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Rubrica Glaza, commento di Davide Morganti

Che ogni cosa trovi il suo posto | Sylvie Richterová
Mimesis edizioni

(traduzione italiana Alessandra Mura)

Il romanzo non si accontenta della storia, la storia è solo un atto incompleto e per questo si prova a raccontare e a costruire, a provocare vertigini o riflessioni; ogni romanzo pretende di aggiungere quello che resterà sempre incompiuto.

La scrittrice cèca Sylvie Richterová, per molti anni docente nelle università italiane, raccoglie memoria personale, storia, sogni, illusioni e li distribuisce lungo il suo prodigioso libro: Che ogni cosa trovi il suo posto.

“Il nuovo millennio non ha cancellato la mia vecchia vita, le vicende passate e le persone conosciute sono sempre qui, altre prima non c’erano e improvvisamente ci sono. Ciò che è ora qui, trasforma il senso di ciò che ieri era altrove. Il senso delle cose non è ancora del tutto chiaro, ma so già che è stato presente fin dall’inizio. Come sia esattamente la fine, per ora non saprei dire. Sembra che la nostra fine sia sempre la stessa, ma quando il tempo inizia a dischiudersi e a dilatarsi in tutte le direzioni, cambia anche la morte. Le leggi del mondo spirituale sono completamente diverse dalle leggi del mondo materiale alle quali ci siamo abituati. All’inizio malvolentieri, poi come se fosse definitivo”.

Romanzo sulla morte e sul tempo e sugli inganni che portano, dal comunismo all’amore, è una lunga riflessione sulle cose nascoste, sulle paure, sui malintesi, soprattutto è un libro su come ci si allontani dal mondo per cercarne un altro che dovrebbe nascondere a sua volta qualcos’altro; tutto appare così fragile e potente allo stesso tempo nel Novecento, quel Novecento le cui tragedie ancora fanno rumore.

Richterová attraversa il dopoguerra, il crollo del comunismo, il viaggio in Italia in un mosaico doloroso che annoda illusione e terrore, umiliazione e coraggio.

Esseri umani informi cercano concentrati di mantenere l’equilibrio sul marciapiede ghiacciato: il corpo soffre per il freddo, l’anima per l’angoscia che le scorte di carpe finiscano prima che arrivi il proprio turno. I loro piedi si congelano dentro scarpe inadatte, i loro cuori odiano il perturbatore dell’ordine che ha cercato di passare avanti. Di fronte al potenziale intruso, la folla in attesa, apparentemente apatica, di colpo si serra in una spietata unità di combattimento. Qui nessuno può permettersi di deviare, spostarsi, allontanarsi e neanche lamentarsi. Tanto meno piangere”.

Libro che ha la dimensione intellettuale del Novecento, lo racconta con limpida sofferenza, libro contro ogni forma di potere, soprattutto quello che genera inganno; libro inattuale per l’urgenza del narrare più che del voler piacere al pubblico; l’insignificanza della storia viene fuori proprio dalla cosiddetta storia ufficiale, quella che pretende di determinare i destini di quanti sono costretti a subirla e spesso diventa la morte di milioni di persone. La scrittura della Richterová, tradotta con poetica sensibilità da Alessandra Mura, ritrae senza enfasi le mille pieghe di un secolo che rimbomba nelle vite di tanti; lo stile è vivace, talvolta ironico, prima di ripiombare in una cupezza feroce. “Il primo grande processo politico a Praga si concluse con undici condanne a morte. Le esecuzioni si svolsero segretamente nel 1952 nel carcere di Pankrác, nel periodo dell’Avvento. Nel XXI secolo, uno storico ha fatto notare a riguardo che si trattò di una richiesta di Stalin. Ma la gente in fila per la spesa, pronta al sacrificio e tremante di freddo, delle esecuzioni non sa ancora nulla. Oppure non ne parla. La cremazione si terrà nel gennaio del 1953. E mentre il boia della prigione di Pankrác, scortato dal direttore e dal medico, di notte, sparge le ceneri dei giustiziati sull’asfalto ghiacciato, perché gli pneumatici delle automobili di passaggio ne cancellino ogni traccia prima che faccia giorno, la gente spazza la neve dai marciapiedi”. Ci troviamo di fronte alla coscienza che deve farsi luce nel buio di tante storie che cercano di strappare lo stoppino dentro ogni uomo, il Novecento ha spezzato e oscurato le persone e la Richterová attraverso una lingua non della memoria ma per la memoria, senza provare a ricostruire, disegna la tragedia di troppi giorni.


