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Beograd 15.05.2015.
Dragan Velikic, pisac i bivsi ambasador
foto: Milenkovic Milovan

Omaggio a Dragan Velikić e due suoi scritti

introduzione e traduzione di Božidar Stanišić

Dragan Velikić è noto ai lettori italiani esclusivamente come romanziere.

Le traduzioni di due suoi brevi scritti ci convinceranno facilmente che la maestria in prosa è confermata pure in forme narrative più brevi. Zampa di leone, lo scritto che apre il suo libro Sugli scrittori e sulle città (2010), a suo modo sembra di essere una particella non inserita nei suoi romanzi che parlano di Pola e Istria; penso soprattutto al suo romanzo Via Pola.

Lo scritto breve Treni è stato pubblicato nella raccolta Belgrado e altri racconti (2009). Con queste traduzioni provo a far notare agli editori italiani che questa parte importante della opera di Velikić è stata ingiustamente oscurata dai suoi romanzi; vorrei sottolineare il valore semantico e stilistico soprattutto dei suoi saggi su Svevo, Magris, Handke, Tomizza, Canetti, Nabokov e Sabato. Mentre li leggiamo, si conferma il fatto che Velikić appartiene all’ultima generazione degli scrittori europei che nei saggi confermano i contenuti della propria poetica letteraria.


ZAMPA DI LEONE

Avevo sei anni quando uscii per la prima volta fuori dalla sicurezza del cortile di Villa Maria. In un certo senso, fu il mio primo viaggio. Tenendo in mano una banconota, mi diressi verso la strada e quando raggiunsi i gradini che collegano le vie Gupčeva e Prvomajska – che il vicino al piano terra chiamava sempre Via Sergia – guardai verso il balcone del nostro appartamento. Mia madre mi fece un cenno. Scendendo per le scale, ero solo al mondo. Scesi lentamente i gradini di pietra. Di fronte a me, nel profondo, cera via Ribarska. Sul lato sinistro, dal cortile della scuola tecnica, si diffuse il profumo di ligustro.

Sentii l’odore delle piccole bacche che usavo come munizioni nellallora popolare gioco per bambini. Il mezzo più importante di quel gioco era un soffiatore che chiamavamo cannetta. Usavamo cannette di canna, di metallo e di vetro. Ricordo lodore dellumidità proveniente da una cantina, poi ledificio spettrale di una chiesa abbandonata e un gatto giallo su una finestra sbarrata. Lobiettivo del mio viaggio era il negozio “Da Mariči”. Comprai del pane e alcuni chifel e salii per le scale fino a casa. Arrivando lassù, mi voltai per osservare ancora una volta la distanza che avevo percorso. Nel cortile di Villa Marija, accanto alle scale, mi aspettava la statua di un leone in terracotta. Cavalcandolo coprivo le distanze. Quella mattina fu il primo segno di un mondo a me noto.

Più tardi, le distanze aumentarono. Percorrevo parte per parte via Gupčeva, conobbi anche le scale più distanti e i passaggi ripidi che collegavano gli anelli del centro storico, raggiungevo il Museo Archeologico, girovagavo per il Kaštel che era stata Terra Incognita durante la mia infanzia. In quello spazio, era possibile immaginare ogni paesaggio che si era inciso nella mia memoria durante le proiezioni cinematografiche settimanali per bambini nel cinema “Zagabria”. La torre abbandonata della stazione meteorologica del Museo Militare di Kaštel era stata a lungo un obiettivo irraggiungibile dei miei vagabondaggi. E una volta, quando riuscii a conquistarla, e dalla sua cima potei vedere la città e la baia, credetti che in quel momento avrei raggiunto la stessa sensazione che i marinai avevano quando, dopo diversi mesi di incerti viaggi attraverso l’infinito dell’oceano, avvistavano la terra.

Non cavalcavo più quel leone di terracotta che sorvegliava le scale del cortile come una guardia muta. Ho conosciuto una città le cui piazze, strade e parchi sarebbero diventate la mia misura interiore del mondo. E non mi muovevo solo nello spazio ma anche nel tempo. Perché, sulla facciata di una casa sui gradini dove una mattina sono andato a comprare il pane “Kod Mariči”, le lettere sbiadite “Parrucchiere” erano ancora visibili. Non cera un parrucchiere da molto tempo, né le persone che venivano in quel salone. Appartenevano allo strato della città che era affondato, inscritto come un cerchio annuale dell’albero della storia della città. Così come il negozio “Kod Mariči” scomparirà un giorno. E verrà il momento in cui non ci sarà nessuno che si ricordi della corposa figura della commessa Mariči.

