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Cerchio Bianco - 1918 - Alexander Rodchenko

Nuova rubrica di ZEST:  "Glaza"
ci racconta di libri dimenticati e recuperati dell'area slava e balcanica.

Il Portale ZEST Letteratura sostenibile si è sempre posto l'obiettivo di dare spazio al recupero di opere e scrittori che l'oblio o la liquidità dei tempi ha seppellito.

Ci riproviamo ancora, stavolta guardando oltre confine, verso Russia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria, Paesi dell'area balcanica.

La rubrica si chiamerà Glaza, termine che dal russo fa riferimento allo sguardo, alla vista, all'attenzione di occhi che leggono per salvare dall'affastellamento e dalla distrazione del tempo tesori letterari.

Davide Morganti, (che su ZEST ci ha già parlato di autori come Attilio Veraldi, Angelo Fiore o Giuseppe Occhiato nella Rubrica 2078 Fifth avenue) ci introdurrà alla lettura di nuove edizioni, nuove traduzioni, piccole edizioni ritrovate di letterature meno note.

I primi commenti, arricchiti da estratti e approfondimenti, riguarderanno Il bruciacadaveri di Ladislav Fuks nella ritraduzione di Alessandro De Vito di Miraggi Edizioni,

A seguire vi parleremo di Invidia di Jurij Oleša nella bellissima edizione di Carbonio, de Il cerchio dello scrittore serbo Meša Selimović Bottega Errante edizioni, con la postfazione di Božidar Stanišić e poi di Danilov, il violista di Vladimir Orlov Carbonio editore.

Per inaugurare la Rubrica proponiamo (per concessione della casa editrice) la lettura di un ESTRATTO di: INVIDIA di Jurij Oleša
Traduzione di Daniela Liberti
Carbonio Editore, Collana “Cielo Stellato”,
© 2018 Carbonio Editore

Si allontanarono dallo specchio.

Ora i due comici condividevano il cammino. Uno più basso e più pienotto, precedeva l’altro di un passo. Era questo il tratto distintivo di Ivan Babičev. Mentre parlava con il suo compagno, si doveva voltare di continuo. Se gli capitava di pronunciare una frase lunga (e le sue frasi non erano mai brevi), camminando col viso girato verso il suo interlocutore andava a sbattere contro i passanti. In quel caso, si toglieva subito la bombetta per profondersi in un mare di scuse. Era un uomo garbato. Un sorriso cordiale non abbandonava mai il suo viso.

Il giorno chiudeva i battenti. Uno zingaro in un gilet azzurro, con la barba e le guance imbellettate, portava su una spalla un catino di bronzo lustro. Il giorno abbandonava la spalla dello zingaro e il disco del catino ora riluceva ora era cieco. Lo zingaro camminava adagio e il catino dondolava dolcemente mentre il giorno si rigirava nel disco.

I viandanti lo seguirono con lo sguardo.
E il disco tramonto come il sole. Il giorno era terminato.
I due s’infilarono subito in una birreria.

Kavalerov raccontò a Ivan di come una personalità assai nota l’avesse cacciato di casa. Non disse il nome. Anche Ivan gli raccontò una cosa simile: come lui, era stato cacciato da una persona importante.

Lei di certo la conoscerà. La conoscono tutti. E mio fratello, Andrej Petrovič Babičev. Ne ha sentito parlare?”.
Kavalerov si fece tutto rosso e abbasso gli occhi. Alla domanda non rispose.
E cosi, visto che i nostri destini sono simili, noi dobbiamo essere amici” disse Ivan illuminandosi.
E Kavalerov è un cognome che mi piace. Suona allo stesso tempo solenne e da quattro soldi”.
Kavalerov pensò: “Solenne e da quattro soldi, proprio come sono io”.

Una birra eccellente!” esclamò Ivan. “I polacchi dicono che alcune donne hanno gli occhi del colore della birra. Non è un bell’accostamento?”.

