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Marco Sioli insegna Storia dell’America del Nord all’Università degli studi di Milano ed è autore del saggio In difesa della natura selvaggia edito (Eleuthera, 2025).

intervista a cura di Antonia Santopietro

Nel libro lei mostra come la wilderness sia un concetto stratificato, che va dal mito biblico dell’Eden alla costruzione culturale dei parchi nazionali. In che modo questa genealogia influenza oggi il modo in cui percepiamo – e politicamente gestiamo – la natura selvaggia?
Come insegno nei miei corsi, ricollegarci con il valore antico e originale del termine wilderness, a partire dalla pronuncia corretta ˈwɪldənəs, è necessario per raccontare un concetto “stratificato” appunto. Questo anche perché l’idea di wilderness fa ormai parte della nostra cultura volenti o nolenti. Il termine è diventato di uso comune anche in Italia al punto che le agenzie turistiche lo hanno inglobato nelle descrizioni delle loro proposte di viaggio più avventurose. Letteralmente “regione o area selvaggia e non coltivata”, la parola wilderness, con il tempo, si è arricchita di contenuti al punto di trasformarsi da paesaggio inanimato in agente storico a pieno titolo con diversi e complessi significati. Alla radice della parola wilderness, entrata a far parte della lingua inglese tra il XII e XVI secolo, il germanico wilddeornes. Non era un caso che nella Germania antica si sentisse la necessità di descrivere una condizione di vita selvaggia: le antiche foreste descritte da Cesare e Tacito rappresentavano il regno della “barbarie” dove i Germani, che vestivano pelli di animali selvatici o corteccia, erano i feroci selvaggi. E l’imperativo per i Romani era appunto quello di distruggere la foresta in cui vivevano i germani per trasformare gli alberi in case e città di cui erano privi, così come aveva scritto Tacito: “I popoli germanici non abitano alcuna città … vivono in dimore isolate e sparse qua e là, a seconda che una fonte o una pianura o un bosco li ha attirati”. Scomparsa questa realtà in Europa i coloni la hanno ritrovata intatta in Nord America.

Nell’introduzione suggerisce che la wilderness non è solo un luogo fisico, ma anche un dispositivo narrativo e simbolico. In che modo la retorica della natura incontaminata è stata storicamente utilizzata per includere o escludere gruppi sociali?
Sono d’accordo con questa interpretazione. Nel ripercorre le origini della parola wilderness ho ritrovato l’epoca in cui i vocaboli inglesi più prossimi erano “desolato” e “deserto”, entrambi riferiti a un paesaggio. Ma questi termini avevano un’origine biblica e indicavano luoghi posti ai margini della civilizzazione dove una persona poteva perdere e ritrovare la propria fede: il territorio dove Mosè aveva vagato con il suo popolo per quarant’anni, il deserto dove Gesù aveva resistito per quaranta giorni alle tentazioni di Satana, il paradiso perduto di John Milton, il luogo dove Adamo ed Eva continuarono la loro vita dopo essere stati costretti ad abbandonare il paradiso terrestre. Un luogo, dunque, fuori dal tempo, selvaggio, all’alba della civilizzazione, la cui trasformazione avrebbe rappresentato l’inizio della storia. All’origine di tutto dunque il mito dell’Eden, il paradiso in terra, un paesaggio perfetto che a causa di un errore umano rischiava di essere cancellato: sostituito con un prato per far pascolare le mandrie o con un villaggio che presto si sarebbe trasformato in città dove gli umani si sarebbero rapportati l’un l’altro in modo diverso, rispettando delle regole di coesistenza differenti. Una città che a sua volta si sarebbe espansa a macchia d’olio in una miriade di sobborghi, nei quali avrebbero trovato spazio la maggior parte degli abitanti della terra. Queste persone avrebbero comunque guardato all’esterno della città per ritrovare il loro stato originale, il loro sogno in terra, il loro Eden. Ma entrare nell’Eden significa escludere altre persone. Ed ecco un altro significato recondito del termine all’opposto di Eden: un ordine demoniaco. La wilderness come angelo sterminatore che sopraggiunge improvvisa sotto le forme di una belva feroce, uno sciame di api assassine, un tornado, un terremoto o una inondazione.

