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lettori selvaggiLettori selvaggi. Dai misteriosi artisti della Preistoria a Saffo a Beethoven a Borges la vita vera è altrove
Giuseppe Montesano
Firenze, Giunti, 2016

 di Antonio Russo De Vivo


Montesano lo ricordo, tra la fine del Novecento e l’inizio degli anni Zero, come narratore di quelli – pochi – da antologizzare e da studiare. Giulio Ferroni, critico che di rado scrive di contemporanei, a proposito dell’antologia Disertori. Sud: racconti dalla frontiera (Einaudi, 2000), ebbe per lui parole importanti:

[…] e mi pare che mai si raggiunga quella carica deformante e bizzarra, quella stravolta controepica infernale che ha saputo toccare uno dei migliori narratori della nuova generazione ‘napoletana’, Giuseppe Montesano, che non è presente nell’antologia. Il romanzo di Montesano apparso nel 1999 Nel corpo di Napoli (Mondadori) costituisce in effetti una delle prove più essenziali della nuova vitalità della narrativa meridionale: vera e propria discesa agli inferi, in un sottosuolo napoletano metaforico e reale, abitato da personaggi bislacchi, voraci e violenti, da distruttive megalomanie e da pedestri volgarità, di cui l’impasto linguistico segue le più varie sfumature. Vi si svolgono, tra le viscere surreali e pullulanti della città, le avventure di un gruppo di scioperati giovani piccolo borghesi, ubriachi di cultura ‘negativa’, tra Sade, Nietzsche e Rimbaud, che sovrappongono, con esiti grotteschi, i miti di quella cultura, l’aspirazione ad afferrare la ‘vita’ in tutta la sua energia, allo slabbrato carnevale napoletano, al teatro popolare, criminale e apocalittico, al mondo alla rovescia che vi si mette continuamente in scena”.

Tra il 1996 e il 2005 pubblicò tre romanzi e una raccolta di racconti: A capofitto (Sottotraccia, 1996); Nel corpo di Napoli (Mondadori, 2001); Di questa vita menzognera (Feltrinelli, 2003) e Magic People (Feltrinelli, 2005). Del 2007 è un’opera dedicata al suo autore-feticcio: Il ribelle in guanti rosa: Charles Baudelaire (Mondadori). Poi più nulla.

Nel 2016, dopo anni di silenzio, Montesano torna con un’opera colossale: Lettori selvaggi. Dai misteriosi artisti della Preistoria a Saffo a Beethoven a Borges la vita vera è altrove (Giunti). Oltre millenovecento pagine. La letteratura (e non solo) raccontata dalla preistoria fino a Houellebecq e Foster Wallace. Un’opera che potrebbe sembrare presuntuosa se dalla prima pagina non emergesse la passione pura per la lettura. Non ci sono pretese critiche: Lettori selvaggi è un libro sui libri che inocula nel lettore la medesima passione dell’autore, è un’opera di contagio, seduce e ammal(i)a.

In prima pagina un paio di frasi sulla “lettura” ed è subito immersione:

Leggere vuol dire evocare apparizioni che ci mostrano tutte le vite che potremmo avere, e tutti i mondi che ci sono dentro il mondo”.

leggere è una delle poche armi rimaste a chi non voglia soccombere all’onnipresente sistema della menzogna che cambia persino il senso delle parole”.

Nulla di nuovo, ma è bene ricordarlo e poi ci sono modi e modi per dire le cose. Dopodiché troviamo alcune parole chiave per una comprensione e guida al libro: Lettori selvaggi è “mappa personale”, “autobiografia di tutti”, “romanzo collettivo”; non necessita di una lettura lineare, ma si presta alla consultazione, al salto.

Alla fine c’è una Biblioteca ideale e “possibile”, e qui una definizione meravigliosa dei “lettori selvaggi”:

ricordando la frase di Novalis per cui ogni lettore è un filologo e sapendo che leggere per vivere non è un passatempo, ma un agire attraverso la contemplazione con il quale i lettori selvaggi educano se stessi: andando con la massima logica lungo le strade sbagliate e con la massima dissennatezza lungo le strade giuste, e arrivando a quel mondo dell’immaginazione reale le cui regole abissali sono sempre uguali ma le cui manifestazioni concrete sono sempre in metamorfosi”.