“… La cosa più importante e che questa nota personalità, il fratello mio, mi ha rubato la figlia…
Mi vendicherò di mio fratello…
Mi ha rubato la figlia. Non si deve intendere alla lettera, certo… Non sgrani cosi gli occhi, Kavalerov. Certo, se il suo naso fosse più corto, non sarebbe male. Con un simile naso lei dovrebbe diventare famoso, come un eroe, e trovare la felicità come un borghesuccio qualsiasi. Lui l’ha plagiata moralmente. E che forse si può portare in giudizio questo fatto? Ricorrere al procuratore, eh? Valja mi ha abbandonato. Non incolpo tanto Andrej per questa condotta, quanto quella canaglia che si tiene in casa”. E si mise a raccontare di Volodja.

Per l’imbarazzo a Kavalerov formicolarono gli alluci.

“… Quel ragazzaccio mi ha distrutto la vita. Se almeno quando gioca a calcio gli spezzassero le reni! Andrej pende dalle sue labbra in tutto e per tutto. Vede, quel ragazzaccio è un uomo nuovo! Ha detto a Valja che la causa della sua infelicità sono io, suo padre, perché sono un pazzo e perché, sempre io (canaglia), sistematicamente la faccio uscire di senno. Che furfante! Insieme l’hanno convinta, per questo Valja è fuggita di casa. Una sua amica le ha dato ospitalità. … Io ho maledetto quell’amica. Le ho augurato che l’esofago e il retto prendano l’uno il posto dell’altro. Se lo immagina. E una cricca di teste di rapa…

La donna è stata la luce più bella, più vivida e più pura della nostra cultura. Cercavo un essere di genere femminile. Un essere tale in cui potessero fondersi tutte le qualità femminili. Io cercavo l’ovario delle qualità femminili. Il femminino era la gloria del vecchio secolo. Avrei voluto risplendere di tale femminino. Stiamo morendo, Kavalerov. Volevo che la donna passasse sulla mia testa come una fiaccola. Pensavo che la donna si sarebbe spenta come la nostra epoca. Interi millenni sono lì come un pozzo nero. Laggiù nella fossa si ammassano macchine, pezzi di ghisa, di latta, viti, molle… È una fossa tetra, oscura dove a risplendere nel fondo sono legnetti marciti, funghetti fosforescenti: tutte cose muffite. E sono i nostri sentimenti! È tutto quello che è rimasto di loro, del rigoglio delle nostre anime. L’uomo nuovo arriva a questa fossa, rovista, ci si cala dentro, sceglie quel che gli serve un qualche pezzo di una macchina sempre buono, un bulloncino e il fondo di legnetti marci viene calpestato e spento. Sognavo di trovare una donna che potesse fiorire in quella fossa di un sentimento mai provato. Come il miracoloso fiorire di una felce. Affinché l’uomo nuovo venuto per rubare il nostro ferro, provasse paura e nel ritirare la mano chiudesse gli occhi, accecato da quella luce che a lui sembrava solo legno marcio.

E l’avevo trovato questo essere. Proprio accanto a me. Valja. Pensavo che Valja avrebbe brillato sul secolo che moriva, per illuminargli il cammino verso una degna sepoltura. Ma mi sbagliavo. Se n’è volata via. Ha abbandonato il capezzale del vecchio secolo. Io pensavo che la donna è una cosa nostra, come lo erano la tenerezza e l’amore, solo nostra, invece… mi sbagliavo. E cosi me ne vado vagando, ultimo sognatore del pianeta, lungo i bordi della fossa, come un pipistrello ferito…”.

Kavalerov pensò: “Strapperò loro Valja”. Avrebbe voluto dire che lui era stato testimone di quel che era accaduto nel vicolo, dove fioriva la siepe. Ma chissà perché si trattenne dal farlo.

I nostri destini sono simili” continuò Ivan. “Su, mi dia la mano. Ecco. La saluto. Sono molto lieto di vederla, giovanotto. Facciamo un brindisi. E così, Kavalerov, l’hanno sbattuta fuori di casa? Mi racconti, prego. Anche se me l’ha già detto. Una nota personalità l’ha cacciata via? Non vuole dirmi il nome? Va bene lo stesso. Lei odia molto quest’uomo?”.