La figura di John Muir emerge come un ponte tra spiritualità, scienza, attivismo e politica. Quali aspetti del suo pensiero ritiene più fraintesi nel dibattito contemporaneo sull’ambientalismo?
La figura di Muir è stata un ponte tra spiritualità, scienza, attivismo e politica. È difficile slegare questi aspetti che sono sempre molto presenti nelle sue opere insieme a una scrittura efficace in grado di smuovere le coscienze. Se l’aspetto scientifico era limitato alla raccolta di esemplari tipica degli ambientalisti ottocenteschi alla ricerca di nuove specie e alla loro codificazione, quello dell’attivismo era segnato dalla volontà di convincere le persone a seguire i suoi passi, a condividere camminando le sue emozioni non tanto per filosofeggiare come avvenne con Ralph Waldo Emerson ma per trasformare l’azione in decisioni politiche come avvenne con il presidente Theodore Roosevelt.

Nel testo lei mette in dialogo Thoreau, Olmsted, Muir e Leopold, mostrando come ciascuno abbia incarnato una diversa forma di rapporto tra individuo, società e natura. Se dovesse individuare un filo conduttore politico e culturale che li unisce, quale sarebbe?
Non si conoscevano personalmente queste quattro persone ma appartengono tutte decisamente alla cultura americana. Se la critica di Thoreau si svolgeva nella prima metà dell’Ottocento e riguardava l’industrializzazione di quel periodo criticando l’invasione della natura da parte del commercio con il suo denaro, il suo credito, le sue strade ferrate, ciò non toglie che le stesse riflessioni siano state avanzate anche da Aldo Leopold nella prima metà del Novecento quando al posto delle strade ferrate c’erano le strade asfaltate. La sua Wilderness Society chiedeva questo: lasciate uno spazio alla natura in America. Per Thoreau la civilizzazione irrazionale e non rispettosa di un ambente vitale aveva ridotto i lavoratori a mero strumento degli attrezzi che usavano, mentre l’intensificazione del lavoro in fabbrica aveva portato le persone a sognare di fuggire nella wilderness. Altrettanto importante per Thoreau era la decadenza dello spirito: i contadini trattavano la natura non come strumento di crescita spirituale ma come pura merce, mezzo per trasformare raccolti e bestiame in denaro. E quello stretto materialismo si estendeva a tutte le loro vite. Da qui la creazione di organizzazioni come il Sierra Club di John Muir o la Wilderness Society di Aldo Leopold per arginare questa deriva.

Lei parla della differenza tra due modi di proteggere la natura: il preservazionismo, che vuole lasciare la natura completamente intatta, e il conservazionismo, che permette di usare le risorse naturali in modo sostenibile. Considerando le pressioni economiche di oggi – come le trivellazioni o gli incendi – secondo lei è ancora possibile gestire i parchi in modo da rispettare sia l’idea di proteggere la natura intatta di Muir, sia quella di usare le risorse in modo responsabile come suggeriva Leopold?
Penso che ormai nei parchi americani si stia combattendo l’ultima battaglia in difesa del conservazionismo, anche se gli spazi sempre più ridotti sono ormai una wilderness da cartolina. Il disboscamento, la desertificazione, la cementificazione, l’inquinamento sono dei sensi unici anche per questi piccoli ritagli di verde. Solo i boschi, come aveva scritto intuitivamente Frederick Law Olmsted nell’Ottocento, possono “purificare l’aria” e agire come i polmoni verdi della terra. Una severa critica va dunque rivolta alle finte wilderness che trasformano queste foreste in parco ambientale – l’Environmental Park – ma si tratta di una forma di maquillage ecologico più che una reale trasformazione. Rimane la necessità di mantenere ampie aree boschive, la volontà di ritornare alle aree a parco, alle foreste nazionali, all’originario ambientalismo di Olmsted e Muir. I keepers di Olmsted e i ranger di Muir sono coloro che stanno combattendo questa battaglia in difesa di una wilderness sempre più minacciata non tanto dalle trivelle auspicate da Donald Trump ma da una commercializzazione che vive i parchi nazionali solo come forme di turismo commerciale per staccare dalla vita urbana.

