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Racconto di Simone Colonna

 

 

 

 


Nella città dei personaggi siamo tutti in piazza, che fa caldo. Ci riconosciamo al volo. Io sono loro; loro, me. C’è Aldo, che non è mai uscito da Tor Pignattara; Maria, che d’estate fa la dieta del melone (e del prosecco); Dante, filosofo stropicciato e animo trafitto dai dolori di un alluce valgo. In piazza c’è Sabrina che fuma nervosa e racconta cazzate; Lucio, che è vegano ma solo al giovedì; Nino, che non ha ancora capito bene dove andare ma non supera mai la linea gialla; Mimma che è piena di tic; Augusto, che gli morde lo stomaco e si stordisce di oransoda. Serendippo, che usa uno strano profumo e c’è chi dice che sa di piscio; Catia che non va mai a dormire prima delle 3; Ennio che pontifica sulla Grecia e grecifica sul Pontefice; Mone, che è un solo lupitario (qualcosa di più grande e più profondo del lupo solitario); Sante, che è felice solo a maggio, fa un po’ tutto a metà e sta contento solo quando siede sul divanetto bordo strada di Erica l’amica sua puttana. Gabrio, che viaggia sempre in seconda classe ma con biglietti extralusso. E poi Renata, che è felice con pane e olio e l’unica cosa che colleziona è la borsa termica. Vista mare. E nella città c’è sempre un parco. E Roma è piena. Di buche e di parchi E al parco semo tanti e stamo stretti, ma stamo bene e se volemo bene. E poi ce stanno loro, sempre loro, li mejo: i vecchi. C’è Nerina, anni 82, ancora bionno naturale, occhi azzurri che avecceli. Dicono tutti che è biocca, stonata come ‘na gallina innamorata. E invece è una poetessa, silenziosa e piena de storie, se mette sulla panca e contempla, tutto e tutti. E pe’ i più piccoli c’ha pure le carezze, callose e uniche. C’è Nino, 76 autunni alternati a catarrali ma felici primavere, sempre rinfreddolito, puro co’ venti gradi, sta sempre co’ ‘na specie de colbacco. Russo, dice. E sputa. Ma l’urtima conquista è Iole, devota della prima panchina a sinistra, mocassini mezza pelle sette odori più uno. L’altro giorno me guarda e me fa.. “A le’, ‘o senti che callo, quann’è così a me me se n’focano li piedi, me se”. Ar parco stamo bene. E qualche volta al parco noi ci entriamo cantando, io e mia figlia, due rauchi all’unisono. Siamo la gioia dei visi pallidi appoggiati sulle panchine. Facce da sudore e reumatismi, precariato e novalgina. Continuiamo a canticchiarcela, un po’ di sano ping-pong tra Frozen e Pinocchio. Gli scarti spersi sul vialetto sono un riassunto ben fatto. Cicche di pall mall, pezzi di gratta e vinci deludenti, blister sparsi da parafarmacia. Il maresciallo c’è, solido come sempre. Dispensa vecchi giornali, catechizza il viandan…te, celebra i caduti. La piscina della polisportiva oggi esala un cloro più discreto, si vede che ieri ha mangiato leggero. Dai balconi sgrulloni di stracci pieni di polvere e repliche televisive su tutto quanto c’è da temere, dall’isis ai colpi di calore. Sulla finta discesa la vecchia col carrello c’ha vent’anni di meno. Ma forse è solo ‘sto bollore che mi appanna gli occhiali. La mattina s’è affacciata al terzo piano e ci guarda indifferente. Noi ci fermiamo un attimo, poi torniamo sulla ballata di Pinocchio, strofa due, la minore. Andiamo a letto. E ci svegliamo presto, che la vita brucia. E il cielo oggi è sporco, panorama vista Ama, l’azienda municipalizzata ambiente, i cassonetti dell’immondizia spalancano le bocche e si sfiatellano il weekend. Le amiche, due, senza troppo lavoro ma con lo spirito giusto, si steccano un cappuccio del bar Franca, che lo fa ancora a 60 euro cents. “Er tempo chicca – fa una all’altra – oggi è un po’ ‘na merda eh, ma noi se buttamo ar mare lo stesso. Che ce frega?”. Giusto. Che ce frega. Un sette euro in tasca e mezzo serbatoio nella punto 1400, un gratta e vinci nella borsa, infilato tra il rimmel e le sigarette da dieci. Trenta chilometri di strada e poi mare, ci si arriva tranquilli. Anche se il tempo effettivamente è un po’ una merda e ‘sta strada è piena de monnezza e puzza. Anzi, proprio per questo e anche per onorare questa mattina in cui, di nuovo, non c’avete volute, pe’ ‘sto cielo farlocco de fine aprile, noi annamo ar mare. Voi invece, voi restate i mezzi vivi, quelli della birra al massimo da 4,6 vol., quelli che non hanno mai fumato per paura delle nuvole, pure quelle che escono dalla bocca, voi quelli che si piangono sempre addosso e fanno finta di mettere a posto, quelli che non cantano, non strillano, non ascoltano, non si ridono in faccia, non sanno stare zitti, non scrivono, non si guardano, non attaccano bottone, fanno le cose giuste, avanzano e non ciondolano. Non sorridono con gli occhi, magari pensando qui non ha capito niente nessuno, né io e né voi. Voi, almeno per oggi, restate qua, in punizione. E zitti. Noi invece corriamo al mare. E poi di nuovo al bar.

