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Quintetto d’Istanbul | Arianna Dagnino
Ensemble 2021
Collana Transculturazione fondata da Armando Gnisci
diretta da Andrea Gazzoni


Mio padre suonava il jazz, a vent’anni, nell’Italia del dopoguerra, senza un soldo in tasca
ed echi d’America nelle orecchie. Avrebbe voluto emigrare in America ma… (da Il Quintetto d’Instanbul)


Molte persone sono deboli perché non sanno come farsi pietra, o albero
Aimé Césaire


“In questo libro stimolante Arianna Dagnino identifica una schiera di scrittori che, con la facilità con cui si muovono tra domicili, lingue e culture, si ritrovano più avanti di altri nell’esprimere una nascente sensibilità transculturale. In una serie di interviste, intervallate da estratti dei suoi diari di viaggio e sottoposte a un lieve processo di rielaborazione narrativa condotto con la mano abile del romanziere, Dagnino presenta le riflessioni di cinque scrittori sulla loro genesi, la loro situazione attuale e i loro obiettivi futuri in un mondo sempre più globalizzato – riflessioni tanto interessanti quanto lungimiranti [… ]. Il Quintetto è un contributo significativo allo studio della metamorfosi della cultura letteraria nel tempo della dissoluzione dei confini culturali.” J.M. Coetzee, Premio Nobel per la Letteratura


di Paolo Risi

Quintetto d’Istanbul ribadisce che il tema della transculturalità è centrale, talmente centrale che diviene sostanza, contenuto della letteratura.

Arianna Dagnino ci inoltra in una geografia provvisoria, in un sentire che sboccia in quanto dono e possibilità: c’è infatti un percepito che rende il suo libro una sorta di tuffo iniziatico, un invito da parte di chi intende trasferire la suggestione o l’impulso del viaggio, della curiosità.

Leggendo Quintetto d’Istanbul ancora una volta si prova sulla propria pelle la corrispondenza fra letteratura e vita: come non esistono linee di demarcazione entro cui sviluppare storie e personaggi, in alcun modo si giungerà a un’affermazione identitaria priva di contaminazioni e sufficiente a se stessa.

In una cornice creative nonfiction l’autrice incontra 5 scrittori-personaggi (fra loro Tim Parks che, con i suoi interventi, agisce un po’ come collante all’interno delle conversazioni), li sollecita e ne registra le osservazioni in luoghi speciali di Istanbul, “la città-porto alla confluenza di più mondi, più religioni, più culture.”

Ad accomunare il quintetto è il credo verso la transculturalità letteraria, condizione congenita o articolata strada facendo, lasciapassare che permette di ingrandire la propria ispirazione fino all’ideazione di nuovi mondi.

Su un treno diretto nella città palcoscenico lo scrittore Ilija Trojanow ripercorre la sua vita errante, a partire dall’infanzia, quando i genitori decisero di fuggire dalla Bulgaria, allora soggiogata dal regime sovietico. È un esploratore avido, inappagato, Trojanow; si guarda bene da aderire a un modello culturale, per rincorrere e abbracciare pensieri, orizzonti e prospettive. Entra così in gioco la libertà, la transnazionalità che permette di cogliere – come lascito naturale – le occasioni lungo il cammino. “Ogni definizione di appartenenza ha bisogno di un massiccio apporto energetico, cosa che comprova che non si tratta di uno stato naturale: cioè, solo se articolato scalando il gradiente energetico devi utilizzare energia, è una legge della fisica. Ecco allora che si potrebbe benissimo sostenere che la consapevolezza transculturale è lo stato naturale e che sono gli altri a essere innaturali perché si sono fatti rinchiudere dentro questa sorta di gabbia dell’appartenenza.”

