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Niente di antico sotto il sole | Luigi Ghirri
Quodlibet 2021

di Marco Nifantani

Luigi Ghirri, scomparso prematuramente all’età di 49 anni, in piena fase creativa, è stato uno dei fotografi più significativi e influenti della fine del secolo scorso,

Lo si poteva incontrare nelle principali esposizioni fra Milano e la via Emilia, dorsale di una storia della fotografia e di una idea del paesaggio fotografico che avrà nella serie Viaggio in Italia del 1984 ed Esplorazioni lungo la via Emilia del 1986 due fra i suoi più significativi manifesti fondativi. Ma lo si poteva incontrare sulle strade della sua Emilia prima e del nostro paese poi, perennemente impegnato a dare forma a un’idea di paesaggio nutrita e filtrata attraverso riferimenti letterari e filosofici come è raro incontrare in altri fotografi della stessa epoca. Attento a cogliere non la moltiplicazione degli oggetti di una incipiente società dell’abbondanza e i suoi stroboscopici lustrini ma le possibilità di un ampliamento della percezione, necessario per rendere esplicito il legame che unisce passato e presente nella consapevolezza dell’esistenza. Fra i primi a utilizzare in modo non retorico la pellicola a colori, Ghirri amava scattare migliaia di foto riunite poi meticolosamente in una serie di raccolte, una trentina, di cui reca oggi testimonianza la Fondazione a lui intitolata e la sezione dei Musei civici di Reggio Emilia che conserva e valorizza i suoi scatti, ognuno dei quali è tessera di un più ampio racconto, di una più ampia indagine visiva.

Ghirri amava scrivere anche, per cercare di dare un fondamento teorico al suo modo di guardare il mondo che gli scorreva attorno, e per provare, come conviene a un fotografo, a definirne la trasformazione già allora veloce e straniante (anche se forse tale velocità finirà per apparire risibile a noi testimoni di questo inquieto presente).

Niente di antico sotto il sole, pubblicato da Quodlibet, ripropone il testo uscito nel 1997 da SEI e raccoglie gli articoli teorici, le recensioni dedicate ad altri fotografi a lui vicini, e le interviste, fra cui sono da segnalare quella di Gianni Celati, scrittore e amico, e di Arturo Carlo Quintavalle, fra i primi a cogliere l’originalità dello sguardo del fotografo emiliano.

Nel titolo è l’impronta di quanto Ghirri costruisce meticolosamente, articolo dopo articolo, riflessione dopo riflessione; quasi soggiogato dall’enunciato dell’Ecclesiaste “niente di nuovo sotto il sole” che diventa cartina di tornasole della sua personale ricerca fotografica, fino a ribaltarne il senso e ristabilire la vitale verità dell’esatto contrario.

Non c’è nulla di antico sotto il sole. Tutto accade per la prima volta”, recita Borges nella poesia La felicità (pubblicata nel 1981 nella raccolta La cifra ed è opportuno ricordare che la citazione termina con queste parole “ma in modo eterno”). Mi sembra che questa frasechiosa Ghirripossa contenere molti dei significati e delle motivazioni che hanno da sempre accompagnato il mio lavoro”.

E il nome dello scrittore argentino ritorna spesso in questi scritti, a cominciare dall’articolo dedicato alla suggestione dell’immagine della Terra vista dallo spazio, vero e proprio Aleph, “immagine che conteneva tutte le immagini del mondo”, potenza dell’insieme di tutti i numeri interi, al pari della rivelazione del racconto dello scrittore argentino sul luogo dove, senza confondersi, si trovano tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli possibili.

Ma se tutte le immagini diventano dunque possibili in una abnorme e simultanea moltiplicazione, qual è lo spazio di azione per la fotografia?

Certo non la fotografia dedita alla ricerca dell’effetto sensazionalistico, e neppure la fotografia che si avvita su se stessa in una irrisolta tensione fra manipolazione tecnica e intenzione artistica. Per Ghirri la fotografia mantiene la sua vocazione etica di testimonianza e la sua carica di vitale stupore, come se si trattasse di “vedere tutto per la prima volta”.