La storia dei parchi americani è una storia di governance complessa. Quali elementi di governance potrebbero essere utili per ripensare la gestione delle aree protette italiane?
Mi sono ripromesso di presentare il libro nei parchi nazionali italiani questa estate. Ma già la definizione che dà il ministero è fuorviante: nei parchi nazionali rientrano tutte le aree terrestri, fluviali, lacuali e marine che contengano uno o più ecosistemi intatti o, anche se parzialmente alterati da interventi antropici, contengano una o più formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche, biologiche di rilievo internazionale o nazionale per valori naturalistici, scientifici, estetici, culturali, educativi e ricreativi, tali da richiedere l’intervento dello Stato ai fini della loro conservazione per le generazioni presenti e future. Queste non sono aree in cui prevale la wilderness ma aree densamente abitate in cui difficilmente la natura selvaggia potrà riprendere il sopravvento. E d’altronde i comitati di gestione che sono incaricati di gestire i parchi sono composti dai rappresentanti di tutte le realtà politiche e sociali del territorio, non da un National Park Service federale e autonomo come negli Stati Uniti.

Timothy Morton definisce la crisi ecologica come un iperoggetto. Come si possono far dialogare questa prospettiva e la wilderness concreta e incarnata che emerge dal suo libro?
A parer mio, i parchi nazionali americani così come i grandi parchi urbani costituiscono un argine ai cambiamenti climatici e al riscaldamento globale. L’Antropocene, inteso come era geologica segnata dall’impatto nefasto del genere umano sull’ambiente che lo circonda, deve tenere conto di questi tentativi di difendere la natura preservandola nello spazio e nel tempo. L’iperoggetto per eccellenza di Morton è proprio il riscaldamento globale. Dal mio punto di vista le possibilità grazie ai parchi naturali di abbassare le temperature su scala locale e continentale sono importanti e la diminuzione del riscaldamento globale può avvantaggiarsi da queste esperienze legate alla wilderness come realtà concreata che può avanzare piuttosto che arretrare. Di pare completamente opposto è la visione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che invoca nuove trivellazioni e la riapertura delle miniere di carbone. E’ una visione miope questa che però viene condivisa dal mondo MAGA (Make America Great Again) che lo supporta, una visione che appartiene al passato a cui Trump appartiene ma ancora pericolosa per i danni che può apportare al pianeta. Come scriveva il grande intellettuale americano W.E.B. Du Bois “o l’America distruggerà l’ignoranza o l’ignoranza distruggerà gli Stati Uniti.

Morton parla anche di ecologia oscura, una natura perturbante e non armonica. Quanto questa dimensione oscura è utile per comprendere la wilderness contemporanea, segnata da incendi, alluvioni e collassi ecologici?
Ho affrontato il tema degli incendi in California nel mio ultimo libro American Golem 5.0. La nuova rivoluzione industriale legata all’intelligenza artificiale ha portato alla costruzione di enormi edifici che necessitano di acqua per raffreddare i calcolatori. La stessa acqua che è mancata dagli idranti nell’ultimo incendio a Pacific Palisades, il ricco quartiere a nord di Los Angeles, nel gennaio del 2025. Quando i pompieri sono entrati in azione, anche per difendere il Getty Museum alle spalle del quartiere, gli idranti a cui attaccare le pompe c’erano, ma quello che mancava era l’acqua. Fermare gli incendi è ormai divenuto quasi impossibile e questo ce lo ha ben raccontato John Vaillan nel libro L’età del fuoco. Una storia vera da un mondo sempre più caldo. Partito il primo di maggio 2016 dal sito petrolifero di Fort McMurray in Alberta – il Texas del Canada – il fuoco si è esteso dalla foresta boreale alla città devastandola, arrivando persino a superare un fiume. È la natura perturbante e non armonica da cui sprigiona il fuoco che distrugge case e foreste sulla spinta di un vento caldo, una vera ecologia oscura per parafrasare Timoty Morton.