(p. 1701)

Nel mezzo i libri, o meglio le narrazioni, perché i libri non sono solo oggetto di intrattenimento ma anche semi gettati nella Storia, come i testi sacri o Marx o Freud o tanto altro.

Io intanto continuo a nuotare – e lo farò a lungo – in quest’opera di bellezza e intelligenza e di cultura sontuosa, a tutti accessibile e a tutti consigliata.


ESTRATTO PER GENTILE CONCESSIONE DELLA CASA EDITRICE

[…] Á la recherche du temps perdu è la storia di una società e dei suoi meccanismi; è la storia di un Io che ritrova la pienezza di sé sull’orlo dell’estrema perdizione; ed è la storia di come le parole disposte in frasi possano modellare le cose più evanescenti lasciandosi impregnare da esse. In Proust ci sono più stili al lavoro, al punto da far sembrare a tratti che a scrivere la Recherche sia stato un gruppo e non un individuo. Lo stile non è unico: Proust sa essere secco e crudele, poi liberty e sinuoso, poi ironico e comico, poi oppiaceo e floreale, poi teoretico e acuminato, poi sociale e sociologico: e bisognerà assecondare senza resistenze questo moto sussultorio che percorre la Recherche, questo miscuglio inestricabile e spesso sfalsato e trascolorante in cui la massima evidenza sensibile e la massima asprezza concettuale si intrecciano, questo allargarsi dell’onda in un maroso immane che un attimo dopo può ridursi a un solo fiocco di spuma che ritorna acqua trasparente e poi cupa e poi ricomincia a formare onde e spume. Bisognerebbe entrare in Proust con attenzione: quel tessuto mobile di frasi chiede che tutti i sensi siano allertati e le facoltà siano sveglie, ma allo stesso tempo chiede alla svegliezza di scendere in un liquido amniotico della percezione psichica, in un buio denso di fosforescenza: qualcosa che è necessario assorbire con i pori, nel sonno e nel sogno, come gli odori di un corpo amato. E bisognerà leggere tutto, perché i dettagli sono in Proust il luogo in cui si concentra il fuoco della lente, un microcosmo che racchiude un macrocosmo: ma bisognerà anche imparare a non lasciarsi sopraffare dal dettaglio. Sarebbe necessario modellare se stessi come gli ascoltatori di una musica molto complessa, quel genere di musica che si volge e si svolge e ritorna da dove era iniziata ma con riflessi nuovi dai quali ricomincia, come la musica di Wagner: e conservare nella memoria l’eco di ciò che è accaduto prima mentre accade qualcosa ora, per ritrovarlo e risentirlo, potenziato fino all’insostenibile trecento o mille pagine dopo: solo allora il dettaglio brillerà della sua vera luce, solo chi non avrà cancellato dalla memoria il sussurrare di armonici del Longtemps con cui si apre la Recherche sentirà fino alla feccia e all’esaltazione il Temps su cui si arresta e si prolunga come su un cupo colpo di timpani il viaggio alla ricerca del sé perduto. Ma la Recherche è anche, e forse soprattutto, una immensa spettrografia dei rapporti sociali nell’era della Modernità: un modello di analisi di relazioni oppressive e sfruttamento dell’altro, di parassitismo psichico e di violenza interiore, di aggressività travestita da civilizzazione. In Proust non c’è nemmeno un grammo di sentimentalismo, ma sempre il microscopio aperto su sensi e sentimenti; e c’è il salotto, ma un salotto in cui dietro il chiacchiericcio la società porta avanti una guerra intestina in cui la sopraffazione tra gli individui giunge al culmine; e in Proust c’è, ossessivo e onnipresente, l’amore: ma come un evento che non è una facile soluzione, ma è l’inizio di un enigmatico e fascinoso problema, in cui si scontrano la fisiologia e ciò che si definisce cultura. Proust parla della trama sociale in cui l’individuo conta per ciò che possiede e per come appare, e ricostruisce il meccanismo della violenza coercitiva del vivere con gli altri secondo una visione che a