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La sfida di Gaia. Il nuovo regime climatico
di Bruno Latour
traduzione di Donatella Caristina
Meltemi, 2020

Gaia non è il Globo, né la Madre Terra; non è una dea pagana e neppure la Natura così come l’abbiamo immaginata finora. Eppure, a causa degli effetti imprevisti della storia umana, quel che chiamavamo Natura abbandona ora le quinte e sale sulla scena. L’aria, gli oceani, i ghiacciai, il clima, il suolo: tutto quel che abbiamo reso instabile interagisce con noi. La vecchia Natura scompare e lascia il posto a un essere di cui è difficile prevedere le manifestazioni: Gaia. In questo libro sconvolgente come una profezia, Bruno Latour, fra i massimi antropologi contemporanei, esamina le innumerevoli e ambigue figure di Gaia per districare gli aspetti etici, politici, teologici e scientifici che la nozione ormai obsoleta di Natura aveva confuso, alla ricerca di una rinnovata solidarietà universale.

Per concessione della casa editrice vi proponiamo la lettura di un estratto (pp 125-134)
Tutti i diritti riservati

Il nome “Gaia” non è meno sorprendente di “Lovelock”. Abbiamo letto tutti Il signore delle mosche, la storia di alcuni giovani collegiali britannici naufragati su un’isola deserta da cui non possono più fuggire, al pari di noi dal nostro pianeta blu, e in cui discendono a poco a poco la china scivolosa che conduce alla barbarie1. Ora si dà il caso che l’autore, William Golding, fosse vicino di casa di Lovelock in un piccolo villaggio del Wiltshire dal delizioso nome di Bowerchalke, e che sia proprio a Golding che Lovelock debba la sua teoria2. Non nuoce alla reputazione dello scrittore supporre che – quando, dopo qualche birra in un pub, suggerì il nome “Gaia” – in realtà non rileggesse Esiodo da un bel po’. Se lo avesse fatto, avrebbe saputo che scagliava sulla teoria del suo amico una maledizione a cui non sarebbe mai potuta sfuggire completamente.

È che Gaia, Ge, Terra, non è una dea propriamente detta, ma una forza che proviene dall’epoca antecedente agli dèi. “Nella Teogonia di Esiodo – scrive Marcel Detienne – Terra è una grande potenza degli inizi3”. Prolifica, pericolosa, saggia, l’antica Gaia emerge in grandi spargimenti di sangue, vapore e terrore in compagnia di Caos ed Eros.

Dunque, per primo fu Caos, e poi
Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti
gli immortali che tengono la vetta nevosa d’Olimpo,
[…] poi Eros, il più bello fra gli immortali […].
Gaia per primo generò, simile a sé,
Urano stellato […]
Teia Rea Temi e Mnemosine
e Foibe dall’aurea corona, e l’amabile Teti;
e dopo di questi, per ultimo, nacque Crono dai torti pensieri,
il più tremendo dei figli, e prese in odio il gagliardo suo
[genitore.4

Chi è quindi Gaia, la Gaia della mitologia? Impossibile rispondere a questa domanda, senza procedere anche con lei con la stessa modalità che abbiamo imparato ad adottare nella conferenza precedente: stilare innanzitutto la lunga lista dei suoi attributi al fine di trovarne l’essenza. Come per tutti gli esseri, ma più in particolare ancora per quei personaggi mutevoli che i racconti mitici non smettono di mescolare, la sua competenza – ciò che è – si deduce dalle sue prestazioni – ciò che fa5. E queste sono molteplici, contraddittorie, confuse a piacimento. Gaia ha un migliaio di nomi. Quel che è sicuro è che non è una figura dell’armonia. Non c’è nulla di materno in lei, altrimenti dovremmo rivedere del tutto ciò che intendiamo con “Madre”! Se richiedesse rituali, questi non sarebbero sicuramente le simpatiche danze New Age inventate più tardi per celebrare la Gaia postmoderna6.

