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Minuetto per chitarra (a venticinque colpi) | Vitomil Zupan
a cura. di P. Raveggi
Voland 2019

 

di Davide Morganti (Rubrica Glaza)

 

La Slovenia è un paese così lontano dalla nostra geografia che quando ci accorgiamo della sua vicinanza ne rimaniamo sorpresi e se vi trovaste a camminare per Lubiana non potreste non amare una città bellissima e appartata, che ancora trattiene la memoria di quello che fu.

Di autori sloveni da adolescente avevo letto solo il celebre Ivan Cankar, l’altro scrittore sloveno famoso è Boris Pahor che ha 106 anni e vive a Trieste, sua città natale. Arriviamo dunque a Vitomil Zupan con il suo Minuetto per chitarra (a venticinque colpi) edito da Voland, Collana Sirin 2019, traduzione italiana di Patrizia Raveggi.

La Raveggi in Italia è la protagonista della diffusione di questa cultura così sconosciuta e sorprendente e certo non deve essere stato facile tradurre i flussi di coscienza del soldato Berk, il quale attraverso piani temporali complessi racconta il dolore della seconda guerra mondiale. A distanza di circa trent’anni esplode il confronto fra Berk e l’ ex ufficiale tedesco Joseph Bitter, che, in vacanza a Palma di Maiorca, riapre sofferenze mai terminate e allo stesso tempo ridefinisce quanto era avvenuto.  Lo stile di Zupan è potente, lavico, talvolta eccessivo ma questo nasce dalla necessità di raccontare qualcosa di ineguagliabile. Libro colto, elegante, travolgente, Zupan ricerca l’humanitas mai smarrita, quella che resiste a qualsiasi orrore, per cui le donne stesse nel libro diventano presenza di vita, resistenza alla morte. Non è un autore facile, sia chiaro, Zupan, questo è un libro di memorie, di paure, di rancori e di rivelazioni; la Resistenza dell’est contro il nemico tedesco è una storia molto meno conosciuta,

[…] Ci piove addosso di tutto, tanto che non posso scambiare una parola con Anton. Leon ha un fremito, come se – sorpreso – volesse guardare qualcosa in alto, si accascia, resta con il volto sul cespuglio innevato di mirtilli, a lato del bigliettaio che si tiene il petto. Devo andare là. Appena mi sposto, alle spalle tuona un’esplosione; guardo mentre ancora mi volano addosso detriti, un forte colpo mi percuote in mezzo alla schiena (penserò in seguito che doveva essere un sasso), vedo Anton che si preme il volto, l’uomo con il colbacco di pelli di ghiro si è schiacciato al suolo, sembra proprio piatto. Vili, rovesciato sulla schiena, con la faccia coperta di sangue guarda il cielo a occhi aperti. Anton è ancora vivo, l’uomo dal colbacco lancia una bomba, Vili si è fermato per sempre.

Lingua cruda e realistica, che richiama la grande tradizione mitteleuropea del Novecento, nell’incontro tra il partigiano Berk e il nazista Bitter viene in mente il film La passeggera rimasto incompiuto per la morte prematura in un incidente d’auto del regista Andrzej Munk e completato con foto di scena. Durante una crociera verso Amburgo, alla passeggera Liza, che fu kapò ad Auschwitz, sembra di riconoscere in un’altra viaggiatrice una delle sue prigioniere, per la quale aveva un debole e che trattava con riguardo. Liza ne parla con il marito e rievoca quei momenti. Anche nel film i piani narrativi sono due a dimostrazione dell’ossessione che il tempo provoca quando la storia viene vissuta come un trauma. Il libro di Zupan è un fiume in piena, non si tira mai indietro quando deve affrontare il dolore e le delusioni, la guerra, per quanto lontana mai lo è abbastanza (il romanzo è del 1975). Ci sono descrizioni minuziose, frammenti di lettere, racconti epici, narrazioni sulla miseria umana e una resa dei conti che non arriva mai. Siamo lontani dai libercoli odierni, fatti di storielle di intrattenimento e poco altro, qui siamo dalle parti della letteratura, quella che non vuole ingraziarsi i lettori ma piuttosto inquietarli; la narrativa di Zupan nasce da una ferita e non certo da marketing, è la necessità della parola che prevale su tutto il resto.

Vitomil Zupan (1914 – 1987) sopravvisse al campo di concentramento friulano di Gonars, fu condannato, nella Iugoslavia titoista, a diciotto anni di carcere per cospirazione antigovernativa, spionaggio, attività antipatriottiche, atti immorali, omicidio e tentato stupro. Al suo rilascio nel 1955, le sue opere potevano essere pubblicate solo sotto lo pseudonimo di Langus per i temi scabrosi e le descrizioni sessuali di estrema audacia che ne fanno un autore moderno. Letteratura, dunque, come rischio. Il romanzo di Zupan non è solo, dunque, crocevia di culture ma una riflessione su cosa sia diventato il bene e cosa sia diventato il male nel Novecento, quando sono entrate in crisi le categorie etiche e le filosofie sono state costrette a ridefinire il concetto stesso di uomo. Non ci interessano i romanzi facili, questo di Zupan è di quei testi difficili come difficili sono le cose che si vogliono conquistare, sarebbe ora di tornare a una letteratura che coinvolga anzi travolga perché negli ultimi venti anni l’Italia l’ha ridotta a una simpatica e piacevole damigella di compagnia.


Vitomil Zupan
Scrittore, poeta, drammaturgo e saggista dalla vita avventurosa e drammatica, Vitomil Zupan (Lubiana, 1914-1987), dopo una serie di viaggi in spirito bohémien e di lavori disparati, durante la Seconda guerra mondiale aderisce al Fronte di Liberazione del popolo sloveno. Internato a Gonars, riesce a fuggire e a unirsi alla resistenza. Nel 1948 è condannato a 18 anni di lavori forzati. Rilasciato nel ’54, in seguito si dedicherà esclusivamente alla scrittura spaziando tra vari generi.

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Minuetto per chitarra (a venticinque colpi) | Vitomil Zupan