Edgar Morin insiste sulla necessità di un pensiero complesso capace di tenere insieme natura, cultura, storia e politica. In che modo la storia dei parchi americani può essere letta come un laboratorio di complessità moriniana?
Sono comunque più simpatetico con Edgar Morin piuttosto che con Morton. American Golem 5.0 è stato pubblicato in una collana dell’editore Ibis di Pavia (Sud-Nord Altri Mondi) dove figurava anche un testo dell’autore francese dal titolo La violenza del mondo. La situazione dopo l’11 settembre. E Morin non parlava solo dell’attentato terroristico di New York ma delle violenze perpetrate dagli uomini verso i loro simili e verso la natura. Sicuramente la storia dei parchi nazionali americani è parte di un grande progetto culturale che inizia con Muir e si concretizza con il National Park Service e con tutti i ranger che li proteggono. Ma la violenza della politica si è abbattuta su di loro, costretti a subire un taglio del 25 per cento dei finanziamenti da parte dell’amministrazione Trump. Tenera insieme la storia, la cultura e la natura come ha immaginato Edgar Morin non è facile nell’America di oggi che invece ripropone economie antiche fatte come dicevo prima di miniere di carbone e pozzi di petrolio con un presidente come Trump che invita a non tenere conto del cambiamento climatico considerato una bufala, una delle tante fake news che lui stesso contribuisce a creare.

In Italia, studiosi come Telmo Pievani hanno sottolineato come la natura non sia un dato oggettivo, ma spesso una costruzione culturale, influenzata dalle nostre percezioni, pratiche e narrazioni. In modo simile, Tim Ingold sostiene che la natura venga vissuta e interpretata attraverso le pratiche culturali degli esseri umani, e non esista come entità separata e autonoma. Alla luce di queste prospettive, come si intreccia questa visione con la genealogia della wilderness americana che lei ricostruisce? Possiamo quindi considerare la wilderness non solo come un fenomeno naturale, ma anche come il risultato delle pratiche e delle interpretazioni culturali che hanno determinato cosa ritenere ‘selvaggio’ e degno di protezione?
Proprio in una recensione di Telmo Pievani su La Lettura del 30 giugno 2024 del libro di John Vaillant L’età del fuoco metteva in luce la costruzione culturale di un territorio canadese come l’Alberta, una volta spina dorsale del commercio delle pellicce di castoro e che ora era dedicato esclusivamente all’estrazione di idrocarburi, tanto da essere definito “il Texas del nord”. La natura di questo enorme territorio fu sconquassata un tempo dalla scomparsa della wilderness e oggi dall’energia devastante del fuoco. Concordo come scrive Tim Ingold che non esiste una natura separata e autonoma dagli esseri umani e che questi alla fine decidano per non essere travolti da pensare alla sua protezione. La protezione dei grandi alberi millenari era il punto di partenza sia di Olmsted sia di Muir. Preservare le sequoie per la posterità era il loro obiettivo primario così come impedire che le cascate del Niagara si trasformassero in enormi turbine per la produzione dell’energia elettrica. Vedere oggi l’enorme massa d’acqua che scende dalle cascate è una panacea per la nostra età del fuoco.

La wilderness italiana è frammentata, residuale, spesso contestata. Quali sono le principali differenze tra il modello di wilderness statunitense e quello italiano — anche in termini di significato culturale e politico — e quali elementi possono essere eventualmente trasferiti nel contesto italiano?
Riprendo la quarta di copertina del mio libro per citare un ranger, Edwar Abbey, incaricato di proteggere la wilderness americana: “Una civiltà come la nostra che sta intenzionalmente distruggendo quella parte di natura incontaminata che ancora esiste, sta non solo tranciando il legame con le proprie origini, ma tradendo il principio stesso della civiltà. Servono dunque atti coraggiosi per difendere la wilderness non solo americana e concordo con lei che quella italiana è frammentata, residuale, spesso contestata. Gli amministratori spesso si lasciano condizionare dai cittadini da cui dipendono per il voto togliendo spazio alla natura e alzando la quota dove costruire o trasformare alpeggi in baite per i soggiorni estivi. Togliere le costruzioni abusive o autorizzate in deroga dovrebbe essere un principio da osservare per coloro che sono incaricati di difendere il territorio. Come ho affermato precedentemente la wilderness non è solo un paesaggio o uno spazio turistico fruibile nei mesi estivi ma una realtà da rispettare nel complesso incontro tra umani e non umani.

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Parliamo di “natura selvaggia” con Marco Sioli

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