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QUIROGAI PERSEGUITATI | HORACIO QUIROGA
Edizioni Arcoiris

di Alfredo Zucchi

Il tema della follia percorre l’opera di Horacio Quiroga come un ossessione. È un magnete che attrae i personaggi delle sue finzioni come una fatalità – prima ancora dei suoi personaggi, attrae l’autore stesso.

Ne I perseguitati (Edizioni Arcoiris, 2014, traduzione di Giulia Zavagna) Horacio, narratore della nouvelle, si trova a discutere di manicomi e di matti in casa dell’amico Lugones, a Misiones. La chiacchierata dei due è interrotta dall’arrivo inaspettato di Diáz Vélez. Sulle prime il nuovo venuto si limita ad ascoltare senza profferire parola, fissando ossessivamente Horacio. Quando Lugones si allontana per un momento, Diáz Vélez rompe il silenzio:

In un attimo, mi raccontò stralci di aneddoti – le guance arrossate e le labbra precise e convinte. Senz’altro quegli argomenti gli erano molto più cari di quanto pensassi, e il suo ultimo racconto, riferito con profonda vivacità, mi diede a intendere che capiva i matti con una profondità non comune al mondo.” (p.19)

Diáz Vélez racconta di un amico che, in seguito a una febbre tifoidea, si ammala di manie di persecuzione. Horacio è colpito dalla lucidità e dalla perspicacia con cui Diáz Vélez affronta l’argomento. Poco dopo, Lugones gli confida che l’episodio non è altro che la storia dello stesso Diáz Vélez.

Poiché ora è intimamente sano, non sente come prima il bisogno perverso di denunciare la sua stessa pazzia, forzando quella terribile spada a doppio taglio che è il raziocinio…” (p.21)

È la capacità di Diáz Vélez di discutere lucidamente della follia – della sua stessa follia – ad attrarre Horacio in un gioco sadico di provocazioni e mimetismi: lo insegue per strada, dispone delle trappole per farlo cadere, di proposito, nella rete della persecuzione; Horacio si finge pazzo, forse a furia di pensare a Diáz Vélez lo diventa egli stesso.

Passammo un momento senza parlare, ma le mosche dell’eccitazione mi correvano senza sosta per il cervello. […] Tutte le mie idee precipitavano sovrapponendosi le une alle altre a una velocità inaudita e secondo una terribile espansione rettilinea: ognuna era un impulso incontenibile a provocare situazioni ridicole e, soprattutto, inaspettate; una voglia matta di portare fino in fondo ognuna di esse, di abbandonarla all’improvviso, seguirne un’altra, affondare le dita ben tese nei due occhi separati di Diáz Vélez, lanciare […] un grido disumano, e tutto soltanto per la voglia di fare qualcosa di assurdo – e in particolare a Diáz Vélez. Due o tre volte lo guardai fugacemente e poi abbassai lo sguardo. Dovevo avere il viso infuocato perché lo sentivo bruciare.” (pp. 37-38)

Quiroga racconta la follia col piglio deciso del vissuto, dell’esperienza diretta e personale di chi è stato pazzo o sta per diventarlo. Di fatto la follia, ne I perseguitati, non è un caso clinico ma una possibilità che si manifesta improvvisamente, in cui ogni uomo potrebbe cadere, in qualsiasi momento. Ogni presunta guarigione di Diáz Vélez è accompagnata dalla sua capacità di analizzare lucidamente la propria malattia; ogni sua ricaduta sembra mostrare che invece è proprio la lucidità, il discorso raziocinante, a provocare la follia ad apparire.


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#speciale Horacio Quiroga: I perseguitati

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