Giudichiamo noi stessi, è Gaia la prima a inventare l’orribile stratagemma che le consentirebbe di disfarsi del peso di suo marito Urano:

Il mondo sarebbe rimasto in questo stato se Gaia, indignata per una esistenza così ristretta, non avesse immaginato una perfida astuzia, che avrebbe cambiato il volto delle cose. Ella crea il bianco metallo, l’acciaio, ne fa una roncola; esorta i suoi figli a castrare il loro padre. Tutti esitanti e tremanti, salvo il più giovane, Crono, il Titano dal cuore audace e dalla subdola astuzia.7

Nel racconto di Esiodo Gaia ricopre al contempo il ruolo di potenza terrificante e di astuta consigliera. La sua astuzia si manifesta innanzitutto nel fatto che non commette mai crimini abominevoli da sola, ma avvalendosi sempre di coloro nei quali ha instillato il sentimento di vendetta. Non smette di istigare la sua immensa progenie di mostri e dèi ad assassinarsi gli uni gli altri! E tuttavia, dopo avere trascinato i membri della sua famiglia in conflitti terribili, a quelli stessi contro cui ha tramato – Urano, Crono, Zeus – prodiga poi consigli con le sue divinazioni (si dice sia protomantis, la “prima profetessa8”), di modo che finiscono con l’uscirne vincitori.

A tre riprese, Terra dà consigli decisivi […]: fa comprendere, indica con parole più che con segni, è capace anche di “dire tutto chiaramente” quando serve, ma sempre prevede, previene, concepisce le strategie [desseins] che orientano il corso delle cose in maniera decisiva.9

Potenza ctonia, dalla pelle scura e la chioma nera, tetra, dopo avere incitato suo figlio Crono a tagliare con una “roncola in acciaio dai denti aguzzi” i genitali di suo marito Urano, non si ferma qui. Con la complicità di Rea, Gaia convince Zeus a battersi contro il suo stesso padre e a sconfiggerlo. Ma ecco che s’ingegna di mobilitare il suo figlio più giovane, Tifone – un mostro dalle cento teste di serpente –, per distruggere l’impero del figlio di Rea, Zeus. È l’Olimpo ad avere la meglio, ma i poveri umani sono ormai vittime dei venti, delle tempeste e dei cicloni di Tifone. Gaia, considerata dal punto di vista degli dèi olimpici – le divinità ultime arrivate –, è una figura di violenza, di genesi e astuzia, una figura sempre antecedente e contraddittoria. Se è legata all’ordine e alla legge, a Temi, questo vincolo è tuttavia forgiato all’insegna della violenza e dei sismi, ma soprattutto della duplicità. Come dice Detienne, fa il bello e il cattivo tempo.

E fu Gea a ideare il sotterfugio della pietra avvolta in fasce al posto dell’ultimo nato, nascosto nel fondo di una caverna a Creta, nell’attesa di diventare Zeus. Lungo tutta questa “archeologia” del mondo divino, Gea dà prova della capacità di conoscere ciò che sta per accadere: apprezza il presente in funzione del futuro che lo abita, prefigurando in tal modo il buon consiglio e la prudenza accorta che caratterizzeranno l’azione di Temi, in molti momenti della carriera di Zeus e, in particolare, quando Terra, questa volta supplice, verrà a lamentarsi della proliferazione della specie umana e della sua empietà crescente sul suo “ampio petto”.10

Colei che lamenta l’empietà e la proliferazione eccessiva degli umani non è sicuramente pia. Inoltre, gli archeologi hanno incontrato grosse difficoltà nel reperire i suoi altari, sepolti come sono in caverne profonde, sotto le rovine di templi eretti molto più tardi in onore di divinità più appropriate e meglio celebrate11.

Quel che è vero del personaggio mitologico lo è anche della teoria che porta il suo nome. Sì, senza alcun dubbio, c’è una maledizione legata alla teoria di Gaia. Del resto, quante volte mi è stato detto di non ricorrere a questo termine e di non confessare ad alta voce che m’interesso ai libri di Lovelock – tant’è vero che ho scritto un’opera teatrale sul tema e, a coronamento del tutto, ho incentrato su questo personaggio la presente serie di conferenze! “Non può comunque prendere in seria considerazione – mi direte – le farneticazioni pseudoscientifiche di un vecchio inventore indipendente che afferma seraficamente alla televisione che sette ottavi dell’umanità saranno ben presto eliminati perché, come un nuovo Malthus, sostiene di avere calcolato la ‘capacità portante’ del pianeta Terra – 300 milioni circa; e confessa apertamente, inoltre, che per lui non cambia nulla in ogni caso, perché morirà lontano, al di sopra della Terra, su un razzo, durante un viaggio nello spazio, grazie a un biglietto gratuito che gli è stato offerto in premio da uno sponsor, nientemeno che Richard Branson12! Suvvia, questo miscuglio di scienza e intuizioni vagamente spiritualiste non può essere il centro di una nuova visione della scienza, della politica e della religione. Che stupida idea compararlo al nostro grande, al nostro straordinario Galileo.”

