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Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola 

Accreditare la parola, ribadire la sua potenza.

La poesia, costituzionalmente, è rivoluzionaria, sa essere ostile, ma nel tempo odierno ciò che viene identificato come poesia, nel senso comune, è tutt’altra cosa, un oggetto inerte (nel migliore dei casi), un intento menzognero (nel peggiore dei casi).

È quindi logico che ci si interroghi sulla funzione della poesia, sulla sua essenza-assenza, che ci si immetta nel flusso contrario, che bagna e prova a detergere il linguaggio nella sua complessità.

E si comprende quindi che autrici come Antonella Anedda ed Elisa Biagini, e uno studioso come Riccardo Donati, si pongano a difesa (difesa sentimentale e politica, cioè vitale) di un presidio che può risultare (in varie forme e modalità) contaminabile dall’omologazione, dalla semplificazione come grimaldello delle coscienze.

Esibiamo una garanzia, che sono i miti, i processi biochimici che ci tengono in vita, fino all’implosione che sarà o verrà, ma non possiamo ignorare la minaccia, la fronda silenziosa, opalescente, che gioca con la nostra pelle e aspira a una cromatura (lifting) globale. Si tratta di un abbraccio caldo, melodioso tendente all’ipnotico, è il “pericolo di perdersi nelle parole, di finire smarriti e brancolanti in qualche «selva oscura», con la testa scaricata, disarmata da un linguaggio usa e getta che non ci aiuta nel difficile ma vitale compito di dire e di dirci.”

Riconosciamo due chiavi di lettura nel volume edito da Chiarelettere, che si compenetrano e allo stesso tempo trasmettono su frequenze differenti.

Onde corte, per comunicare e ricordare il tentativo di delegittimazione, di cui si è accennato sopra, per rinfocolare il nucleo pensante, sempre disponibile, sempre pronto ad accogliere un frammento di luce e possibilità, una scaglia, “un oggetto con niente da offrire se non la capacità di aiutare qualcuno – che se lo ritroverà chissà come sparato negli occhi o nelle orecchie, come un bang! – a non banalizzare la complessità del mondo.”

E poi onde medie, il fare e disfare la sostanza che si ha a disposizione, il manufatto poetico che è prodotto di bottega, incastro e limatura del proprio vissuto e di ciò che ci circonda. In tal senso il volume offre suggerimenti, suggestioni: l’importanza del suono, l’esattezza dei termini, la ricerca della dissonanza, di una voce propria, “non ostinata, non specchiante, ma obliqua”.

Ci anticipa Riccardo Donati nell’introduzione, che l’opera è suddivisa in quattro parti corrispondenti a quattro azioni decisive: “incontrarsi, cioè tentare di uscire dall’isolamento individuale per costruire insieme, a più teste, un percorso di condivisione; pensare, dunque avviare un colloquio con noi stessi; leggere e riflettere, ovvero entrare in dialogo con chi prima di noi ha fatto esperienza del mondo e dei modi di rappresentarlo, e, infine – dunque solo in ultima istanza, facendo giocare tra loro incontri, concetti, competenze acquisite, ma pur sempre nella consapevolezza che «nulla è sicuro» –, scrivere.

Per quanto riguarda la terza parte (leggere e riflettere), Anedda e Biagini analizzano (o forse sarebbe più giusto dire accolgono) un cospicuo ventaglio poetico, per provare a tracciare una mappa, longitudini e latitudini per estrarre da autori significativi, irrinunciabili, il nocciolo palpitante che mette in discussione il vuoto, ne sradica i presupposti. Sono versi che (s)occorrono, itinerario luminoso che ci spinge lontano, che non ha un centro eppure si distingue, genera costellazioni formali e sensoriali.

Per ogni lirica citata (da Ovidio a Mandel’štam, da Adrienne Rich a Emily Dickinson, solo per alludere a una compagine ragguardevole) segue a ruota un tema, una necessità sottolineata che concerne, ancora una volta, la calibratura degli strumenti, e che asseconda il cammino dei poeti verso una comprensione profonda, cristallina, il più delle volte conturbante.

Come è giusto che sia l’obiettivo può ridursi a un bagliore, la consapevolezza stemperata dal dubbio, dalle prerogative più umane e fragili. Ce lo ricorda Eugenio Montale, impassibile di fronte a una parola che “squadri da ogni lato”, e ce lo fanno supporre i protagonisti e i testimoni dell’esilio (reale o metaforico), da Ovidio a Anne Carson (Ora Ovidio sta piangendo. Ogni notte a quest’ora indossa la tristezza come un abito e continua a scrivere), da Osip Mandel’štam a Franco Fortini (Scrivi mi dico, odia/ chi con dolcezza guida al niente/gli uomini e le donne che con te si accompagnano/ e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici/scrivi anche il tuo nome).

E poi l’ultima parte di “Poesia come ossigeno”: scrivere – dentro la bottega. Anedda racconta l’origine, il margine che separa il getto incontrollato dall’atto poetico. Può essere un dettaglio, un luogo o un oggetto, e la manualità si accolla il compito di rendere solida la porzione di cielo. “L’obiettivo è la durata, nel senso che le dava il pittore Paul Cézanne: rendere solido l’impressionismo, fare della mela una sfera.” La vertigine, poi, è il sommesso, rispettoso sorseggiare il richiamo, afferrare la memoria che contiene gli autori amati, la loro voce e i riverberi.

Delle storie che incontrano la Storia: Elisa Biagini regala un posto a sedere nella sua officina poetica, ricostruisce un percorso a tappe sulle strade di Buenos Aires, fra ricordi personali e impressioni suscitate dal viaggio. Ne scaturiscono sei brevi liriche che hanno un’origine assodata (coordinate di riferimento), e che mettono foglie lungo il cammino, dentro a un processo di sintesi che si avvale di incontri, visite a luoghi simbolici e di una lettura giovanile (El Eternauta, di Héctor Oesterheld e Francisco Solano López, un fumetto di fantascienza pubblicato nel 1957 in Argentina).

Sto per ripartire e rimetto insieme i pezzi delle molte cose viste e sentite; così, nella sesta poesia, torno al luogo toccato all’inizio di questo racconto: adesso ho delle vere memorie che si intrecciano a quelle con cui sono arrivata. Il calore del loro impasto «sfrigola nella nuca» – ancora un riferimento al fumetto di Oesterheld: gli invasori inseriscono nelle nuche degli umani un apparecchio dotato di lame che penetrano nella pelle, in modo da poterli controllare come robot – ed è tale da sciogliere altre lame, quelle dei miei sogni, il cui liquido mi scende lungo il corpo raggiungendo la mia ombra. Ombra dove l’ascolto è più pieno.”

Costanera Sur

Sfrigola nella nuca
la memoria, scioglie
le lame ai sogni,
metallo che mi scivola
dal piede dentro
l’ombra.

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