Giunta a Istanbul Arianna Dagnino varca la soglia del Pera Palace, hotel che ospitò personaggi straordinari come Alfred Hitchcock, Greta Garbo, Mata Hari, Sarah Bernhardt, e in cui Agatha Christie, regina madre del romanzo giallo, scrisse “Omicidio sull’Orient-Express.” Nell’hotel foriero di infinite possibilità avviene l’incontro con Brian Castro, autore raffinatissimo, capace di distillare narrazioni sul confine del tempo. Le sue opere germogliano da un contesto ricco di stimoli, inerente alla propria famiglia e alla città in cui è cresciuto, la Hong Kong degli anni Cinquanta, già allora una delle metropoli più cosmopolite del mondo. Per lui i concetti di appartenenza e di identità nazionale suonano irrisori, una limitazione per certi versi offensiva. Nell’incontro con l’altro possono scaturire frizioni, e tale evenienza può essere interpretata come un fattore di maturazione personale. «L’ospitalità comporta sempre un trauma e bisogna esserne consapevoli. Il fatto è che non sono in molti a capire che insieme ai traumi, ai pericoli e al senso di perdita, arrivano le conquiste: è vero, aprendo la mia casa perderò qualcosa ma al contempo avrò acquisito qualcos’altro, non foss’altro la possibilità di confrontarmi con me stesso».

Inez Baranay attende Dagnino tra i vapori di un hammam, luogo che produce e asseconda complicità. Da subito le due scrittrici si ritrovano a condividere il concetto di “dispatriation”, tema esistenziale e filosofico, generativo a partire dall’intreccio di esperienze e confini attraversati. “Ho sempre sentito di provenire da più luoghi: dall’Italia dove vidi la luce, dall’Ungheria dei miei antenati, dall’Australia dove sono cresciuta quando vi emigrarono i miei genitori” rivela Baranay, sottolineando poi l’eccezionalità delle relazioni interpersonali in confronto al sentirsi parte di un’idea di nazione. Categorizzare, individuare assetti in base a un radicamento sociale anacronistico: a questa visione è logico e conveniente opporre una tensione di prossimità, sia nella scrittura che nella vita di tutti i giorni. Sempre Baranay: “Per alcuni, l’alone della nazionalità, dell’etnia o della razza sembra estendersi a malapena al di là dei confini di astratti atti burocratici, altri ne sono avviluppati. Quando poi arriviamo alle dicotomie occidentale/orientale, indiano/straniero, queste mi sembrano del tutto insufficienti, persino assurde ormai in molti contesti, su un pianeta di globalismi e anime globali, con una middle-class in crescita nei paesi in via di sviluppo e un numero sempre maggiore di indiani in giro per il mondo.”

Con Alberto Manguel (considerato il patriarca del quintetto di scrittori) viene approcciato il tema della lingua, di come il nomadismo e il conseguente avvicinamento agli idiomi locali sia propedeutico a una sorta di rinascita, di progressiva liberazione. La necessità di ridefinire, di fornire apporti e stimoli: la fluidità delle espressioni linguistiche (nonché la “reciproca impollinazione e la trasfusione di una prospettiva culturale a un’altra”) favorisce l’erosione di usanze monolitiche, si rivela uno strumento indispensabile per l’autodeterminazione e l’elaborazione ontologica. Esiste un’identità etica, ma nei quattro angoli del pianeta terra si agitano forze contrapposte, che replicano in grande il confronto con l’Altro, reale o immaginario che sia. In questo contesto la politica è chiamata a progettare, a superare se stessa e ancora una volta a fare esercizio di pragmatismo. “La realtà politica – suggerisce Dagnino – è incentrata sulla costante negoziazione e ridefinizione delle barriere, qualunque esse siano – sociali, geografiche, culturali. Non si può prescindere da questo dato di fatto. Ecco perché la transcultura può esercitarsi quasi esclusivamente nell’alterità artistica, nella realtà surreale (o nell’irrealtà) degli spazi creativi e nelle forme di resistenza individuali.”