E c’è chi c’ha il bar, chi la panetteria e spaccia ciriole; chi va sempre allo stesso marketsuper perché c’ha la burrata buona, lo sconto sugli aceti e la carne di stagione. A ognuno il suo riferimento. Noi dalle nostre parti c’abbiamo il “daje Piero”, locale a metà tra una bisca e una sartoria: dal ditale ai grattaevinci omeopatici, ci trovi un po’ di tutto. E poi la gente. È la gente il valore aggiunto del “daje Piero”. Oggi ad esempio c’ho trovato un giornalista di viaggi, gastrosofo e peccatore, adescatore di piccole gioie quotidiane. Adorabile. Dice che sta per partire per l’isola di Pasqua, reportage da due settimane e tre articoli, più un paio di video. Scrive e viaggia, viaggia e scrive. Ma pigro come una piantina di basilico in ottobre, a quarant’anni sogna la pensione nella casa materna in Val di Sangro, Abruzzi. L’ho abbracciato. E ci siamo fatti un amaro, che a stomaco vuoto risalta gli occhi e l’ovale del viso. E ho bevuto, forse u po’ troppo sì, oggi un po’ troppo. E allora niente vespino, vado in metro. E la stazione della metro sgocciola. Dicono trasudi pezzi vivi di periferia. Dentro si incanala il vento, freddo e teso, da nord-nordest. Le scale appena spazzolate odorano di mucolitico. In banchina, l’alternativa allo smartphone è il breviario di Don Abbondio, timorato di Dio e dell’uomo. Qualcuno smolla, c’è chi non molla e porta sulle spalle uno zaino pieno di promesse. Insulti all’autista, all’azienda, al polacco che ti sta a fianco. Rughe ruvide, occhiaie come borracce. Dieci euro a chi vende non ti dico un sorriso, basta un ghigno. Qualcuno sbotta in una risata, breve e potente. La battuta è scema ma non conta. Ci siamo. Ci siamo ancora. E ci sono pure loro. Dieci-dodici ragazzotti che fanno gruzzolo sotto un abete spennato. Con una magnifica sintesi dei loro culi stanno tutti seduti sulla stessa panchina, al riparo dall’umidità del parco. Marco s’è separato co’ Sandra, dice Fausto. Mo’ campa co’ 800 euro al mese spese escluse. Ma me sa che manco c’ariva, a 800 euro. Serse, vecchio mago della bocciofila, fino a che nun se gioca s’annoia e pe’ passà er tempo dà li carci a ‘n par de ciottoli: ‘na mano ‘n tasca, s’accarezza i pensieri. E la prostata malmessa. Fabio sgasa il cinquantino e fa cola’ ettolitri de benzina sul marciapiede. Il pane sta in offerta, se te compri un chilo de frappe e du’ verze all’olio. Lillo er tossico prova a scuci’ 7 euro ar vecchio zio, vennendoje ‘na cassetta gonfia de tarocchi siciliani che, dice lui, je nascono spontanei sur balcone. Sabato e domenica sfilano li carri. Stamo pronti, er quartiere, parecchio vivo pe’ esse’ cresciuto tra la Tangenziale e la via Tiburtina, è in festa.


Simone Colonna

37 anni, romano, papà di Edoardo e Vittoria. Giornalista e blogger. Scrittore di umori, di facce, di piccole storie quotidiane. Non ho, non ho ancora, non avrò mai, non lo so, il respiro e l’approccio giusti per il romanzo. Scrivo, continuo a scrivere pezzetti su pezzetti, il racconto, il flusso, delle cose in cui mi imbatto e per un attimo mi attraversano. Alcune di queste storie, scritte con l’amico Luigi Priami e illustrate da Valerio Schiti, sono raccolte in volume, “Tratti di matita” (Porto Seguro Editore). E va bene così. Per ora.

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Voces – Simone Colonna