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GeoAnarchia – Matteo Meschiari
Armillaria 2017 |

di Paolo Risi

 

 Gli scritti contenuti in “Geoanarchia – Appunti di resistenza ecologica” coprono vent’anni di ricerche, o meglio dire di esperienze e riflessioni sul campo.

L’osservazione del paesaggio, della natura nelle sue varie forme, è la porta d’accesso al laboratorio delle immagini, luogo fisico e mentale dove è possibile collaudare connessioni fra uomo e ambiente.

Matteo Meschiari rileva che, a fronte di una crisi non più dissimulabile degli ecosistemi, la tecnica potrebbe risultare non più sufficiente a contenere il collasso, il progressivo sfaldamento degli equilibri planetari. Allo stesso tempo occorre sottolineare una mancanza, constatare l’incapacità dell’uomo a immaginare il vuoto che stiamo allestendo, la ricchezza che stiamo per dissipare e sottrarre alle generazioni future.

Meschiari rilegge il percorso intellettuale di alcuni pionieri dell’ambientalismo (fra gli altri Élisée Reclus e Kropotkin) e ne mette in risalto la profondità, la capacità di penetrare epoche e correnti culturali: “Dopo la mistica asciuttezza verbale del Positivismo si è capito che per amore di scientificità e di rigore analitico ci si era lasciati indietro qualcosa, ci si era privati di un grande potenziale descrittivo ed ermeneutico. Lo stesso che Kropotkin, Reclus e tutti i loro contemporanei davano quasi per scontato in una temperie culturale ancora impregnata del grande Romanticismo scientifico tedesco e inglese”.

Alla luce degli insegnamenti del passato è auspicabile dare vita a un linguaggio che non si sostituisca a discipline quali la matematica o la statistica, ma che le supporti nello studio delle biodiversità, nel perfezionamento e nel rinnovamento delle scienze ecologiche e della geografia.

Si tratta di un linguaggio che prova a riappropriarsi delle immagini, “nel senso che poteva dare a ‘immagine’ e ‘immaginario’ Gaston Bachelard: una potenza maggiore della natura umana, una facoltà tutta individuale che apre in direzione dell’avvenire, perché carica di un di più imprevisto, che irradia nel discorso, rischiarandolo, arricchendolo”.

La “potenza maggiore della natura umana”, in contrapposizione alla volontà di semplificazione numerica delle complessità, è in grado di fornire inediti codici di accesso al reale, di integrare la poesia, l’immaginario, all’azione e all’indirizzo politico. Perché in una società come la nostra, ricorda Meschiari, è sempre più necessario che scienza e politica riconsiderino la realtà, si rendano disponibili a diffondere immagini corrette e veritiere dell’interazione uomo-ambiente.

Nel concetto di geoanarchia è incluso il richiamo a una presa di coscienza individuale: aumentare la sensazione di vita, contro il sonno e l’abitudine, contro le nostre stesse convinzioni. Ma si evidenzia anche una critica sferzante all’anarchia storica e teorica.

Non c’è davvero più nulla da combattere al cospetto di una massificazione inoculata a livello globale, di una perfetta miscelazione fra domanda e offerta di beni di consumo. Di fronte a tali scenari va ripensata la libertà in termini di impulso primario, di sorgente esterna che non è solo a-statale, a-sociale, an-archica. In piena autonomia è auspicabile coltivare una libertà in grado di rinnovare sentimenti e virtù.

Da tutto quello che si è scritto sull’anarchia teorica, e che ho letto con un misto di rispetto e di noia, ho capito che l’anarchia è ancora tutta da inventare. E non a partire da proletari, borghesi o tiranni, non da capitalismo o anarco-comunismo o sindacalismo, ma da morene, delta, cascate, atolli corallini e rocce sedimentarie. In queste cose c’è tutto un universo di idee che aspetta gli sforzi della nostra intelligenza. È in queste cose che dobbiamo investire la nostra capacità di scavo, perché pensare la terra significa riportare ogni riflessione alle sorgenti pure della libertà e dell’immaginazione”.

In un testo intitolato “Primitivo/Primario” Matteo Meschiari parla di arte: ricorda come l’arte del Paleolitico, degli Inuit, dei Kung, degli Aborigeni australiani, dei Guaranì, degli Yanomano, dei Mbuti, rappresenti un esercizio anarchico di libertà, che si realizza in assenza di poteri statutari e prescrizioni religiose. Solo in mancanza di uno stato di quiete e di climatizzazione delle menti, di una colonizzazione dell’immaginario, l’arte è in grado di riconoscere ciò che è fondamentale.

Ancora una volta è la consapevolezza della terra, il riconoscimento di un altrove generativo a segnare il confine fra segno e mistificazione: “L’epoca primitiva ci parla ancora per ciò che ha di primario, ma il primario è nell’arte primitiva solo perché essa era in grado di osservare la terra. L’elemento primario va cercato nella terra, non nell’arte, e un’arte che non osserva la terra è responsabile di una doppia morte, quella del mondo e della propria”.

Il tentativo di precisare l’essenza primaria negli ambiti del quotidiano si indirizza, in un capitolo dedicato all’ecologia urbana, verso una possibile definizione di giardino. A partire dalla determinazione di quattro spazi inerenti al tessuto abitato, Meschiari concentra la sua attenzione sulla composizione del Quarto spazio, quello privo di funzione, di valore economico e sociale. “Né luogo né non-luogo, né territorio né confine, né civitas né tribus, il Quarto spazio non si lascia imbrigliare in nessuna dialettica, non si lascia trasformare in giardino ordinato, o in accampamento, o in teatro, o in galleria d’arte”. L’impossibilità a garantire uno statuto a uno spazio urbano senza forma alimenta l’ipotesi di un giardino nomade, che non includa i nostri percorsi mentali su dimora e famigliarità, che sia in grado di smascherare e vincere le consuetudini.

Una capacità di visione “nomade”, adatta all’individuazione delle zone d’ombra e delle mutazioni, informa di sé il volume edito da Armillaria.

Ma è in particolar modo nella seconda parte dell’opera che il pensiero si fa esperienza, impronta nitida sul tracciato. L’autore narra paesaggi attraversati e respirati, fornisce alcuni strumenti per coglierne la complessità; ci accompagna verso il “pensare paesaggio”, dinamica inerente alla modificazione delle nostre attitudini, all’elasticità del pensiero, all’accettazione dell’incompiuto e del confine effimero.

Un lessico minimo naturale e poi intense annotazioni di viaggio provano a rievocare uno spazio vitale al di fuori delle nostre stanze iperconnesse: alla poesia e alla tattilità il compito di descrivere la scogliera, la sabbia, la costa, il sottobosco, gli alberi. Al cammino (atto poetico e conoscitivo, atto del fare pensiero con il corpo) la prerogativa di sciogliere legami innaturali e forzature di senso: “camminare è fare vuoto, perché introduce all’esperienza del relazionale, del complesso, dell’impermanente: camminando mutano i nessi, i parametri, gli orizzonti, si annulla l’io autoassertivo, la sua chiacchiera è messa a tacere. E si accetta come unica empiria l’esistenza di leggi locali e temporanee”.

La pubblicazione contiene 14 illustrazioni originali di Claudia Losi.

Per leggere un estratto qui il link

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