Una delle ragioni per cui ho resistito a questi avvertimenti è che non sono del tutto sicuro di quel che i miei detrattori avrebbero detto se fossero vissuti nel 1610, a seguito della lettura del Sidereus Nuncius pubblicato da un bizzarro ingegnere barbuto che si firmava Galileo13. Dopotutto, un matematico che farnetica su Dio, la Terra, la Luna, la Chiesa, la Bibbia e il destino umano, che compara la Terra e i pianeti a palle da biliardo, e al contempo dedica la sua opera a uno dei Medici con perfetta piaggeria, con ogni probabilità non sarebbe stato accolto da loro, all’epoca, in maniera assai più favorevole14. Richard Branson non è il duca dei Medici, certamente, ma fra le due cosmologie c’è una simmetria inversa così impressionante che sono deciso a esplorare. In entrambi i casi, quel che è in discussione è il movimento, il comportamento della Terra nonché il destino di coloro che l’abitano e che affermano di conoscerla: quanto basta per prendere entrambi sul serio.

Se c’è una maledizione che pesa sulla teoria di Gaia è quella che il modernismo ha introdotto nella questione, imponendosi sempre di trattare il nostro rapporto col mondo secondo lo schema Natura/Cultura che abbiamo cercato di sfatare nelle due conferenze precedenti. Questo schema è, esso stesso, in gran parte, erede della scoperta che si può designare, per semplificarla, galileiana15. Una volta introdotta in fisica per ragioni innanzitutto squisitamente pratiche, la distinzione fra qualità primarie e qualità secondarie ha cominciato quindi a proliferare in ogni dominio. Se era indispensabile per Galileo rimuovere tutti i comportamenti dai corpi per mantenere solo il loro movimento, non c’era alcuna ragione per trasformare questa pratica in una filosofia generale e ancora meno nella politica di una Terra senza comportamento alcuno. Quel che era solo un espediente pratico per Galileo si trasforma in un fondamento metafisico nelle mani di Locke, Descartes e dei loro successori16.

È proprio da questa generalizzazione indotta che proviene la strana operazione che ha permesso di disanimare una sezione del mondo, dichiarata oggettiva e inerte, e di sovranimarne un’altra, ritenuta soggettiva, cosciente e libera. È questa strana distribuzione – quel che Whitehead ha chiamato biforcazione della natura17 – che pesa, quattro secoli dopo, su ogni interpretazione della teoria di Gaia. È perché Gaia non trova posto nello schema Natura/Cultura – non più di quanto la Terra in movimento di Galileo ne trovasse nel cosmo medievale – che bisogna prendere qualche precauzione per giudicarla. In un certo senso, è Locke contro Lovelock! Non ci affrettiamo a concludere il processo a quest’ultimo a suo svantaggio, allo stesso modo in cui ci affrettiamo a chiudere a suo favore, ma sempre a posteriori, quello di Galileo! Stavolta dobbiamo formarci un’opinione senza il beneficio del giudizio retrospettivo della storia.

Potrei facilmente sfuggire alla maledizione sostenendo che il nome di una teoria non ha alcuna importanza e che, dopotutto, gli scienziati seri evitano il più possibile il nome di Gaia, preferendole l’eufemismo “scienze del sistema Terra”. Ma equivarrebbe a barare e passare da un personaggio ambiguo a un altro ancora più difficile da definire. “Sistema”, che razza di animale è mai questo? Un Titano? Un Ciclope? Qualche divinità perversa? Evitando il vero mito, cadremmo nel falso18. Mito e scienza, lo sappiamo bene, parlano lingue che sono distinte solo in apparenza, ma – non appena ci avviciniamo a questa zona metamorfica che abbiamo appreso a individuare – iniziano a scambiarsi i loro tratti, per riuscire a esprimere, a estendere, quel che vogliono dire. “Non esiste altro mito puro se non quello dell’idea di una scienza purificata di ogni mito”, avrebbe detto Serres19.

