La pratica del selvatico
di Gary Snyder
Piano B Edizioni 2025 trad. di Simona Moretti
La prima cosa che mi viene da dire per commentare brevemente questo libro di Gary Snyder è che non vi può essere testimonianza così vivida senza che nasca da un’intera vita vissuta a contatto con la terra, con le foreste, con i venti delle montagne e i silenzi delle paludi. Gary Snyder, poeta, ambientalista, filosofo ecologista, ci offre uno spazio di relazione simbiotica fatto di pensieri lenti, esperienze e domande essenziali: come possiamo imparare a stare davvero in relazione profonda con il mondo naturale.
Fin dall’infanzia, cresciuto tra le grandi conifere del Pacifico nord-occidentale, Snyder ha conosciuto sia la bellezza che la distruzione. Ha vissuto l’avanzare della mano dell’uomo sulla sua terra e ne ha tratto una visione insieme lucida e compassionevole, che si è nutrita negli anni di spiritualità orientale, ecologia, studio delle culture native e un uso poetico della parola.
La wilderness “selvatichezza” termine dall’ampia portata simbolica, è infatti non un’idea romantica né una riserva lontana da proteggere: è una qualità viva, che attraversa le montagne e anche il nostro vivere.
Nella prefazione, il poeta statunitense Robert Hass ricorda l’impatto che Snyder ha avuto sul pensiero ambientale americano, con l’enfasi su un modo di vedere il mondo in cui il linguaggio stesso diventa un “sistema selvatico”.
È una visione che dialoga con molti autori, da John Muir a Claude Lévi-Strauss, e quando definisce l’arte come “zona selvatica dell’immaginazione” ancora sopravvissuta dentro le menti civilizzate mi ricorda l’etica della terra di Aldo Leopold, ossia quella difesa civica della terra come casa di comunità.
Anche il corpo, dice Snyder, conserva una sua selvatichezza, oserei dire una sua ingenuità minima di senso: nei gesti dell’amore, nella nascita, nell’arte. Lo sguardo poetico è sempre anche fisico.
In questo senso, La pratica del selvatico affianca e prosegue la riflessione di scrittori come Henry David Thoreau, di cui Snyder raccoglie l’eredità, ma la spinge oltre, verso una consapevolezza ecologica radicata sia nel mondo fisico che in quello spirituale. Cita maestri zen, ma anche Dōgen (il filosofo e fondatore della scuola Sōtō dello Zen giapponese), e guarda con rispetto profondo alle culture indigene, spesso dimenticate o ridotte a simbolo. Per Snyder, invece, quelle culture, con le loro lingue, cosmologie, gesti quotidiani, sono vive, presenti, necessarie.
Il passaggio intitolato Il patto nel primo capitolo Il galateo della libertà, di cui a seguire potete leggere un estratto, ne è una testimonianza. Racconta un incontro con Louie, un anziano Nisenan che rifiuta di incontrare l’unica altra persona che parla la sua lingua. Una scelta che, per chi legge da fuori, può sembrare inspiegabile. Ma che diventa comprensibile quando si accetta la logica profonda di chi non vuole sacrificare la propria dignità in nome di un’astratta salvezza culturale. Il “patto”, in quel contesto, è sì un simbolo in questo senso ma anche una forma di coerenza, un modo di custodire il proprio mondo anche quando sembra destinato a sparire, un attaccamento, un segno di appartenenza solida che ci definisce.
Nel racconto, Snyder riflette su ciò che possiamo imparare dalla natura e dai suoi ritmi. Il coyote non tradisce lo scoiattolo, e la lepre sa che deve guardarsi attorno prima di attraversare un campo. La vita selvatica è spietata, ma non è crudele. Segue una forma, un ordine, una legge non scritta. È proprio questa eleganza nascosta che può ancora insegnarci qualcosa: come vivere senza sfruttare, come ridurre la sofferenza, come stare nel mondo con rispetto ma soprattutto come non conoscere solo attraverso lo sguardo del limite.
La pratica del selvatico è un libro denso, leggendo consiglio delle pause, di guardare fuori e immaginare.
Offre un sentiero, o meglio: molti sentieri, da percorrere senza fretta. Offre direzioni in cui guardare. Non ci sono risposte facili, ma ci sono visioni profonde.