Di tutte le navigazioni attraverso la città negli anni dellinfanzia, la più eccitante era quella il cui obiettivo era il cinema “Istra”, più precisamente la proiezione serale di un western. Ricordo ancora il titolo di uno dei film: “Trapper Kelly”. Dopo lo spettacolo, tornavo da solo per le strade notturne, dovevo passare vicino al parco, lasciare lArena alle spalle e raggiungere Villa Marija sulla deserta via Gupčeva. La sagoma del leone in cima alle scale segnava la fine del viaggio. Alla fine arrivai nel mio porto.

Avevo quindici anni quando ci trasferimmo a Veruda, un quartiere lontano dal centro della città.  Sostituii il Kaštel con “lungo mare”, una lunga passeggiata accanto al mare. Raramente andavo nella parte vecchia. E quando camminavo lungo via Gupčeva, mi fermavo davanti al recinto di Villa Marija. Tutto era come prima, se non per i cespugli di ligustro e di bosso che hanno inspessito i contorni. Una notte di novembre, superai la via Gupčeva in auto. Il presidente della commissione di guida era seduto accanto a me. Il caso voleva che dovessi partire dall’inizio della via dove sono cresciuto.

Sono passati anni. Venivo a Pola solo in estate. Durante le mie lunghe passeggiate disegnavo la topografia familiare. Correggevo le mappe invisibili inserendo i cambiamenti avvenuti nel frattempo sulla conformazione della città. Così, un pomeriggio di agosto, fermandomi davanti a Villa Marija, constatai raccapricciato che la statua di leone in terracotta era scomparsa. Solo un intero decennio dopo avrei risolto lenigma del leone fuggito. A quel tempo non ero più residente in città. Dopo la prima notte trascorsa in hotel, avevo iniziato a visitare la mia terra. Al termine della passeggiata finii nellappartamento di un amico di gioventù che mi aveva invitato ad andare a Villa Maria la sera. Aveva una sorpresa per me, mi disse.

E lì, nellappartamento di un ragazzo che non era nemmeno nato durante la mia infanzia, ricevetti in dono una zampa di un leone in terracotta. Vale a dire, i ladri che avevano rubato il leone una notte erano ovviamente poco abili e avevano danneggiato la statua durante il furto. La mattina dopo, il ragazzo, allora un bambino, aveva trovato una zampa di leone sui gradini.

Tengo ormai quell’oggetto sulla mia scrivania. A volte, quando apro una finestra nei giorni ventosi, lo uso per tenere ferme le pagine dei miei manoscritti, gli erbari in cui si trovano tutti i miei viaggi.

Dal libro di saggi e scritti Sugli scrittori e sulle città (2010)

TRENI

Credo che il mondo sia tenuto in un unico spazio grazie al fatto che è collegato da rotaie e binari, linee dacciaio che non gli consentono di crollare. Una moltitudine di riflessi blu dacciaio fluttua sopra il mondo. Il mondo ha unombra: dacciaio. Riflette tutti i percorsi della nostra vita, tutti gli eventi che si svolgono in essi. Superfici infinite e monotone della terra, steppe indifferenti, acque calmate, neon scintillanti delle città, immobilità divina di rocce e piramidi, ondeggiamento delle dune di sabbia, conversazione silenziosa in una dacia russa, fruscio delle foglie nella foresta amazzonica, un mozzicone di sigaretta su un marciapiede di Berlino, una scrivania con una lampada accesa, sono collegati in un unico mondo in cui tutto sfavilla e si mescola proprio perché ci sono rotaie e binari con i quali le distanze si toccano nelle immediate vicinanze.

Anche il tempo, dopo tutto, deve essere misurato dal movimento delle composizioni dei vagoni, non viceversa. Perché, quel tempo è, insieme, il tempo dei ricordi e degli eventi futuri. Ogni vagone è un passaggio, un estratto di una incompiutezza, un residuo deluso di un’interezza che aspetta di essere collegato in qualche felicità futura. In ogni vagone ci sono i carichi di distanze che non si toccheranno mai, le difficoltà di incontri mancati e futuri falliti. Cè un tempo di attesa in ogni carrozza, un unico tempo che spera nella propria estensione. Le rotaie sono i percorsi del tempo lungo i quali si muovono le carrozze, ritornando sempre e partendo sempre. La carrozze non sono mai davanti né dietro, ma vagano in costante insonnia per incontrare un sogno ininterrotto. E in quel sogno: tutto è compresso nellintimità assoluta in cui la pura sofferenza diventa improvvisamente una gioia straordinaria.

Vivo in un paese la cui ombra non esiste nei riflessi scintillanti delle rotaie di metallo. In un paese che non è ospitato nello spazio intimo del mondo. I treni non passano attraverso il mio paese. Invece dei treni, attraverso di esso si muovono locomotive con un solo vagone. Una moltitudine di carri solitari, una girandola senza alcuna speranza di collegarsi a una composizione, senza alcuna speranza di collegarsi a ciò che è lontano e diverso. Si muovono secondo unabitudine che deriva da una vita precedente, conformi all’immagine di treni provenienti da luoghi diversi e lontani.

