicono gli antichi. Un tempo in cui non v’era bisogno di delimitare confini, emanare leggi, raggruppare gli animali in greggi… “e la terra non obbligata, non toccata dal rastrello e non squarciata da vomeri produceva ogni cosa da sé” (Ovidio 43 aC.) e “in essa abbondavano fiori e frutti, e che nulla apparteneva a nessuno e che a turno tutti potevano usufruire della terra, degli alimenti e degli utensili…” (Diodoro Siculo 90 aC.). Poi, l’uomo iniziò a incidere la terra, ad accumulare cibo nei granai e poi a venderlo, a costruire città fortificate, legiferare e dividere la gente in caste, costruire strade e cattedrali, ponti sui fiumi e poi imperi, stati e nazioni. Nacquero le culture, le scienze, le arti e le lotte di classe; la rivoluzione industriale dette pane e lavoro ad una popolazione in continuo aumento, ma spianò anche la strada al sovra-sfruttamento del pianeta e allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La natura è flessibile fintantoché non se ne oltrepassano i limiti, è inflessibile viceversa. E questo è confortante, nel senso che lascia un campo d’azione sufficientemente ampio per soddisfare quella che è l’indole di ogni specie: modesta se si tratta di lepidotteri, molto più complessa se si tratta di esseri umani. È chiaro però che siamo di fronte ad un “campo d’azione” limitato nel tempo e nello spazio, oltre il quale è saggio non andare, e quest’ultima pandemia è solo l’ultimo degli avvisi.

Non è più tempo di illusioni. La componente avida che alberga nell’umanità ha fallito, semplicemente ha prodotto un sistema di vita che non è compatibile con i limiti del pianeta. O si cambiano le politiche: da esclusive a inclusive. Le economie: da e per il capitale, ad economie capillari e connesse al mondo della vita reale. La società: dal mito dell’essere e dell’avere, ad una società plurale, solidale ed ecologicamente informata. La visione stessa che abbiamo del mondo fisico (e questo è il vero spartiacque del cambiamento): da massa eterogenea inanimata, da cui prendere senza mai dare nulla in cambio, a massa viva, composta da tante comunità (anche non umane) e identità, con le quali trovare un equilibrio per il bene di Tutti e del Tutto, oppure, come s’è detto, per l’umanità “l’assenza di futuro è già iniziata”. Un cambiamento che, onestamente, viste le complicazioni culturali e sociopolitiche che ci siamo dati nel corso dei secoli/millenni, appare molto difficile e complicato da attuare, ma non si parte da zero. Posando lo sguardo indietro nel tempo possiamo dire che non c’è mai stato un momento, nel corso della storia dell’umanità, senza che una qualche voce si alzasse e mettesse in guardia dai pericoli della rottura del patto con la natura. Dalla mitica Arcadia greca ai poeti dell’ecologia profonda, passando per le dee delle erbe e gli dei del firmamento dell’antica Europa, gli eremiti e i filosofi d’Oriente e d’Occidente, i rivoluzionari del ‘700 e i movimenti libertari dell’‘800, gli studi antropologici e le analisi ecologiche del secolo scorso appena passato. C’è una sottocultura di persone (seppur limitata di numero) tutt’ora ben viva, nonostante tutto, disseminata nelle campagne, nei quartieri delle città e nei villaggi di montagna. Persone che hanno adottato da tempo, senza che fosse stato loro chiesto metodi non invasivi per produrre, coltivare e commerciare, per educare e creare energia, per spostarsi e stare insieme. Tutti questi volenterosi rappresentano la dignità e la speranza del genere umano.

Ma è tempo di tornare “terrestri” (De Feo), e di pensare come pensano le montagne, i fiumi e le foreste (Leopold).

