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Letteratura e ecologia
Forme e temi di una relazione narrativa
Carocci 2017

commento e intervista a cura di Paolo Risi

Le pitture rupestri di Chauvet, Altamira o Lescaux – manufatti preistorici che già “inventavano” la natura – forniscono al volume edito da Carocci la prima suggestione, l’abbrivio, l’immagine introduttiva e rivelatrice.

L’arte ha davvero contribuito a plasmare la natura, a renderla pienamente visibile, e all’interno di un rapporto di reciprocità la natura stessa ha fornito all’arte (e nello specifico alla letteratura) materiale sensibile da elaborare e su cui fondare architetture di senso.

Letteratura e ecologia prende in considerazione le opere che raccontano o illustrano le relazioni tra gli individui e l’ambiente naturale; descrive le varie declinazioni di un rapporto, ma soprattutto evidenzia le principali strutture formali che sostanziano l’organicità del tema ecologico all’interno delle opere di invenzione.

Niccolò Scaffai parla nei capitoli iniziali dell’opera di effetti di natura: circoscrive così un ambito entro cui la rappresentazione della natura ha dato luogo a stilizzazioni e ad elaborazioni simboliche, come ad esempio nella forma ideale del giardino e del luogo ameno. A questa modalità di interpretazione la letteratura affianca dei dispositivi formali classici, strumenti in grado di potenziare e ampliare le visioni sull’ambiente.

Viene esemplificato l’utilizzo nelle opere letterarie dell’ipercasualità (costruzione che coinvolge in una trama complessa elementi e agenti di natura diversa, persone e fenomeni) e dello straniamento, dispositivo che permette a un autore di far conoscere, ad esempio, i danni prodotti dall’uomo sull’ambiente, facendoci guardare con occhi diversi gli effetti di alcune nostre abitudini quotidiane – effetti che di solito ignoriamo o trascuriamo.

Nel corso dei secoli, ovviamente, il concetto di ecologia è cambiato, ricevendo contributi esterni e agendo – con modalità sempre nuove – nei territori della letteratura. Scaffai si chiede se sia possibile stabilire un canone ecologico-letterario, se all’interno di esso sia più utile privilegiare le opere legate alla tradizione, che ambiscono a una certa idealità di sguardo, oppure quelle che raccontano la dialettica fra uomo e l’ambiente nella sua globalità.

Come è facile immaginare il campo di indagine è piuttosto esteso; molti sono i principi e le teorie in gioco, le dinamiche che hanno contribuito a plasmare consuetudini e fisionomie di pensiero. A fronte di questa complessità l’autore si pone in quanto osservatore di un processo in divenire, proponendosi di far emergere alcune proposte e individuare alcune costanti per una critica ecologica della letteratura.

Lo sguardo sull’ecologia letteraria si allarga verso la prospettiva olistica dell’ecocriticism, sulle sue diramazioni e sui suoi esiti letterari. Vengono poi messe in luce ulteriori esperienze critiche e teoriche, incentrate sulle questioni relative allo spazio, all’ambiente e alla rappresentazione dell’altro (geocritica, imagologia, critica postcoloniale).

Nella narrativa e nella poesia, nei testi filosofici e religiosi, è possibile individuare linee interpretative inerenti al rapporto uomo-natura. Nel mondo greco-latino tale rapporto veniva sancito dall’idea che esistesse una sintonia originaria fra le parti; a cominciare da Virgilio si iniziò a mettere in relazione il concetto di buon governo con la necessità di tutelare il territorio e le leggi che gli sono proprie.

La Bibbia contribuì naturalmente ad arricchire l’immaginario sulla natura, come anche il modello romantico e preromantico; il sentimento di idillio perduto, che alimenta e frustra il desiderio di incontrare realmente la parte incontaminata del mondo, caratterizzerà invece la modernità, proiettata verso nuovi codici e urgenze espressive.

