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Rubrica Budda nel bosco a cura di Tiziano Fratus*
I semi del monaco errabondo Jakushitsu Genkō (1290-1367)


Il monaco zen passato alle cronache come Jakushitsu Genkō nasce il 23 giugno 1290 nella provincia di Saku (oggi Okayama, a mezza via fra Hiroshima e l’area delle città di Kobe, Kyoto e Osaka), in una famiglia benestante affiliata al clan Fujiwara. A dodici anni viene mandato a studiare nel tempio di Tofukuji (fondato nel 1236), uno dei templi più rilevanti di Kyoto, parte della rete Gozan che disciplinava una parte delle strutture religiose presenti nelle capitali, Kyoto e Kamakura; la sua famiglia lo manda al tempio non per diventare monaco, ma per acquisire un’istruzione di buon livello. Al tempo nei templi non era presente un’unica fede religiosa ma vi esercitavano e convivevano monaci di diverse scuole, come i seguaci della Tendai, della Shingon, dello Zen e gli studiosi di testi confuciani. Genkō diventa monaco a quindici anni.

Durante un viaggio incontra un monaco zen assorto nella meditazione seduta e silenziosa, rientrato al tempio cerca un maestro che gliela possa insegnare. Pratica già la poesia, attività fondamentale al Tofukuji, nonché materia indispensabile per affrontare le selezioni di ingresso nella pubblica amministrazione. Conosce Yakuō Kenkō (o Yakuō Tokken, 1245-1330), discepolo del maestro cinese Lan-chi Taolung (noto ai giapponesi col nome di Rankei Doryu), arrivato in Giappone nel 1246; il giovane monaco lo segue nel suo tempio, il Zenkoji, a Kamakura; la notte prima del suo arrivo il maestro fa un sogno nel quale immagina che dal cielo scenda una luce intensa, e così gli attribuisce il nome Genkō (luce originale). Poco dopo il maestro si ammala e l’allievo gli chiede di comporre la sua ultima poesia, ma questi dapprima rifiuta, poi, all’ennesima insistenza gli rifila uno schiaffo che porta il monaco inavvertitamente al kenshō (l’illuminazione, o ad una prima illuminazione).

Dopo la morte di Yakuō, Genkō va a studiare con altri maestri fra i quali Ishan Ining (Issan Ichui, 1247-1317), abate di Nanzenji, a quel tempo il più importante tempio zen del paese. Come avevano fatto diversi prima di lui, Genkō decide di andare in Cina a studiare coi maestri alla sorgente, fra il 1320 ed il 1326. Studia col grande Zhongfeng Mingben o Mingpen (Chuhō Myōhon per i giapponesi, 1263-1323), che gli insegna a vivere in maniera spartana e ascetica, in isolamento fra le montagne. Non a caso Mingben viene talora accostato al maestro giapponese Musō Soseki (1275-1351), poiché entrambi per lungo tempo hanno rifiutato titoli e posizioni per vivere nei boschi e in solitudine, e poiché entrambi hanno composto un codice monastico che è stato adottato dalle comunità spirituali dei rispettivi paesi. Mingben viveva sul Monte Tenmoku o Tienmu ed è lui ad attribuire il nome Jakushitsu, che vuol dire spazio o stanza tranquilla. Uno dei punti cruciali dei suoi insegnamenti è la visione dell’uomo illusorio, ovvero dell’inconsistenza di tutto quel che noi crediamo reale, a partire da quel che pensiamo e sentiamo. Proprio da Mingben ha inizio una scuola che si chiama gen-ju (da gen, illusione). Mingben muore nel 1263, a sessantadue anni, mentre il suo allievo giapponese ne ha trentatré; egli rimane in Cina ancora tre anni studiando con altri maestri.

Rientrato in Giappone, Genkō inizia una vita errabonda e lontana dai centri, nonché dalle comunità dei templi più rinomati; preferisce frequentare eremi e piccoli templi di campagna e montagna, nel sud, in templi della linea daikaku alla quale apparteneva Yakuō. Fa questa vita fra i 36 e i 70 anni. Una guerra civile infesta il Giappone fra il 1336 ed il 1392, e così ogni tanto il monaco errabondo decide di trovare rifugio nei templi, e accetta anche di tenere ritiri estivi ed invernali, detti ango, della durata di tre mesi. Così accade, ad esempio, su invito del Myozenji di Okayama, ed è durante un ritiro presso il tempio Kuwanomi che Genkō conosce Sasaki Ujiyori, governatore di Omi, devoto buddista che diventa suo allievo e finanziatore: infatti il governatore gli offre la carica di abate di un tempio che vorrebbe far costruire in suo onore sul Monte Zuiseki, nella gola del fiume Echi, a est del celebre lago Biwa – descritto in seguito da Bashō, e frequentato da Yotaku Bankei, erede nella scuola rinzai. Genkō accetta, a causa anche della sua età. Così nel 1360 viene fondato il tempio di Eigenji. Attualmente, 660 anni dopo, l’Eigenji è a capo di un rete che unisce centoventi templi e un monastero, ed è meta turistica nel mese di maggio, durante la festa del te, ed in autunno, al tempo del foliage degli aceri. Nei suoi ultimi anni di vita il maestro si dedica ad una lettura appassionata e scrupolosa dei libri antichi, tanto da dimenticare spesso di mangiare e di andare a dormire.