A partire da un tour di interviste – inframezzate da citazioni sempre puntuali e da memorie di viaggio dell’autrice – si compone un’opera che oltre a sviscerare il tema della transculturalità rivela aspetti inediti della personalità degli scrittori coinvolti. Dal globale alla riflessione intima vengono illustrati il positivo e il negativo del nomadismo, la vertigine di sentirsi cittadini del mondo e la discriminazione messa in atto da coloro i quali restano avvinghiati ai propri retaggi culturali. Dagnino condivide con il lettore il privilegio di colloquiare con alcuni fra i maggiori esponenti della transculturalità, approntando scenari suggestivi nei quali risulta confortevole discorrere di esperienze di vita, di approcci stilistici e narrativi, di come la propria identità si compenetri nella scrittura. Ma al di là della piacevolezza della lettura, di potersi proporre come osservatori in un gioco di rimandi e consonanze, il volume edito da Ensemble delinea prospettive che hanno a che fare con la politica, con la necessità di fondare società più integrate, in cui le contaminazioni culturali possano essere considerate un valore e non una minaccia.


In dialogo con l’autrice:

Prendendo spunto da una riflessione dello scrittore Tim Parks, in una delle conversazioni presenti nel libro fai cenno al fenomeno della global literature. È un aspetto curioso, ma anche piuttosto sgradevole del marketing editoriale, che rinforza molti stereotipi e una certa tendenza alla sciatteria. A tal proposito lei scrive che, oggi più che mai, diventa “opportuno avere un tipico prodotto nazionale da proporre sul mercato internazionale, che si tratti di pessimismo scandinavo, parodia irlandese, realismo magico sudamericano o mafia/camorra italiana.” Siamo così destinati a essere instradati, donne, uomini e lettori, pungolati in base a tendenze e algoritmi?

Ovviamente oggi è sempre più difficile sfuggire alle scelte “omegeneizzanti” imposte da un mercato editoriale (e non solo editoriale) sempre più in mano a grandi gruppi attivi a livello multinazionale. Se ci affidiamo solo a quello che questi gruppi multimediali e multicanale ci propongono – monopolizzando le offerte nei punti vendita (online e offline), tarando gli algoritmi a loro favore e avvalendosi di schiere di venditori travestiti da critici letterari – rischiamo di finire per essere consumatori passivi e acquiescenti. Fortunatamente abbiamo ancora spazi di manovra, come lettori e come “consum-attori”, per operare scelte diverse, per sostenere case editrici indipendenti che cercano di proporre voci fuori dal coro e di mantenere una qualità editoriale alta, ricca e complessa nonostante le difficoltà del mercato. Questo ovviamente ci impone, come lettori, di diventare anche dei “ricercatori” attenti e selettivi, alla caccia di quello che vale veramente la pena leggere e, in generale, fruire per il nostro arricchimento personale, invece che accettare acriticamente il depauperamento delle nostre menti e delle nostre coscienze etiche.

All’inizio del libro lei traccia un profilo ipotetico di uno scrittore che “trascende la propria cultura non per rinnegarla ma per ampliare la palette di colori e sfumature con cui dipingere e modificare la propria identità, il proprio modo d’immaginare il mondo”. Si tratta di una visione che oltrepassa e allo stesso tempo trae linfa dalla letteratura, che chiama in causa la politica e le istituzioni internazionali. Ma è lecito aspettarsi un’interlocuzione sistematica fra letteratura e sistemi di governance, aspirare a un’infusione di ideali e competenze?

Credo che sia importante sottolineare che l’approccio transculturale di cui parlo in questo libro opera e si esprime a livello individuale. Sono gli individui che possono vivere la transculturalità nella pelle ed esprimerla con i loro comportamenti, le loro scelte di vita, le loro parole e i loro scritti. E’ vero che esistono società che per retaggio storico e situazione socio-politica sono più adatte a nutrire tendenze transculturali e ospitare e incoraggiare l’espressione di individui transculturali (penso soprattutto a Paesi a forte immigrazione e quindi espressamente multiculturali come l’Australia e il Canada, oppure a Paesi a intensa densità inter-etnica e inter-linguistica, come l’India e il Sudafrica – basti ricordare che l’India, oltre alle due lingue ufficiali, riconosce nella Costituzione anche altre 22 lingue maggiori, tra cui il Marati, l’Urdu, il Punjabi e il Tamil) e che il Sudafrica contempla 11 etnie ufficiali e 11 lingue ufficiali). Detto ciò, è anche vero che la realtà politica è incentrata sulla costante negoziazione e ridefinizione delle barriere, qualunque esse siano – sociali, geografiche, culturali. Non si può prescindere da questo dato di fatto. Ecco perché la transcultura può esercitarsi quasi esclusivamente nell’alterità artistica, negli spazi lasciati alla nostra creativi e nelle forme di resistenza individuali.