Vedere tutto per la prima volta è atto che richiede innocenza e al tempo stesso determinazione e pazienza, come nel caso dell’amato Walker Evans, il fotografo le cui immagini paiono a Ghirri mostrare “come deve essere stato l’indomani della creazione, prima che le cose si fossero abituate le une alle altre e a noi stessi”. Il suo contrario è il “luogo comune”, l’immagine codificata, lo stereotipo riconoscibile a priori che è sempre immagine mistificatoria della realtà, che la istituisce nel momento stesso in cui la celebra come dato incontrovertibile. Bene, per Ghirri lo sforzo della fotografia deve essere esattamente quello di demistificare ciò che è divenuto luogo comune, verificarne la tenuta, mostrarne i limiti: “Rivedendo nel passato, nelle strutture delle città, nelle immagini che abbiamo visto, nel nostro paesaggio, e relazionandoli con un presente possiamo distinguere: verificare, smascherare, per poi progettare un paesaggio”. Un paesaggio che diventa necessariamente il contraltare al mondo divenuto “ mostruoso e sterminato territorio dell’analogo” dentro il quale la fotografia deve diventare “un non marginale momento di pausa e di riflessione, un necessario momento di riattivazione dei circuiti dell’attenzione fatti saltare dalla velocità dell’esterno”.

Allora per tutti noi[…], cosa resta per trovare una riattivazione sensoriale dello sguardo? Con questo voglio dire, per fare in modo che il nostro modo di guardare il mondo non sia una forma di cecità di ritorno, una cecità programmata, di percezioni e sensazioni. Questo è il problema che mi pongo costantemente nello svolgere il mio lavoro”.

E dunque per Ghirri muta anche l’idea stessa di paesaggio, non luogo dove finisce la natura e inizia il mondo artificiale, ma luogo dove si determina il passaggio tra mondo conosciuto e mondo da conoscere, metafora dello sforzo di indagare il senso dello “stare al mondo” a cavallo fra epoche diverse, “sottile percezione dei diversi mondi che si stanno formando” dentro l’esperienza irripetibile di ogni essere umano.

Vedere un paesaggio come se fosse la prima e l’ultima volta è una delle dichiarazioni che ritornano con maggiore frequenza nel libro, proprio come il titolo del libro Niente di antico sotto il sole. Due anelli, diremmo, che si tengono l’un l’altro. Tutto muta e rapidamente sotto il sole e allora alla fotografia è affidata l’etica di un’indagine su questo cambiamento che continuamente accade. “Tra i fili aggrovigliati del sempre identico, della ripetizione indifferente nello spazio informe, regno dell’analogo e della quantità, la fotografia può, attraverso frammenti e intuizioni, piccoli mutamenti della luce, l’evidenza di un colore, il particolare di una facciata, le linee di un volto, uno spazio inatteso, trasformare per noi tutto questo in piccole certezze. Un insieme di piccole costellazioni da unire fra loro, per tracciare un itinerario possibile…

Per scongiurare quella perdita di paesaggio alla quale assistiamo come sparizione dello spazio noto ed esistente e per illuminare quel tanto di indicibile stupore che accompagna la nascita di ogni nuovo giorno.


Marco Nifantani, insegna Lettere alle superiori a Verbania e si dedica alla scrittura e alla narrazione oltre che alla promozione di contenuti letterari.  È stato Lettore di Lingua e letteratura italiana nelle università in Messico, Argentina e Perù. Suoi testi critici sono apparsi in riviste italiane e latino-americane, in particolare sulla storia delle idee in America Latina e sulle letterature dell’emigrazione in Italia e Argentina. È autore del romanzo “La stagione delle balene bianche” Les Flaneurs edizioni – collana natura – 2021
 
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Niente di antico sotto il sole | Luigi Ghirri

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