Intanto la Natura misteriosa, che si nasconde all’uomo e che ne stimola le aspirazioni conoscitive, traccia un percorso secolare nella storia dell’arte e della letteratura: dal Rinascimento al simbolismo, fino a Giovanni Pascoli e a Montale, i segreti celati nelle selve (reali o metaforiche) stratificheranno riflessioni e corrispondenze poetiche.

Nel capitolo quarto Scaffai fa incrociare il tema dell’apocalisse con le forme e i significati della narrazione. Il concetto di “apocalisse culturale” e i riferimenti agli studi di Ernesto de Martino permettono di rimarcare la valenza positiva relativa agli eventi catastrofici, i quali possono rivelarsi funzionali alla rifondazione di un mondo futuro sulle rovine del precedente. L’ambiente, le forze contrarie che lo agitano e lo preservano, forniscono in tal senso suggestioni e abbondante materiale drammaturgico. Scrive Scaffai: l’apocalisse a sfondo ecologico, raccontata dalla letteratura e poi dal cinema, e infatti la conseguenza di una rivelazione che rende l’uomo cosciente di ciò con cui, fino a quel momento, ha convissuto inconsapevolmente.

L’interesse suscitato dall’apocalisse nelle sue varie accezioni, si proietta nella contemporaneità su pellicole e pagine di narrativa, cristallizzando generi e tendenze (l’ecothriller, riferibile ad autori come M. Crichton, l’ecofiction di Atwood, Callenbach e McEwan, le formule e le visioni apocalittiche perseguite da Houellebecq e McCarthy).

Entropia dei rifiuti: contenere l’incontenibile (capitolo 5), come è facile intuire, focalizza la sua attenzione sul tema della spazzatura e delle deiezioni, centrale nell’elaborazione di numerose opere narrative contemporanee.

I rifiuti, la loro pervasività nei più svariati ambiti sociali e aree geografiche, penetrano la letteratura attraverso le direttrici dello straniamento, divenendo simbolo e motore della narrazione. Sintomatici i riferimenti a Italo Calvino, che fra le sue città invisibili immaginò quella di Leonia, che «rifa se stessa tutti i giorni» producendo una quantità enorme di rifiuti. Per Calvino – rileva Scaffai – l’ecologia è certamente legata alla constatazione del degrado; ma, prima ancora di questo, è la comprensione del rapporto tra l’individuo e il suo ambiente, è la rappresentazione, tutt’altro che pacificata e cartesiana, della fallita sintonia tra questi due elementi.

Ulteriori esempi di letteratura che rimarca l’instabilità, lo stato di disordine che minaccia gli equilibri del pianeta, vengono tratti dai romanzi Sembrava il paradiso di John Cheever e Underworld di Don DeLillo, e in Gomorra di Roberto Saviano, opera “non fiction” in cui la discarica è un emblema e l’immondizia occultata evoca, come parte per il tutto, la rete oscura dei traffici di camorra.

L’ultimo capitolo di Letteratura e ecologia (Ecologia e modernità nel Novecento letterario italiano) si propone di illustrare la fertile connessione, in ambito nazionale, tra forme letterarie e immaginario ecologico.

Il Novecento italiano ha fatto da cornice a cambiamenti sociali e di fruizione del territorio che hanno pochi eguali nella storia. Il processo che ha trasformato l’Italia da paese a vocazione agricola a laboratorio di crescita industriale ha informato di sé il dibattito culturale, ha stimolato a rinnovare, e nel caso a rielaborare, i canoni di un’estetica del paesaggio, un’idea di natura che comprendesse i cambiamenti storico-sociali in atto. Osservatori inflessibili di queste trasformazioni, non sempre all’insegna del bene comune e del rispetto del patrimonio culturale e paesaggistico, scrittori, giornalisti e intellettuali, sostenitori della necessità di armonizzare la presenza umana nelle città e nelle aree marginali.

Scaffai prende in considerazione tre forme di relazione letteratura-ecologia, che si traducono in altrettante linee tematiche sul reticolo letterario della seconda metà del Novecento italiano; tre linee non necessariamente divergenti fra loro, a cui vengono associate opere e autori emblematici: Uomini, boschi e api di Mario Rigoni Stern, gli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini, I racconti del 1958 di Italo Calvino, Il pianeta irritabile di Paolo Volponi, gli scritti ecologici pubblicati nel volume Le Piccole Persone di Anna Maria Ortese.

