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tacuinum sanitatis

Foto presa dal web

“TACUINUM SANITATIS” (Introduzione alla Rubrica)

I Tacuina sanitatis erano, nel Medioevo, dei manuali riguardanti la scienza medica legata alle proprietà di cibi ed erbe. L’intento era quello di compendiare, in brevi testi dal respiro divulgativo e precettivo, la funzione terapeutica di quanto la natura offriva, non solo in termini alimentari ed erboristici, ma anche – come diremmo oggi – “olistici”: cielo e terra erano legati dai doni di Dio, ed era in questi che bisognava risalire alla salute di corpo e anima, essi tra loro intimamente connessi dalla certezza della vita eterna. Qui, con le dovute differenze, si tenterà, all’insegna di brevità ed essenzialità, lo stesso scopo: risalire, attraverso la corrente carsica e divagante della poesia, la foce dell’umano, fino a giungere a quel guado del tempo dove la salute di quel che siamo veramente, e da sempre, ci attende.


walt_whitman4. Tacuinum Sanitatis – Walt Whitman

Nel tramonto riusciamo a vedere il peso dei colori e, grazie ad essi, il più vero peso del giorno. Così, a volte, se concentrati, ricordiamo il primo minuto del mattino, la corsa verso l’impresa e l’errore, la disgrazia – se Saturno in quel giorno era dalle nostre parti -, o l’evento lieto, la sorpresa, il sorriso momentaneo. Ma se volessimo scandire ora per ora la nostra giornata, ricorderemmo poco di esatto e molto di impreciso, molto soprattutto di sprecato, tra le ansie, le mancanze, e purtroppo spesso le lagne di cui pare non possiamo fare a meno. Ma, sotto la lente di ingrandimento di quel tramonto, quando la nostra ombra si allunga fino alla fine del sole e un poco si trema all’idea che qualcosa di inesprimibile anche stavolta stia dileguando, qual è il testamento? Non l’ammasso delle medaglie o delle sconfitte; non la ragione o il torto, tanto meno l’amore. Ma cos’è che vogliamo lasciare di noi a noi?
E chi, cosa abbiamo atteso in quel giorno, che non sia già da sempre con noi?
Anch’io non sarò mai domato, anch’io sono intraducibile
il mio grido selvaggio lanciando sopra i tetti del mondo.
[…]
Mi lascio in eredità alla terra per rinascere dall’erba che amo:
se ancora mi vuoi, cercami sotto la suola delle scarpe.

A stento saprai chi io sia, qual è il mio significato,
ma tuttavia ti donerò la salute,
purificando, rafforzando il sangue tuo.

E se non mi trovi subito non scoraggiarti,
se non mi trovi in un posto cercami in un altro,
in qualche posto mi sono fermato e t’attendo.
Walt Whitman, tratto da Il canto di me stesso, in Foglie d’erba (Leaves of grass, 1950).
La traduzione qui riportata è a cura di Federica D’Amato


 

Nota biografica:

Walt Whitman è stato uno dei maggiori poeti americani. Nato il 31 maggio 1819 sotto il segno dei Gemelli, è stato reso immortale dai versi del suo Leaves of Grass (1855), il libro in cui Whitman ha raccolto l’intera produzione poetica, costantemente aggiornato nel corso della sua vita. Fu poeta, scrittore, partigiano, tipografo e giornalista, cantore di quel «O Capitano, mio Capitano!» che in seguito divenne l’espressione più piena e rappresentativa del senso di visionaria libertà espresso dalla cultura americana. Morì, non domato e completamente offerto al mondo, nel 1892 a causa di una polmonite. Oltre al fondamentale Leaves of Grass, si consiglia la lettura dei testi Nel west e altri viaggi, Giorni rappresentativi e Visioni democratiche, tutti disponibili in edizioni italiane.


Federica D’Amato

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Tacuinum sanitatis 4: da Il canto di me stesso – Walt Whitman