Per concessione della casa editrice pubblichiamo un estratto dal primo capitolo: Il galateo della libertà
Il patto
Un pomeriggio di giugno, all’inizio degli anni Settanta, camminavo tra l’erba dorata e crepitante verso una capanna rustica ma ordinata, posta all’estremità di un ranch vicino al bacino meridionale del fiume Yuba, nel nord della California. Non aveva porta né vetri alle finestre e sorgeva all’ombra di un’enorme quercia nera. Il mio amico, uno studente di lingua e letteratura nativa californiana, varcò la soglia di quella che sembrava una casa abbandonata. Accanto al tavolo di legno spoglio, con una tazza di caffè in mano, sedeva un vecchio indiano robusto e dalla chioma grigia. Ci fece entrare, salutò il mio amico e ci offrì solennemente caffè solubile e latte condensato. Disse che stava bene, e che non sarebbe mai più tornato in un ospedale per veterani. D’ora in avanti, se si fosse ammalato, sarebbe rimasto dov’era. Preferiva stare a casa sua. Parlammo per un po’ della gente e dei luoghi del versante ovest della Sierra Nevada settentrionale, il territorio dei Concow e dei Nisenan. Alla fine il mio amico gli diede la buona notizia: «Louie, ho trovato un’altra persona che parla il Nisenan». A quel tempo non c’erano forse più di tre persone ancora in vita che parlavano quella lingua, e Louie era una di quelle. «Chi è?» chiese Louie. Lui gli disse il nome. «È una donna che vive dalle parti di Oroville. Posso portarla qui, potreste parlare». «La conosco bene» rispose Louie, «e non vorrà venire fin qua. Credo che neppure io dovrei vederla; le nostre famiglie non sono mai andate d’accordo». Quella risposta mi lasciò senza parole. Ecco un uomo i cui la pratica del selvatico princìpi valevano più della minaccia di un’estinzione culturale. Per noi bianchi, empatici e ben intenzionati, una risposta del genere è quasi incomprensibile. Nel mondo della sua gente, invece, mai sovrappopolato e ricco di cervi, salmoni, ghiande e piume di picchio, essere fedeli a tale purezza, restare intransigenti su questioni famigliari o di clan era ancora un lusso sostenibile. Tra Louie e l’anziana donna Nisenan c’erano questioni più importanti del fare conversazione. Credo che per loro si trattasse di rispettare la propria dignità, l’orgoglio e il proprio modo di vivere – a prescindere dalle difficoltà in cui potevano trovarsi – fino alla fine. Il coyote e lo scoiattolo non infrangono il patto che c’è fra di loro: uno è il cacciatore e l’altro la preda. In natura, un cucciolo di lepre dalla coda nera ha forse una sola possibilità di attraversare un campo senza guardarsi attorno. Non ne avrà una seconda. Più è affilato il coltello e più netta è l’incisione. Siamo in grado di apprezzare l’eleganza delle forze che plasmano la vita e il mondo e che hanno modellato ogni linea del nostro corpo – denti e unghie, capezzoli e sopracciglia. Sappiamo che dobbiamo provare a vivere senza provocare sofferenza inutile, non solo agli esseri umani ma a tutte le creature. Dobbiamo cercare di non essere avidi o di sfruttare gli altri. C’è già abbastanza dolore nel mondo. Queste sono le lezioni del selvatico. E la scuola dove possiamo apprenderle – i regni del caribù e dell’alce, dell’elefante e del rinoceronte, dell’orca e del tricheco – si riducono di giorno in giorno. Le creature che hanno viaggiato con noi attraverso i secoli appaiono ora condannate, perché il loro habitat – e il vecchio, vecchissimo habitat degli uomini – sta cedendo davanti alla lenta esplosione delle economie mondiali in espansione. Se tra noi c’è il ragazzo o la ragazza che sa dove si nasconde il cuore segreto di questo Mostro della Crescita, che ci dica dove scagliare la freccia che lo rallenterà. E se questo cuore segreto resterà tale, e il nostro lavoro sarà sempre il galateo della libertà più difficile, io per primo continuerò a lavorare, giorno dopo giorno, per la natura selvaggia.