Sartre faceva dire «l’inferno, sono gli altri»: quel meccanismo è vivisezionato da Proust con lucidità estrema, ma anche con l’ambigua sospensione che impedisce alla lucidità di diventare totalitaria, distruggendo così le complessità dell’oggetto rea le. Nell’intransigente Maestro della Recherche non c’è nessun estetismo d’accatto o culto della «bellezza», sotto il cui orpello gli scrittori piccolo-borghesi mascherano il loro sentimentalismo cinico, e per saperlo basterebbe ascoltare il Maestro Marcel par lui­-même: «Accade così per tutti i grandi scrittori: la bellezza delle loro frasi è imprevedibile, come la bellezza d’una donna che ancora non conosciamo; è creazione, perché si applica a un oggetto esterno cui essi pensano – invece che a se stessi – e che ancora non hanno espresso…». Come riassumere meglio la potenza di invenzione in cui lo scrittore improvvisa su ciò che affiora inconscio, e insieme la potenza logica che lo spinge verso l’oggettività anche se ci racconta di come la madre rimboccava le coperte proprio a lui e solo a lui così? In un saggio sulla lettura rimasto incompiuto, Proust aveva scritto: «Si direbbe che in nessun tempo Sainte-Beuve abbia compreso quel che c’è di peculiare nell’ispirazione e nel lavoro letterario, quel che lo differenzia dalle occupazioni degli altri uomini e dalle altre occupazioni dello stesso scrittore». Il Critico par excellence manca esattamente il bersaglio che è chiamato a cogliere, e ciò accade perché il Critico si smarrisce nella lettura di ciò che è periferico: e che il periferico sia «lo stile» come involucro staccato dall’oggetto, o «la vita» dell’autore come luogo in cui si leggono i segreti dell’opera, è lo stesso: l’opera resta insondata, e l’acuto Sainte-Beuve e i suoi degenerati nipotini conoscono solo ciò che già conoscono, l’ammasso di sicurezze che chiamano cultura e che niente ha da spartire con l’emersione dell’incontrollabile selvatichezza dell’arte: le grandi opere contengono in sé la propria critica, e l’indagatore che legge per la sua vita non deve cercare altrove i segreti che sono tutti davanti a lui, deve solo accedere alla urtante verità della superiorità dell’opera d’arte su chi la interpreta e persino su chi l’ha prodotta. Dall’opera di un poeta parla un altro io, e per decifrare la lingua straniera in cui sono scritte le grandi opere, è necessario che a leggerle sia il nostro altro io: i poeti sono oggettivi, non soggettivi: la loro guida non è l’opinione presunta personale di chiunque di noi o di loro, ma una verità trovata attraverso il sacrificio del narcisismo scambiato per spontaneità. La realtà non sono i dati allineati uno dietro l’altro e resi appetitosi per il lettore dal solletichìo spettacolare: la realtà è un sistema di spinte e controspinte, echi e rimandi, pieni e vuoti in cui si sprofonda in una relazione stretta tra cose e sensazioni intorno alle cose: dire la realtà con la letteratura significa spingersi più in là delle idee e dei sentimenti di realtà che si hanno in un certo tempo e luogo. Una mente esercitata su Proust diverrebbe capace di avvertire i minimi mutamenti di significato dei discorsi, imparando a leggere in essi il non-detto e il detto falso, decifrando la sintassi del pensiero come si legge la mimica di un volto: apprendendo come un senso nascosto può essere smascherato da un’omissione, da un’inflessione di voce, da un gesto incongruo: leggere sul serio Proust, o Dostoevskij, o Musil, vorrebbe dire estendere fino al limite estremo la sintassi emotiva con la quale percepiamo il mondo e ci esprimiamo: perché se la nostra sintassi emotiva sarà povera le nostre vite balbetteranno, e scambieremo il balbettio per la sola realtà a noi concessa. (p. 1091-1094 © GIUNTI EDITORE RIPRODUZIONE VIETATA)

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