Per concessione della casa editrice e dell’autrice è possibile leggere due estratti su ZEST

I carri armati

(dal capitolo 26, pp. 269 – 272)

Il ventuno agosto Lucie è diretta al supermercato, poco lontano, nel quartiere dormitorio ancora in costruzione, ha bisogno della sua dose quotidiana di gente, che a Kohoutovice è sempre poca. Quel mattino è vuoto anche il quartiere, Lucie in lontananza vede solo una donna che corre con la borsa della spesa e sparisce nel portone di un caseggiato. Al supermercato c’è un silenzio di tomba, sebbene le persone che sono lì siano certamente vive. Non sono molte, ma tutte guardano Lucie con il bambino nella carrozzina con aria meravigliata e impietosita, come se avesse con sé un gobbetto o un ritardato. Ma che vorrà dire? si chiede Lucie chinandosi sul bimbo, che non è minorato nel fisico e non ha l’aria del ritardato mentale. Tiene gli occhi chiusi, i pugnetti appoggiati vicino alla testa. Ma sono tutti muti? E come mai guardano Jurij così inteneriti? pensa Lucie spaventandosi. La giovane mamma, con la gonna azzurra di cotone lunga fino alle caviglie e la camicia giallina a fiori, sistema la copertina al neonato, si raddrizza e si guarda in giro per decidere a chi rivolgersi. Ma nel supermercato di colpo tutti sembrano non vederla, fanno come se non ci fosse, prendono dal banco la pancetta di maiale e gli ultimi würstel appesi al gancio

alle spalle della commessa, sono rimasti soltanto dei ritagli pieni di grasso. Lucie guarda in giro per il negozio con più attenzione e si spaventa di nuovo: sugli scaffali non c’è più merce, solo lo smacchiatore, le mollette per i panni e i lucidi da scarpe si trovano al solito posto.

Jurij nella carrozzina si è fatto più attento, come se volesse leggere qualcosa sul tettino grigio sopra di lui, Lucie si guarda attorno interdetta, il commesso tira fuori dal frigo gli ultimi due salami. Li mette sulla bilancia, qualcuno li afferra e corre alla cassa, i clienti rimasti davanti al banco vuoto chinano il capo. “Chiedo scusa, che cosa è successo?”, dice Lucie, non così piano da non essere sentita. Avrebbero dovuto sentirla anche dietro gli scaffali vuoti, dove due anziane signore con aria distratta stavano esaminando le briciole nei punti in cui solitamente c’era il pane e dove non era rimasto nulla, nemmeno dei panini secchi per fare il pangrattato. La cassiera sicuramente sente Lucie, ma non alza la testa. “Dio mio, che cosa è successo?”, dice Lucie più forte, ma nemmeno ora ottiene una risposta. Per la terza volta inspira profondamente, riempie i polmoni come per urlare, e invece sussurra con forza: “Signori, per favore, che cosa succede?”. “Ci hanno occupato, signora”, le dice una donna magra e pallida con il vestito nero e le scarpe bianche con il tacco.

“Occupato”, ripete Lucie espirando dai polmoni un residuo di terrore.

Spalancò con un colpo di carrozzina entrambe le ante della porta a vetri del supermercato, si mise a correre per la via polverosa verso casa, dove Aleksej non abitava e non avrebbe mai abitato. Quando fu a metà strada da Kohoutovice, giunse un rumore assordante, prima da ogni parte, un attimo dopo chiaramente dall’alto: aerei da bombardamento. Una grande V nera si muoveva veloce nel cielo sopra il supermercato e sopra la strada arida e spaccata, lungo la quale una figura femminile con un vestito colorato correva spingendo una carrozzina. La squadra aerea era formata da apparecchi grigio scuro con ali imponenti, un cecchino con il grado di sergente osservava nel mirino del mitragliatore la donna che correva, la ebbe nell’angolo di mira per due o tre secondi. L’intero commando di tiratori a bordo vide nel puntatore ottico la sagoma della donna con il bambino, mentre sorvolavano una città di medie dimensioni, attraversata da due fiumi e a nord-est della quale si delineava un’alta collina con una ripida parete rocciosa. Lucie correva da sola sulla strada polverosa in direzione opposta alla città. Al di là del bosco nel fuoco del mirino apparvero un allevamento di oche e capre al pascolo. Le finestre dei palazzoni del quartiere dormitorio, nella piazza nuova con il nuovo supermercato, presero a vibrare, l’onda sonora provocata dalle incursioni aeree ravvicinate spaccò i vetri, che si riversarono in mille pezzi nelle abitazioni e nelle vie. Lucie girò freneticamente la chiave ed entrò all’ingresso, gli aerei volavano così bassi che sembrava dovessero spazzar via la casa dalla faccia della terra. La madre prese il bambino in braccio e lo avvolse, perché il suo corpo lo proteggeva meglio delle mura domestiche che ancora tremavano.

Lucie è terribilmente sola, non ha nemmeno il telefono e soprattutto non sa dove sia Aleksej. Un mese prima aveva ricevuto la notizia che stava partendo per due mesi per il servizio militare come carrista, per poter vivere con lei lì nel bosco o in tutt’altro posto e fare mostre a Brno, Vienna, Parigi, New York. La sera prima aveva avuto la sensazione che Aleksej da un momento all’altro avrebbe spinto la maniglia e sarebbe entrato nella cucina che profumava di mele estive. Lucie è in ginocchio e scopre che il suo corpo ha assunto quella posizione per lei del tutto inusuale nel modo giusto, autonomamente, per propria volontà. Vede da vicino il pavimento di legno della cucina e sente alla radio le tragiche voci che annunciano che cinque armate dei paesi del Patto di Varsavia hanno varcato nella notte i confini del paese.