No, dobbiamo fare per la teoria scientifica di Gaia quel che le magnifiche opere degli ellenisti ci hanno insegnato a fare per personaggi mitologici come l’antica Ge. Come sempre, dobbiamo sostituire ciò che gli dèi, i concetti, gli oggetti e le cose sono con ciò che fanno. Per lanciare la Terra in movimento nell’universo infinito, Galileo deve mischiare ovviamente tutto ciò che ha a che fare con Dio, principi, autorità, forma dei corpi e anche, come sappiamo, l’elegante stile italiano20. Lo stesso vale per Lovelock quando cerca di rimpatriare questa stessa Terra in un cosmo finito. Per tradurre in una lingua più o meno comprensibile questa agency che fa sì che la Terra abbia un comportamento – ossia appaia a un occhio esterno come dotata di un involucro sensibile e corruttibile –, l’inventore deve, anch’egli, mischiare tutto, rimescolare le metafore perché s’incastrino in maniera diversa e si finisca col fare dire loro qualcosa di completamente differente. Lovelock e Galileo esitano entrambi. Si contraddicono? Sì, certamente: passare dalla natura al mondo è sempre immergersi nella metafisica, seppellire le consuetudini della loro disciplina – per Galileo la meccanica, per Lovelock la chimica – in un’altra cosa più attiva, più aperta, anche più corrosiva.

Ma il problema di Lovelock è nuovo: come parlare della Terra senza assumerla come un tutto già composto, senza aggiungerle una coerenza che non ha e, tuttavia, senza disanimarla, rappresentando gli organismi che mantengono in vita la fine pellicola delle zone critiche come meri passeggeri inerti e passivi di un sistema psicochimico? Il suo problema è infatti comprendere in che termini la Terra sia attiva, ma senza aggiungerle un’anima; e capire anche quale ne sia la conseguenza immediata: in che senso interpretare il fatto che retroagisce alle azioni collettive degli umani? Prima di condannarlo, dobbiamo valutare quanto sia inedito questo problema, poiché, per parlare della “natura”, Lovelock non ha a sua disposizione altro che la metafisica ereditata da Galileo: questa “natura” di cui ora sappiamo che è solo la metà di una definizione simmetrica della cultura, della soggettività e dell’umanità, e che veicola da moltissimi secoli tutto un mucchio confuso di morale, politica e teologia di cui non ha mai potuto disfarsi. Lovelock non è né filosofo né letterato. È un inventore autodidatta. Deve riparare tutto da solo. Ma quel che è riuscito in definitiva a costruire alla bell’e meglio è una versione della Terra che è interamente di quaggiù. Diciamo che, per studiare la Terra, bisogna ritornare sulla Terra.

Come vedremo ben presto, malgrado le numerose incertezze della prosa di Lovelock, Gaia riveste un ruolo assai meno religioso, assai meno politico, assai meno morale della concezione della “natura” così come emergeva all’epoca di Galileo. Il paradosso di questa figura che stiamo cercando di affrontare è che è stato conferito il nome di una divinità primitiva, proteiforme, mostruosa e impudica a quella che è probabilmente l’entità meno religiosa prodotta dalla scienza occidentale. Se l’aggettivo “secolare” significa “che non implica alcuna causa esteriore né fondamento spirituale” e quindi pienamente “di questo mondo”, allora l’intuizione di Lovelock può essere ritenuta interamente secolare. Sfortunatamente, “secolare” evoca soltanto il contrario di “religioso”; “profano” non ha senso se non in rapporto con “sacro”; quanto a “pagano”, è un termine di esclusione che non ha significato se non per i missionari. Bisognerebbe potere intendere mondano nel senso inglese di earthly21. Se non esiste infatti un termine adeguato, è perché in effetti la situazione è nuova.

Nel resto di questa conferenza vorrei concentrarmi su due caratteristiche di Gaia particolarmente sorprendenti: innanzitutto, il suo essere composta di agenti che non sono né dis-animati né sovra-animati; in secondo luogo, contrariamente a quel che sostengono i detrattori di Lovelock, l’essere costituita di agenti che non sono prematuramente unificati in un’unica totalità agente. Gaia, la fuorilegge, è l’antisistema22.