Nel mio paese non cè un intreccio di binari, perché ogni binario è secondario, non conduce da nessuna parte, non promette nulla. È senza rotaie. Ci sono solo erbe e piante di prati in fiore, a coprirle. Nessun passeggero. Nessuno arriva da nessuna parte, perché non cè alcun posto che possa essere raggiunto, perché non cè luogo da cui si possa partire. Tutti i luoghi sono caduti nellorrore dell’uniformità. E non si arriva a ciò che è uniforme. Nessuno se ne va mai, non parte mai, non si muove mai, tutti riposano in una pace che è lorrore dellindifferenza della morte. Tutto ricorda la vita nelloblio assoluto. A una vita senza tracce, senza tracce di tracce. Il tempo non scorre. Non ci sono ricordi, perché non ci sono eventi futuri. Esiste solo silenzio che non viene mai interrotto dal suono dei treni che si muovono a velocità inimmaginabili. Cè solo la faccia allegra della catastrofe nella forma della lenta scomparsa delle rotaie ferroviarie. La catastrofe sorride sotto forma della impossibilità di andar da qualche parte.

Sogno: un giorno mi sveglierò in un paese attraverso il quale passano i treni. Andrò alla stazione ferroviaria, seduto in uno dei carri di un lungo treno, e partirò. Leggerò il giornale nello scompartimento. Lentamente mi addormenterò. Prima di dare un ultimo sguardo da sveglio, abbraccerò quello che viene chiamato il cielo e vedrò lombra del mio paese, nellombra singolare del mondo.

Dalla raccolta Belgrado e altri racconti (2009)


Dragan Velikić (1953) è nato a Belgrado e cresciuto a Pola, a cui ha dedicato il romanzo Via Pola (1988), pubblicato in italiano (Rovereto, Zandonai, 2009, traduzione di Ljiljana Avirović), un affresco della città istriana. Nella prima metà degli anni novanta collabora con la rivista belgradese indipendente “Vreme”. Dal 1996 al 1999 è caporedattore della casa editrice B92, dell’omonima, una delle principali voci di opposizione al regime di Milošević. Nel 1999, poco prima dei bombardamenti NATO sulla Serbia, sceglie la via dell’esilio volontario – prima a Budapest, poi a Vienna e Berlino. Nel 2002 fa ritorno a Belgrado. Sinora ha all’attivo undici romanzi, tre raccolte di racconti (Pogrešan pokretUna mossa sbagliata, 1983; Staklena baštaLa serra, 1985; Beograd i druge pričeBelgrado e altri racconti, 2009) e sei saggi letterari (Yu-tlantida, 1993; DeponijaLa discarica, 1994; Stanje stvari, 1998; Pseća poštaLa posta di cane, 2005; O piscima i gradovima Sugli scrittori e sulle città, 2010; Bratstvo po mrljiLa fratellanza dei macchiati, 2018). È tra gli autori ex jugoslavi più tradotti e pubblicati in Europa. Tra i suoi romanzi ricordiamo Astragan (Astrakan, 1992), Hamsin 51 (1993), Severni zid (Il muro del nord, 1995), Danteov trg (Piazza Dante, 1997) Slučaj Bremen (Il caso Brema, 2002) e Dosije Domaševski (Il dossier Domaszewski, 2003). Il romanzo Ruski prozor (La finestra russa) (2007) ha riscosso un grande successo in Serbia ed è stato un vero e proprio caso letterario in Germania. È pubblicato anche in italiano La finestra russa (Ruski prozor, 2007, Rovereto, Zandonai, 2011 traduzione di Dunja Badnjević e Manuela Orazi); anche il romanzo Bonavia (2012), Rovereto, Keller, 2019 traduzione di Estera Miočić). Il romanzo Islednik (L’investigatore, 2015) per alcuni critici è un autentico capolavoro. Ne sono del resto testimonianza il premio Meša Selimović (2007), massimo riconoscimento letterario per i Paesi della ex Jugoslavia, e il prestigioso premio NIN (2008 e 2015) in patria, ma soprattutto il Mitteleuropapreis, conferitogli nel novembre 2008 a Vienna dall’Istituto per il Danubio e l’Europa centrale. È tra gli autori ex jugoslavi più tradotti e pubblicati in Europa. Attualmente vive a Belgrado ed è uno degli scrittori più noti dal pubblico e più apprezzati dalla critica del proprio Paese.

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Omaggio a Dragan Velikić | Sugli scrittori e sulle città