Gli aerei atterravano a intervalli regolari nell’aeroporto Tuřany di Brno e a Praga, i piloti seguivano le istruzioni dei loro comandanti e le luci lungo le piste di atterraggio. Le istruzioni dalle torri di controllo erano precise, come era stato preciso al mattino l’ordine di partire in assetto di attacco aereo. I piloti non avevano bisogno di sapere su quale città stessero volando al momento, non dovevano saperlo neanche i tiratori che occupavano la posizione di tiro. Quando un esercito parte per una destinazione, è per andare a difendere i buoni dai cattivi. Chi è buono e chi è cattivo è una faccenda di cui si occupano altri specialisti. Lucie si rialza dal pavimento di legno della cucina. Per tutto quel tempo Jurij è rimasto in silenzio fra le sue braccia e ora lo adagia di nuovo nella carrozzina. Andrà a cercare degli esseri umani, perché con un’occupazione militare non può restare da sola. (…)

Risvegliarsi in un sogno

(dal capitolo 27, pp. 281-285)

“Signora, per favore, che cosa fa qui con un bambino?”, disse a bruciapelo a Lucie un signore di mezza età parlandole da vicino. La afferrò per un braccio e la tirò via dalla folla che seguiva rabbiosa la colonna di carri armati che sfilavano attorno alla stazione, in direzione dell’uscita per Praga. “Qui sparano, non può stare qui con un bambino. Corra a casa”. Le stringeva il braccio così forte da farle male, ma i suoi occhi erano miti e tristi. Lucie guardò nel profondo dei suoi occhi, udì le sue parole e non immaginò sparatorie; girò comunque la carrozzina di spalle alla stazione e in direzione del Grand Hotel, dove Ríza, quando veniva da Vienna, la invitava insieme a sua madre e Alois a mangiare l’anatra arrosto, in un’altra vita, in un passato che non c’è più. Non c’è nemmeno il presente. Come in sogno, Lucie si dirige verso un gruppetto di persone che stanno in cerchio attorno a qualcosa.

Non è una cosa, è una pozza di sangue. La gente fissa la pozza e Lucie lentamente si rende conto di che cosa significa quel sangue. Sente pronunciare il nome del morto. La gente va e viene e continua a dirle: “Corra a casa con quella carrozzina, signora”. Alla parola “casa”, si avviò alla fermata del tram numero 6, direzione Královo Pole. Se mai passerà qualche tram, si fermerà nella piazza che porta il nome del maresciallo Malinovskij, che ha liberato Brno nell’aprile del 1945. Non può liberare nessuno una seconda volta, è salito in cielo, e lì avrà modo di capire se gli eserciti di cinque stati sono venuti a liberare o a occupare Brno.

Aleksej nel carro armato non sa queste cose, ma intuisce correttamente di avere appena compiuto l’invasione militare della città in cui due settimane prima è nato suo figlio. Dove ha una moglie e un atelier. Dove non può fuggire dal carro armato. Dove non potrebbe non sparare se ricevesse l’ordine di farlo. Dal carro armato la visione del mondo è molto ristretta, Aleksej dimentica persino di essere un pittore. Ci vorrà una settimana prima che Lucie smetta di avere la sensazione che ciò che vede non sia vero. Perché è accaduto qualcosa di talmente impossibile, talmente inammissibile, che non può essere vero, nemmeno se ci aspettavamo che sarebbe accaduto. Sì, Lucie già da due mesi sentiva che sarebbe accaduto, ma non riesce a crederci. Continua a spingere la carrozzina, Jurij ascolta concentrato, come se udisse in lontananza una voce nota.

L’anno stellare 1968 aprì il pianeta a un’energia completamente nuova e a una nuova luce, il glorioso socialismo, il comunismo e il campo della pace, tutto quel che garantiva un radioso domani, emerse dall’ombra proiettata dalla paura e dall’abitudine nella sua vera forma. Di colpo non c’erano dubbi che si era trattato unicamente della disumana e sclerotica oligofrenia di un gruppo di vegliardi perversi e senili che avevano il potere assoluto sugli eserciti, in terra e nel cielo vuoto. Scambiavano per eternità le acque stagnanti della propria demenza. E qualcuno era al loro servizio, questa è la cosa peggiore, qualcuno era sempre rimasto al loro servizio. Essere al loro servizio significava in primo luogo mentire. La maggior parte delle persone, in Boemia, in Moravia e in Slovacchia, vide tutto questo con i propri occhi, capì in poco tempo e di conseguenza trasformò l’immagine del mondo nel quale vivevamo. La primavera stellare cecoslovacca fu completamente diversa da quella francese, tedesca e italiana, ma sembra che i frutti non giunsero a maturazione da nessuna parte, perché in Cecoslovacchia irruppe l’esercito e in Europa occidentale nacque il terrorismo. La realtà stellare è però diversa, i semi delle stelle non si vedono facilmente dalla terra, germogliano lentamente, ma non degenerano.

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Dal dopoguerra al crollo del sistema comunista, il romanzo mondo di Sylvie Richterová