Le tre direttrici sono accostabili in gran parte anche alle opere più recenti del panorama nazionale: Il tema dell’io di fronte alla natura, la trasformazione del paesaggio, le immagini distopiche o apocalittiche continuano infatti a essere al centro di narrazioni e riflessioni attraverso cui gli scrittori italiani non solo articolano la propria idea di natura e paesaggio, ma propongono anche, in certi casi, una visione della società e una prospettiva storica.

Molti gli autori inseriti in un contesto ampiamente variegato. Fra essi vengono segnalati e ricordati autori come Erri De Luca, Paolo Cognetti, Franco Arminio e Carmen Pellegrino (fautori di un’estetica dei luoghi marginali), Alessandra Sarchi, Francesco Pecoraro, Paolo Zanotti, Laura Pugno, Luca Doninelli e Bruno Arpaia.

INCONTRO CON L’AUTORE: Niccolò Scaffai

Come nasce il progetto editoriale Letteratura e ecologia?

Ho cominciato a occuparmi dell’argomento poco più di dieci anni fa, quando cioè mi fu commissionata la redazione di un capitolo su “Ecologia e letteratura” nella Letteratura europea UTET, uscita diversi anni dopo. È così che sono venuto a contatto con le questioni teoriche (letterarie ma anche etico-filosofiche) legate alla presenza del tema ambientale nell’immaginario. Da allora ho continuato a occuparmi dell’argomento cercando in particolare di individuarne le radici storiche, precisarne il rilievo teorico, elaborare strumenti analitici e rintracciare la presenza del tema, nelle sue varie declinazioni, in opere letterarie rappresentative. Su queste basi, ho organizzato il progetto del libro, che ha visto la luce grazie anche all’intelligenza e alla curiosità delle persone che lavorano per Carocci, in particolare del direttore editoriale Gianluca Mori.

Lo straniamento è un dispositivo formale classico di grande rilevanza nella dialettica fra letteratura e istanze ecologiche. Come agisce all’interno di un’opera letteraria?

Il discorso ecologico mette spesso in discussione i modelli tradizionali attraverso cui percepiamo e rappresentiamo l’ambiente, come il diritto dell’uomo a controllare la natura; o come l’idealizzazione del paesaggio e la distinzione rigida tra naturale e artificiale. Lo straniamento, che consiste nel guardare ciò che ci coinvolge e a cui siamo assuefatti da una prospettiva nuova o rovesciata, permette di esprimere la critica verso questi stereotipi. L’ecologia ha dato alla letteratura, soprattutto a quella contemporanea, nuove occasioni tematiche per mettere in scena lo straniamento. Un autore può ad esempio contare sul meccanismo dello straniamento per illustrare i danni prodotti dall’uomo sull’ambiente, facendoci guardare con occhi diversi gli effetti di alcune nostre abitudini quotidiane – effetti che di solito ignoriamo o trascuriamo. Lo stesso accade, in forma anche più evidente, quando un’opera di finzione racconta e giudica la civiltà umana dalla prospettiva di altri esseri – animali, creature fantastiche – o da un orizzonte temporale lontano nel futuro o nel passato.

Lei segnala come l’apocalisse sia il “paradigma” – per usare un termine utilizzato da Emmanuel Carrère – attraverso cui più spesso interpretiamo (o ci vengono presentati) gli eventi importanti per i destini generali: non solo naturalmente i problemi ambientali, come i cambiamenti climatici e le catastrofi naturali, ma anche le guerre e le derive della tecnologia. Mi pare che questa tensione sia connaturata all’uomo e attraversi nei secoli, sotto varie forme, l’immaginario narrativo. Qual è il suo pensiero in proposito?

