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IL MIO PAESE
poesia tratta da Conversari, Roundmidnight Edizioni 2021

Melograni che marciano
a libecciate dietro il cimitero.
Silenzio. Perdite della caldaia.
Ottobre è freddo e iniziano le semine.

Potano corvi e, nel celeste, il piombo,
nebbia improvvisa nel fuoco, tra ciocchi.
Il bosco è ancora un vestito e spicca
leggera indifferenza che mi leviga,
scabro, e “Ai paesi caldi – dice mia madre –
saranno giunte le rondini”.


Lungo s’indova come il sonno il canto
piano del pioppo tremulo e il risveglio
sottotetto provando
nel buio un districarsi di ali ai voli.
Ma qui unisono di squille sfa gelide
cutrettole aurora e il corpo grigio,
minuscolo, intravisto, sonagliera
senza vento. Alare e brunitoio la
casa e prime luci dietro le grate
che nell’aria lustrale svia parole.
Primalba: solo tempo in cui cammino.
La porta accesa, un blu di grotte, un oro
stentoreo, una pianura di aranceti,
come raggi alle persiane, nel gesso
dei pulviscoli al primo pomeriggio.

Trema d’un proprio autunno e vuole volti
sfioriti, luce attesa
che in sé sfiora chi ama, foglie che ravviano
bettole con tonfo di topicida.
Ottobre arioso screzia.
Il bacio di due facendo il mosto. Vanno dense
preghiere per ogni assenza, rosate
rose di rosolio e ortiche a chi sceglie
come spartito il giorno
che avviluppa il tedio, l’eccesso. Se ami
ciò che la voce illumina
sorridi e gli amoreggiamenti prendono
le gazze, un ringraziare il vaticinio
che incede verso piaghe da coprire
con abiti di sacco. E per piazzali
martellano sbandieratori unanimi.
Chi entra nel tempo gareggia e il prodigio
prende corde al tuo paese.
Tra cicale e locuste.
Le silvie spezzano la via attigua all’olivastro
potato. Non sono uccelli che usano cristalli
di sale per nascondersi.
Seccamente la selciaiola guizza tra i sambuchi.

Dotti fatui di linfe
sbiancano, attraendo balsamicamente
stiaccini e fanelli, mentre i gheppi,
funamboli bigi, si allineano alti
solennità immobile. A volte sento
gli usignoli sbucare a sera da cretti soprastanti
stambugi e orti o dall’eclisse di un pino.
Cince, cocciniglie, i mondi del soffio.
Né odi né elegie. E il bianco
canapino e i verzellini che, invece,
sanno l’inferno più in alto. (Si salva
chi scende evitando il filo spinato).

Corpo raccolto, fetale, mio corpo
dolente in un plaid scozzese. Inverno strepe
col paese lasciato solo dal vento,
rumore di canutiglia e vociare
pesante. Cordicelle e gocce servono
per le carriole e la mente. Ora ottobre
piove tenero e fitto e ci si vuole
coppia di merli acquaioli alle gronde.
Si tenta sul palmo una guancia. Tenti
crearti una salute pensando a un solo
pensiero, un elenco, uno per volta, uno
sommario e uno singolare. I rialzi
fragranti. Precede la navetta alle sette meno
venti di sera chi va al lebbrosario
mentre la spola è dei passeri e il grido
da paretaio dei pettirossi ora
che, irresinati, non possono andarsene più.
Da viluppi di arboscelli fino a qui
scuotiamo la tovaglia in un brusire di molliche.

Sui rami grossi del pero selvatico
miti gruccioni e verdoni dal petto
verde-petrolio e blu-veleno. Penso a giornate
di pioggia, vanghe nascoste sottoterra, sedie
severe, vecchie singer inosservabili, invisibili
come la costanza dei fantasmi. Fucile da caccia,
rosmarino. Negli occhi di una madre
mi coprivo la testa con un manto
aggravato dal rimorso. Quando suonava la piccola
campana dell’orologio, uno storno
vero si precipitava aliando e imbeccando stridori
dai tetti ai crepacci, un lento orbitare di maghe e lutto,
ombra e ira d’ombre, cornacchie tra taccole.

