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sassi unplugged SASSI UNPLUGGED
di Giorgio Olmoti
round midnight edizioni

Matera, se non è la tua città d’origine è per prima cosa arrivarci. Il viaggio per Matera è già Matera. Treni scombinati e fuori da ogni sincronia che governa la regola universale del binario, autobus lanciati a sasso sulle autostrade la notte e carichi di respiri d’ansia, rassegnazione e nostalgia, macchine azzoppate sulle buche della Basentana e reduci di un mostruoso videogioco di sbarramenti e lavori in corso e in corsa, aerei che atterrano a distanza di un viaggio ancora, passi e passaggi e occasioni e camminare. (continua a leggere la presentazione qui)

L’autore:
Giorgio Olmoti non è uno che può serenamente dire di arrivare da un posto preciso. La definizione migliore per lui, a qualsiasi latitudine, dovrebbe essere “sangue misto”, come si usava nei film western. In ogni caso nel tempo egli ha selezionato dei luoghi d’elezione, pur astenendosi da sempre dal voto, e s’è fatto carico di un mutuo ventennale per pagare una casa in un perduto bosco friulano, con una rata inferiore all’abbonamento alla televisione via satellite. …. (continua qui)

Per gentile concessione della casa editrice vi proponiamo un estratto:
(ogni capitolo del libro ha il titolo di una canzone)

Blitzkrieg Bop
Ramones

Alla fine degli anni Ottanta me la giravo con lo zaino di tela e mi tagliavo i capelli da solo. A dire il vero il taglio dei capelli era una forma di socializzazione, come lo spulciarsi tra primati. Ci si tagliava i capelli a vicenda, ascoltando cassette autoprodotte di gruppi sgangheri. Per il semplice fatto che quelli che suonavano erano uguali a noi. Stessa razza e stessi capelli. Stessa mala disposizione con il mondo.

Certi pomeriggi d’estate stavamo sbragati in casa di qualcuno e all’epoca vivevamo tutti in certe stamberghe che si reggevano in piedi in dispregio delle più banali leggi della statica. C’era sempre un esame da preparare, nel senso che avevi per mesi da svegliarti con l’idea che avresti dovuto preparare uno specifico esame e lo dicevi a tutti che eri alle prese con quelle materie lì. La mattina ti svegliavi e prendevi la misura con le balle che ti saresti raccontato per annullare ogni volta gli impegni presi con la tua coscienza. E quando proprio non c’era nient’altro da fare, ci si tagliava i capelli a vicenda. A forbici o, peggio, con le maledette macchinette tosatrici che erano degli aggeggi meccanici che si usavano come pinze e che, agendo sulle due leve, incrociavano le lame in una sorta di pettine. Roba in vendita a pochi spiccioli e sulle istruzioni, quando c’erano, si leggeva che il taglio poteva essere regolato secondo una scala numerata da zero a dieci. In realtà non serviva a niente regolare quella ferraglia perché era garanzia che a un certo punto si sarebbe imbizzarrita, cancellando traccia del cuoio capelluto su zone sempre diverse della scatola cranica. Quelli che si facevano i capelli con la macchinetta sembrava avessero la rogna e, per cercare di limitare il danno, a un certo punto del taglio rituale si rinunciava alle regolazioni e si tagliava tutto a zero. Un po’ alla volta il taglio dei capelli smetteva di essere un fatto condiviso e diventava una sorta di incombenza da rimandare come succedeva per la rasatura della barba, il pagamento delle bollette e gli esami all’università.

Quando sono partito la prima volta per Matera mi ero fatto tagliare i capelli un po’ a macchinetta e un po’ di rimedio a forbice e li portavo cortissimi al lati e dietro.

Sopra erano rimasti “alla come capita”, incasinati e senza aver mai conosciuto la disciplina del pettine. Sempre per quella maledetta pratica della noia. Quando sono partito la prima volta per Matera ero riuscito pure a recuperare in giro i soldi per il biglietto fino a Bari. Ho preso un treno a Cervignano, che viaggiava tutta la notte e che arrivava all’alba. Da lì avrei cercato di capire come arrivare alla meta. Quando sono partito la prima volta per Matera, non ricordo esattamente come ma quel treno era la cosa più comoda che poteva portarmi dal Friuli, dove allora vivevo, alla Lucania.

Così mi avevano detto quelli della comunità materana a Udine. Avevo passato la mia vita in giro per la penisola e le mie estati erano trascorse spesso a sud, ero in grado di cambiare almeno sei dialetti, un paio di lingue minoritarie e un numero indefinito di accenti e sapevo chiamare le bufale per la mungitura e distinguere una bressana o un roccolo tra i campi. Quando sono partito la prima volta per Matera non lo sospettavo che nulla di tutto questo bagaglio esperienziale di lingue e dialetti e bufale e roccoli mi sarebbe tornato utile. Quando, quando, quando. Questo continuavo a chiedermi, perché lo sapevo che se non si va non si vede.

 

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“Il viaggio per Matera è già Matera”| Sassi unplugged – un libro di Giorgio Olmoti