Noi siamo natura, così come lo è il filo d’erba e il guizzo della donnola, ma non siamo “noi che ne tessiamo la trama” (Chief Seattle). Non è solo la terra che sanguina, lo siamo anche noi, persi come siamo nei larghi mari della voluttuosità. Ritrovare noi stessi è il grande compito che ci attende, ma non ci ritroveremo mai se al tempo stesso non riflettiamo noi stessi nella natura dei luoghi che abitiamo, nelle valli che attraversiamo, nei fiumi che navighiamo, nelle montagne che camminiamo e nei mari che solchiamo. Noi la chiamiamo “visione bioregionale”. Una visione eco-sociale del bene comune (nel senso più ampio del termine), che ci rimanda innanzitutto alle nostre responsabilità verso la terra, verso i popoli e verso noi stessi. Verso la terra, perché essa è un sistema vivente, con un suo sistema sanguigno (fiumi, laghi, mari), i suoi polmoni (boschi e foreste), le sue forme (montagne, valli, pianure e deserti), i suoi eventi (piogge, siccità e inondazioni) i suoi cicli (biologici e stagionali), i suoi abitanti (mammiferi, uccelli, pesci, rettili e esseri umani)… Verso i popoli, perché tutti hanno il diritto all’autodeterminazione e ad essere ciò che sono nelle loro bioregioni: a non essere sfruttati, colonizzati e derubati. Verso noi stessi, perché siamo ciò che siamo grazie ad un percorso evolutivo di millenni a contatto fisico e spirituale con il globo terrestre. Noi siamo questi alberi, animali, rocce e licheni, e non certo esseri cibernetici! 

Ogni cosa su questa terra è in relazione l’un l’altra”,
(Barry Commoner,
Il cerchio da chiudere ndr)

ed è una verità questa oramai conclamata, ma che stenta enormemente ad entrare nella prassi comune, soprattutto da parte di chi tiene le redini economiche e politiche del mondo. Orbene, l’idea bioregionale, nella sua candida ma potente ingenuità, parte proprio da questo dato di fatto e ci catapulta tutti, ovunque nel mondo ci è dato vivere, nel luogo di relazioni a noi più prossimo: la bioregione. Di fatto, viviamo tutti in una bioregione. Una bioregione è sia “un terreno geografico che un terreno della consapevolezza” (Berg). La bioregione è una regione naturale della terra – disegnata dalla terra e non cancellabile dalla mano dell’uomo – con eoni di storia evolutiva, passaggi e paesaggi, presenze e percorsi, mutazioni e relazioni. La bioregione va oltre i nazionalismi, le ideologie, le scorciatoie moderniste e ci pone a diretto contatto con il fare concreto, in un luogo concreto, con problemi concreti, sfide concrete. Vivere la propria bioregione, interagire con essa, trarre di che vivere da essa è una sorta di apprendistato per riscoprire e comprendere (toccare con mano) di nuovo il funzionamento dei meccanismi della natura (quelli veri, non quelli che vorremmo che fossero), per poi iniziare (finalmente) quel cambiamento della società, della politica, dell’economia, dell’educazione, e persino della spiritualità, che prima o poi dovrà succedere.

Qui nella Mente, Fratello,
Blu turchese


Giuseppe Moretti contadino in un piccolo podere nel mantovano. Pubblica dal 1992 la newsletter Lato Selvatico www.sentierobioregionale.org . È stato tra i membri fondatori della Rete Bioregionale Italiana (1996) prima, e Sentiero Bioregionale poi (dal 2010). Ha scritto Bacini fluviali della mente (Coyote Books 2006) e ha curato Per la terra (Ellin Selae 2007). Ha inoltre contribuito nella traduzione e alla cura dei libri di Gary Snyder: Ri-abitare nel grande flusso, (RBI/Arianna editrice 2001), L’Isola della Tartaruga (Stampa Alternativa 2004), La pratica del selvatico (Fiorigialli 2010), Nel mondo poroso (Mimesis 2013), Questo istante presente (Jouvence/Mimesis 2017); e di Peter Berg Alza la posta (Mimesis 2016).

Nostra intervista a Giuseppe Moretti su Tellus Ecopoetry

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Bioregionalismo: filosofia della possibilità | appunti di Giuseppe Moretti

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