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Da Trasparenza, “Lyra giovani”, Interlinea, 2019

Aquatic Centre

Stesa sul letto a volte vedi forme,
curve che entrano e spirali che evadono.
Gli organi trasparenti in alto si aprono
e diventano una linea morbida che insegue se stessa,
pulisce il respiro dai colori scuri – il colore del sangue,
o quello denso della carne dove nascono le api.

Nulla si rigenera, ma è prolungato, infinito
nella linea che pulisce gli oggetti e fa cose
per pensare, per abitare: un grande uovo, ad esempio,
si spacca senza perdere liquido e bianchissimo invade
gli angoli del soffitto, apre un arco, una porta
tra i continenti.

Tra il cielo e l’acqua questo edificio
splende in una luce illimitata:
puoi aprirlo, aprirti
a una lingua di toni aspri,
tornare nel suono rotondo di un’altra
riprendendo quei toni come finestre sul mare
o il ponte sospeso per il parco
dove le persone stese sull’erba sono api
e il calore al sole sembra impedire la morte
anche se tra anni, milioni, un giorno
esplodendo.

Segui poi altre linee, quelle della specie,
forse come sapere che nascere
non sarà più violenza, ma fenomeno di sguardo,
e dal letto lasci il sesso arrampicarsi
attorno ai contorni di questo edificio
nel suo bianco sotto raggi tempesta,
la stella nell’attimo prima
di esplodere.

La vita è ovunque, in una linea curva
ognuno abita come pensare.
Le api ora lasciamo la mia bocca perché le penso.

 

*

Miniature 1

Vecchie famiglie – innegabile
che esistano personaggi
come in una tela di Cranach
simile alla mente con i gangli,
le curve. La donna di fronte
ha occhiali grandi, l’uomo
a fianco si chiude, il controllore
scorre in una vita diversa,
passa le dita sulla parete
del cellulare dove scivolano
personaggi tra immagine
e immagine. Le ore sono
tutti voi: entrate, uscite
da una fonte in una nudità
interiore, nel lago dolce
di Cranach per la giovinezza
staccando fili d’erba e molecole.
Cosa stai pensando quando
tra noi e loro minuscoli personaggi
si creano, si staccano?
Vecchie famiglie – quanti siamo,
quanti pixel nell’aria, miniature
sul limite.

*

Miniature 2

Sei addormentato e respiri
qualcosa di me vicino che scioglie l’aria.
Dai talloni alla fronte
immobile al tuo fianco
nell’idea che sopra di noi
qualcosa – può chiamarsi
Qualcosa – nel buio ci fa levitare.
Nel sogno cammini con la testa all’ingiù.
Nel suono delle fauci – un animale
dorme tra noi – Qualcuno continua…
Siamo in un lago,
ologrammi, in alto la clessidra,
il progetto steso sul pigmento bianco
compone al rallentatore
come nella serra la specie monitorata.
E un silenzio… di noi
qualche uomo lontanissimo
prova l’obiettivo, non il buio.

***

Da Dal deserto rosso, “I quaderni della Collana”, Stampa 2009, 2021
disegni di Linda Carrara

La stanza è un eden selvatico. Ti scrivo?
Non so dove cresce il grano. Nell’aria di aprile
una forma, il campo in lontananza, le labbra.
Ma com’era la bocca sulla pancia, le punte
si piegavano nell’inguine? Il grano cresceva
sulle labbra, verde, minerale, denso – dico
altro? Non ho, non io, non sento – cerco
la schiena, stringo le ginocchia: cosa salva
le persone autentiche? Desideri un mondo
verde, minerale, denso – chiedi solo cura?
Allora ascolta aprile, ovunque, com’è caldo,
pazzo, violento, rimuovi ogni mancanza.
Resisti a occhi chiusi, non respirare, pensa
un deserto… non me, non ho, non sento
il grano fuori nel vuoto che lotta immobile.

*

In punta di piedi colgo le ciliegie.
L’albero sopra di me è una giovane galassia.
La merla salta su asteroidi di muschio,
mangia la polpa, ingoia il nocciolo, una rotazione
si scioglie nel suo petto, il becco giallo del compagno
arriva come una cometa. L’albero che nostro padre
ha piantato vivrà fino a quando le radici perforano
il muro – ma ogni pochi secondi esplodono
le radici delle galassie. Sporchi di succo profumato
crediamo di allevare, di proteggere? Gli uccelli
dividono i pezzi di un frutto, l’aria diventa nera
e li assorbe. Ti scrivo: un albero è un codice.
Stringo il nocciolo fra i denti, sto per deglutire –
le ciliegie sui rami più alti essiccano e i semi cadendo
trovano trifoglio o vento stellare.

*

È mezzogiorno e vedo una notte di mezza estate –
quando tutto il dolore si cancella non c’è più mistero.
Ho premuto le mani sulle palpebre, le piccole vene
sopra l’iride si restringono: siamo in un eden,
scintille rosse, elettriche, sangue fermo nelle orbite.
Allora il pavone dei due vecchi nella casa grigia
vola sul tetto, allunga la testa verso l’antenna,
apre e chiude la coda e grida per un mondo esistito
molto prima del nostro. È vero: la specie sopravvissuta
dei dinosauri sono gli uccelli di tutto il pianeta,
le piume sull’involucro, i denti del rettile, l’istinto
e l’incoscienza della morte. Adesso i decibel aumentano:
salta sul cipresso, l’aria è un fischio, scopre ogni cosa.
Molti secoli dopo ci stringiamo sotto il melo,
ma prima non c’era verità – né solitudine.


Maria Borio è nata nel 1985, si è laureata in Lettere ed è dottore di ricerca in Letteratura italiana. Ha scritto su Vittorio Sereni, Eugenio Montale e diversi poeti contemporanei, ha pubblicato i saggi Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio 2018). Cura la sezione poesia di «Nuovi Argomenti». Sue poesie si leggono nel «XII Quaderno di poesia italiana contemporanea» (Marcos y Marcos 2015). Ha pubblicato la plaquette L’altro limite (pordenonelegge-LietoColle 2017) e una raccolta in uscita nella collana «Lyra giovani» di Franco Buffoni (Interlinea 2018). 


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Poesie di Maria Borio | da “Trasparenza” e “Dal deserto rosso”

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