1 W. Golding, Lord of the Flies, Perigee Books, New York 1954; tr. it. di F. Donini, Il signore delle mosche, Aldo Martello, Firenze 1958.
2 Episodio sovente riportato da J. Lovelock nella sua autobiografia e in numerose interviste. Cfr. J. Lovelock, Homage to Gaia, Oxford University Press, Oxford-New York 2000; tr. it. di I.C. Blum, Omaggio a Gaia, Bollati Boringhieri, Torino 2002.
3 M. Detienne, Apollon le couteau à la main, Gallimard, Paris 1998; tr. it. di F. Tissoni, Apollo con il coltello in mano, Adelphi, Milano 2002, p. 216.
4 Esiodo, Teogonia, tr. it. di G. Arrighetti, Rizzoli, Milano 1984, pp. 70-73.
5 È con questo modo di ricostruire pezzo dopo pezzo il campo semantico, i rituali, le testimonianze archeologiche dei personaggi divini e dei concetti, senza interessarsi alla loro sostanza ideale, che i grandi esegeti della scuola francese hanno potuto strappare l’antropologia della Grecia antica allo sterile accademismo. Ciò che vale per l’antica Gaia della mitologia vale ancora di più per la Gaia scientifica.
6 B. Taylor, Dark Green Religion, University of California Press, Berkeley 2010; J. Galinier, A. Molinié, Les néo-indiens, Odile Jacob, Paris 2006.
7 Cfr. Prefazione in Esiodo, Teogonia, a cura di J.-P. Vernant, Rivages, Paris 1981.
8 M. Detienne, Apollo con il coltello in mano, cit., p. 211.
9 Ivi, p. 216.
10 Ivi, p. 217.
11 Ivi, pp. 218-219.
12 Per una presentazione in inglese di Lovelock cfr. Doomsday Pending?, puntata di The Hour, Canadian Television, youtube.com/watch?v=sRQ-NqaYFzs.
13 Nella conferenza VI tornerò su questa data del 1610. Sulla ricezione di questo testo cfr. M. Biagioli, Galileo Courtier, University of Chicago Press, Chicago 1993.
14 Il groviglio di politica, religione, diplomazia e competizione accademica è studiato approfonditamente in relazione alla scienza nascente dell’economia in M. Biagioli, Galileo’s Instruments of Credit, University of Chicago Press, Chicago 2006.
15 È il significato che ha dato al termine E. Husserl in Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie [1936], bd. VI, hrsg von W. Biemel, M. Nijhoff, L’Aia 1954; tr. it. di E. Filippini, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, a cura di W. Biemel, il Saggiatore, Milano 1972.
16 Un ottimo recupero recente di questa storia è presente in D. Debaise, L’appât des possibles, cit.
17 Cfr. A.N. Whitehead, Il concetto di natura, cit., e gli indispensabili commentari di I. Stengers, Penser avec Whitehead, Éditions du Seuil, Paris 2002.
18 Riprenderò la questione del “sistema Terra” nelle sue due accezioni opposte – connessione o totalità – alla fine della conferenza successiva.
19 M. Serres, Hermès III. La traduction, cit., p. 259.
20 G. Galilei, Dialogo sui massimi sistemi [1632], a cura di F. Brunetti, Laterza, Roma-Bari 1963.
21 Sfortunatamente, come vedremo nella conferenza VI, il “secolare” è come una birra analcolica, è il religioso senza la religione. Ora, Gaia va oltre. “Mondano” sarebbe un bel termine, ma se l’inglese ha mantenuto “mundane”, a fianco di “earthly”, noi associamo piuttosto “mondano” a “mondanità”.

22 Come mi ha fatto notare Oliver Morton (comunicazione personale del 21 giugno 2015), è quel che collega Lovelock alla tradizione di A.G. Tansley, The Use and Abuse of Vegetational Concepts and Terms, in “Ecology”, vol. XVI, n. 3, 1935, pp. 284-307. Per l’ideatore della nozione di “ecosistema”, allo stesso modo, la sequela sistematica delle connessioni non implica alcun olismo.

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La sfida di Gaia di Bruno Latour

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