Feste di venditori di stagno e gente dubitosa
che saggia ciotole di rame nelle mattine bianche
i cui deserti indietreggiano fino allo stupore che
involge, animoso, fogliame povero
tra le ortensie sgargianti e il nome estratto,
nubecola turchese
virante in lampi ammoniacali e immagini
del dopo. Ricordiamo canzonieri
filiali, sotto mondi che s’infatuano
lievi e nudi, i cortili con le vasche
di porfido e granaglie sui terrazzi
privi di fioriture, di un altro ieri.

Polvere che stagna all’alba nel gelo
con la sciarpa di lana e l’intenzione
d’inoltrarsi ai marmi, alle acquasantiere
tra le vetrate brevi. Altare senza
pala che saggia di lato il mantello
di una statua. Figlie fioccose, brade
negromanti negriere le cornacchie.
Pietà per chi pensa che la parola
stratificata sia orgoglio e riscatto,
paese inerte che slontana sanguinaccio, bianca
neve di Natale e aghi o abeti e l’oro
delle sfere. Servitù al rosario preaurorale.
Mia nonna accendeva una candela, la domenica.
I ragazzi ondeggiavano sui fili
di crine dei tetti. C’era una serra di tegole,
gradini, pomeridiani soggiorni di quaglie
nel chioccolio dei tigli. Le palombelle sgranavano
stagnole, nastri e ramoscelli ai fuochi.

E dalla corriera scende un vociare che simula
l’ancoraggio e dicono svelto, tieni le mani in tasca,
ma non tremare se riconosci
la velatura, la nebbia, lo strappo. Adesso è ottobre,
poi novembre, dicembre. Ciò a cui alludi
già si scioglie nel dubbio e tutto è più vero. Mai nessuno
sfreccia in questa città. Non è terra il premondo né suolo
la pioggia in cui muto. Ci si passa le valige,
tra le palme. E, in piazza, un biancore di selciato s’irradia
contro i vetri. I solisti faranno più voci. Gli assoli
avranno più spartiti.

Quante volte lo strappo
si fa balbo e sordo e percuote il fondo
e la notte straniera
non consueta al lamento, alla chiarezza
sonora dell’origine che sbanda
nel rifiuto, nel non fare più niente
se cuore e mente sperano agilmente.
E tu catturi il pensiero primario
la bella fuga che non vuole astrarsi
da un sembiante di luce ammonticchiata
nel punto in cui la storia torna e affina
l’inverno e la pietà che ci rioscura.
Foglie di magnolia. Si spera un buio
più dolce. E il giorno pieno
s’invetria dopo compieta. Le braccia
legnose, un volere, sguardo che sa e non sorride
e s’incurva tra le sopracciglia aggrottate. Intuizione
del piacere che scatta,
di taccuini finiti con l’estate,
malinconia cui volgi le ali, scambio
di cova nelle colombaie. E il sole
trascorre tra alberi e saracinesche.


Ringraziamo l’editore Domenico Cosentino per aver concesso a  ZEST la pubblicazione della poesia di Alfonso Guida. | Tutti diritti riservati |


Alfonso Guida (1973) vive a San Mauro Forte.
Legato alle figure di Beppe Salvia, Dario Bellezza, Amelia Rosselli e Paul Celan, suoi testi sono apparsi, tra le altre, sulle riviste Poesia e Forum Italicum. Premi: Dario Bellezza per l’opera prima con la raccolta Il sogno, la follia, l’altra morte (1998); Montale con la plaquette Le spoglie divise [15 stanze per Rocco Scotellaro] (2002). Pubblicazioni: per i tipi di Poiesis Il dono dell’occhio (2011) e Irpinia (2012); Ad ogni passo del sempre (Aragno, 2013); L’acqua al cervello è una foglia (LietoColle, 2014); Poesie per Tiziana (Il Ponte del Sale, 2015); Luogo del sigillo (Fallone Editore 2016); Ha inoltre pubblicato il diario in prosa “Diario del transito” disponibile in rete. Cura la rubrica “Golpe” per la rivista Avamposto. Varie le plaquette: Via Crucis, Note di terapia, Nous ne sommes pas les derniers.

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Il mio paese | una poesia di Alfonso Guida