Kavalerov fa un cenno d’assenso.

Ah, come mi è tutto chiaro, mio caro! Lei, per quanto sono riuscito a capire, ha mancato di rispetto a un uomo potente. Non mi interrompa. Lei ha concepito per quest’uomo, da tutti onorato, un odio mortale. Certamente le sembrerà che sia stato lui a mancarle di rispetto. Non mi interrompa. Su, beva.

è convinto che sia colpa di quest’uomo se lei non si è realizzato, che lui abbia usurpato i suoi diritti e che regna la dove invece dovrebbe regnare lei. E questo la fa uscire dai gangheri…”.

L’orchestra svapora nel fumo della sala. Il pallido volto del violinista è premuto contro lo strumento. “Il violino acquista le sembianze di chi suona” dice Ivan. “Un piccolo violinista in un frac di legno. Lo sente? È il legno a cantare. La sente la voce del legno? Il legno nell’orchestra canta con voci diverse. Ma in che modo suonano! Mio dio, come suonano male!”.

Si voltò verso i musicisti:

Voi pensate che tra gli strumenti ci sia anche un tamburo? E pensate che questo tamburo suoni la sua parte? No, e il dio della musica a battere su di voi il pugno.

Amico mio, siamo rosi dall’invidia. Noi invidiamo l’epoca futura. Se vuole, possiamo dire che si tratta dell’invidia della vecchiaia. Dell’invidia di una generazione che è invecchiata per la prima volta. Parliamo dell’invidia. Portateci dell’altra birra…”.

Erano seduti vicino a un’ampia finestra. Di nuovo era piovuto. Era sera. La città risplendeva come intagliata nel carbone di Cardiff. La gente che proveniva dalla parte della Samoteka, sbirciava nella finestra con i nasi schiacciati sul vetro.

“… l’invidia, certo… si potrebbe interpretare un dramma, uno di quei drammi grandiosi sul teatro della storia che a lungo suscitano il pianto, l’estasi, la compassione e l’ira del genere umano. Lei non se ne rende conto, ma è l’incaricato di una missione storica. Lei è, come dire, un coagulo. Un 125 coagulo dell’invidia dell’epoca che va morendo. E quest’epoca invidia tutto ciò che prenderà il suo posto”.

Che devo fare allora?” chiese Kavalerov.

Mio caro, ci si deve rassegnare, oppure… far scoppiare uno scandalo. O meglio ancora, andarsene in maniera clamorosa. Sbatta, come si dice, la porta. La cosa più importante è sparire con un gran chiasso. Per lasciare una cicatrice sul muso della storia. Si dia da fare, per tutti i diavoli! In ogni caso, non la faranno entrare. Non si arrenda senza dare battaglia…

[…]

Noi dobbiamo vendicarci. Io e lei, e come noi sono già molte migliaia, dobbiamo vendicarci. Vede, Kavalerov, non sempre i nemici sono come i mulini a vento. A volte, quel che si sarebbe tanto voluto credere un mulino a vento, è un nemico autentico, il conquistatore che porta con sé morte e distruzione. Il suo nemico, Kavalerov, è reale. Si vendichi di lui. Mi creda, noi lasceremo la scena con un gran fragore. Noi faremo abbassare le penne al mondo che viene. Non siamo mica nati ieri! Anche noi siamo stati viziati dalla storia.

Faccia il possibile perché parlino di lei, Kavalerov. È chiaro che si va verso la rovina: tutto è già stato stabilito, non c’è più scampo. Lei deve soccombere, naso grosso! A ogni minuto che passa l’umiliazione aumenterà, ogni giorno che passa il nemico, come un giovinetto viziato, si farà più prospero. È prossimo a morire, questo è chiaro. Organizzi questa sua fine come si deve, la renda bella con fuochi pirotecnici, laceri la veste a colui che la schiaccia e lasci questo mondo in modo tale che il suo ‘addio’ rimbombi fragoroso nei secoli”.

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“Glaza” la nuova rubrica – a cura di Davide Morganti

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