Una raccolta di 350 sue poesie s’intitola Eigen Jakushitsu Osho Goroku; è da questo volume che vengono estrapolati i testi della più ricca selezione oggi disponibile nelle lingue occidentali, A Quite Room, curata dallo studioso americano Arthur Braverman,

Una selezione delle poesie di Musō Soseki è disponibile nella medesima rubrica, Budda nel bosco, all’indirizzo QUI

Poesie

I.

Senza cercare fama
o respingere la mia povertà,
mi nascondo fra le montagne
lontano dalla polvere del mondo.

Fine anno,
cielo gelido,
chi mi sarà amico?
I fiori del pruno su un ramo nuovo,
avvolto nella luce lunare.

II.

Le acque nella gola precipitano nel mondo degli umani,
le nuvole lungo i pendii scoscesi saltano di montagna in montagna.
Ascolta per un attimo gli uccelli nascosti che cinguettano,
pensa che stanno celebrando l’indolenza di un monaco agreste.

III.

Nessun’anima vivente viene all’acqua,
un vasto foglio d’acqua blu indaco!
L’abisso ha una profondità di diecimila piedi,
quando è placido e calmo, a mezzanotte,
soltanto il chiarore della luna penetra le onde
e raggiunge facilmente e liberamente il fondale.

IV.

Cammina libero nel mondo,
va per la sua strada.
Da un eterno passato verso un eterno futuro,
è solo,
nessuno lo accompagna.
Se gli chiedi quanti anni ha
ti guarderà con un sorriso,
e indicherà il cielo sconfinato.

V.

Il vento scuote la foresta dei mille anni,
giorno e notte, innalza il frastuono dell’oceano fra i picchi delle montagne.
I pini rifiutano di associarsi agli alberi comuni.
Alti oltre cento piedi, si salutano a vicenda
mentre tentano di agguantare le nuvole.

VI.

Una montagna isolata domina tre province,
nuvole bianche ricoprono la cima verdeggiante.
sospinta lassù, fra altezze celestiali.
Un vecchio tempio, quasi millenario.
Un monaco medita da solo in una sala al chiaro di luna,
una scimmia grida nella nebbia, in un vecchio albero,
sberciando alla gente del mondo:
«Venite qui, liberatevi dalla polvere del kharma.»

VII.

Un campo abbandonato
ai piedi della montagna.
Vanga e zappa gettate via
trent’anni fa.
Le pigne
sono un pasto adeguato.
Nel profondo di una foschia boscosa
chiudo la porta e mi addormento.

VIII.

Lo Zen è per i risoluti,
corpo e mente sono forgiati nel ferro.
Guardate ai Buddha e ai Patriarchi del passato:
alcuni di loro hanno forse sprecato il loro tempo?

IX.

Vibrando nel vento
frammenti di fiori vani si sparpagliano.
Il vecchio Lu,
ascia in mano,
se ne va attraverso un passaggio nel sottobosco.

Sentendosi infreddolito fino alle ossa
fa ritorno con un albero sradicato
sulle proprie spalle.

Riferimenti bibliografici

Arthur Braverman, A Quite Room. The Poetry of Zen Master Jakushitsu, Tuttle, Ruthland, 2000.
Heinrich Dumoulin, Zen Buddhism: A History, Japan, World Wisdom, Boston, 2006.
Natasha Heller, Illusory abiding: The life and work of Zhongfeng Mingben, Harvard University Asia Center, Harvard, 2005.
Eido Shimano e Soen Nakagawa, Like a Dream, Like a Fantasy: The Zen Teachings and Translations of Nyogen Senzaki, Wisdom, Boston, 2005.
Mariah Ury, Poems of the Five Mountains. An Introduction to the Literature of the Zen Monasteries, The University of Michigan Press, Ann Arbor, 1992.
Burton Watson, The Rainbow World. Japan in Essays and Translations, Broken Moon Press, Seattle, 1990.

Sito del tempio Eigenji, in giapponese: http://eigenji-t.jp//


Tiziano Fratus abita in una piccola casa ai margini del bosco, medita, legge, scrive e ascolta la natura. Nel suo peregrinare ha esplorato le foreste maestose per cucire i capitoli di una storia umana, arborea e spirituale e ha coniato concetti quali Homo Radix, Dendrosofia e Bosco itinerante. In California ha perlustrato i più vasti, alti e annosi alberi del pianeta, in Giappone ha visitato templi, canfori millenari e isole-foresta, in Italia incontra i patriarchi vegetali presenti nelle città, nei boschi, nelle riserve, sulle montagne e nei giardini storici. In vent’anni di scrittura e labòrio ha composto silvari, collezioni di alberografie, quaderni di meditazione, raccolte di poesie, romanzi forestali e fiabelve gotiche. Fra le sue opere si ricorda Giona delle sequoie (Bompiani). Sito: Studiohomoradix.com

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Budda nel bosco: I semi del monaco errabondo Jakushitsu Genkō (1290-1367)