In “Quintetto d’Instanbul” lei dialoga con 5 scrittori contemporanei (Ilija Trojanow, Brian Castro, Inez Baranay, Alberto Manguel e Tim Parks), immersi, ognuno con le proprie specificità, in una dimensione transnazionale, permeabile alle confluenze culturali. A unirli Istanbul, la città in cui ambienta il ciclo di interviste, in una cornice che lei definisce creative nonfiction. C’è un motivo in particolare – anche legato alle sue esperienze di viaggiatrice – dietro alla scelta della metropoli turca come set condiviso, come filo conduttore geografico e sentimentale?

Per quanto oggigiorno soffra di una situazione politicamente tesa e difficile, Istanbul è una città-porto che storicamente ha rappresentato un punto di confluenza – di intreccio ma anche di attrito, di incontro e scontro – fra più mondi, più culture, più religioni. Una e trina persino nel nome: Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul. Punto di cerniera e limes tra Oriente e Occidente, tra Asia e Europa. Per lavoro e per esperienze di vita ho visitato molte città nei più disparati angoli del pianeta. Nessuna mi ha affascinato più di Istanbul per la complessità dei suoi travagliati percorsi e trascorsi storico-culturali. Istanbul come miraggio perduto di un’antica Bisanzio o di un’antica Alessandria, dunque, di cui per anni è andata nutrendosi anche la scrittura del suo autore più noto, Orhan Pamuk, insignito del Nobel per la letteratura perché «nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture.” Simbolicamente, ho trovato che questa città-porto ben si adattasse bene a far da fondo a questo mio viaggio nella transculturalità letteraria.

Quali sono i contenuti ascrivibili a una sua idea di dialogo con la natura e il paesaggio?

Consentitemi di parlare qui più da scrittrice che da critica letteraria e poter dunque sostenere che la mia scrittura si nutre del rapporto intenso che nelle mie pagine corre tra natura ed espressione creativa, al punto tale che, nel mio romanzo “The Afrikaner”, ambientato in Sudafrica (presto anche in versione italiana per i tipi di Ensemble) il paesaggio è talmente presente nella narrazione da farsi esso stesso personaggio. Mai come oggi abbiamo bisogno di recuperare il senso profondo della nostra relazione con la natura, che sia quella maestosa dei grandi spazi africani o quella che possiamo ritrovare a pochi passi da casa. Senza questa natura difficile trovare lo spazio per una poetica del vivere e dello scrivere, almeno per me.


Arianna Dagnino (Genova, 1963) è scrittrice, giornalista, traduttrice letteraria e docente e ricercatrice presso la University of British Columbia. Ha collaborato con importanti case editrici italiane (tra cui Baldini & Castoldi, Castelvecchi, Fazi, Mondadori) e le maggiori testate giornalistiche nazionali (“La Stampa”, “Il Corriere della Sera”, “Nova/Il Sole 24 Ore”, “L’Espresso”). È autrice dei romanzi transculturali Fossili (Fazi) e The Afrikaner (Guernica Editions); di numerosi saggi sull’impatto dell’innovazione tecno-scientifica e delle dinamiche socio-culturali innescate dalla globalizzazione; e di articoli per le più quotate riviste nel campo della letteratura comparata e degli studi transculturali.

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Sulla scrittura transculturale: Quintetto d’Istanbul | Arianna Dagnino