Il legame tra la fine del mondo e la narrazione risale alle origini stesse della nostra cultura. Si può dire che l’Apocalisse si manifesta nella scrittura: la voce udita da Giovanni lo esorta proprio a raccontare per scritto la visione apocalittica che appare innanzi a lui. Il tema è così diffuso che perfino la sua pervasività è divenuta un argomento topico; come ha scritto Ernesto de Martino, «che il mondo possa finire è un tema antico quanto il mondo, per quanto la sua importanza culturale, la tonalità con cui è vissuto, la dinamica in cui è immesso siano diversi nella varietà delle epoche e degli ambienti storici, dei gruppi sociali e degli individui, e infine delle forme di coerenza culturale alla cui dinamica partecipa». Lo scrittore e teorico inglese Mark Fisher (1968-2017) ha scritto che “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. In questo contesto, in questa lunga tradizione, il nesso tra apocalisse e ecologia ha però un valore specifico. ‘Apocalisse’ vuol dire infatti ‘rivelazione’ e molta parte del pensiero e della fiction a sfondo ecologico si basano appunto su una rivelazione, sulla scoperta di ciò che fino a quel momento era rimasto latente, impercepito. Nelle trame dell’ecofiction contemporanea, la rivelazione può coincidere con la scoperta di un complotto; nei testi scientifici, consiste nella presentazione di dati inediti o in una loro nuova interpretazione; negli scritti di taglio storico o filosofico-sociale, la ‘scoperta’ viene dalla confutazione degli argomenti contrari, di cui si cerca appunto di svelare la natura non oggettiva ma ideologica.

In Letteratura e ecologia sottolinea il contributo dato da scrittori e intellettuali, nella seconda metà del Novecento, al dibattito su ambiente e trasformazioni storico-sociali. Il riferimento è a personaggi come Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini. Che importanza hanno avuto e continuano ad avere le loro riflessioni su questi temi?

La generazione di scrittori che raggiunge la maturità durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale assiste alla trasformazione del paesaggio materiale e morale dell’Italia, dagli anni Cinquanta in poi. Pasolini e Calvino, i due autori più influenti del periodo e cruciali per ogni ricostruzione storico-culturale sull’Italia del Novecento, colgono e rappresentano in forme diverse queste trasformazioni. Se Calvino fa della rottura dell’equilibrio uomo/natura il Leitmotiv del libro dei Racconti del 1958, Pasolini qualche anno dopo parla ormai, con formula celeberrima, della «mutazione antropologica» che avrebbe modificato costumi e valori della società italiana. In particolare, la mutazione avrebbe avuto come effetto quello di cancellare la diversità, nei comportamenti e nei desideri, tra individui appartenenti a classi diverse, che un tempo si sarebbero riconosciuti in valori e ideologie opposti. Si sarebbe trattato, potremmo dire, della sparizione di una ‘biodiversità sociale’, che Pasolini rappresenta proprio attraverso dinamiche e immagini del discorso ecologico (pensiamo ad esempio al famoso articolo sulla scomparsa delle lucciole). Da parte sua, Calvino sviluppa temi ecologici anche in opere successive ai Racconti: per esempio, nelle Città invisibili immagina una città che produce una montagna di rifiuti che si espande di giorno in giorno fino a congiungersi con i cumuli di spazzatura delle città vicine, ricoprendo tutto il territorio: uno scenario paradossale, ma non del tutto irrealistico, come sappiamo oggi. Gli scritti dei due autori (e di altri della stessa generazione) possono così ancora ispirare riflessioni importanti: per esempio sul legame tra l’ecologia e la storia politica, sociale ed economica del Paese.

Esiste un modo, per così dire, più autentico e “al passo coi tempi” di mettere in relazione, nel panorama culturale odierno, letteratura e ecologia?

L’ecologia si occupa del rapporto tra l’uomo, l’ambiente e gli elementi (biologici, climatici ecc.) che determinano il funzionamento dell’ecosistema. I mutamenti nell’equilibrio tra questi agenti e fattori cambia perciò anche la prospettiva ecologica. La letteratura (e altre forme dell’immaginario, come il cinema) possono cogliere e mettere in scena questi mutamenti, anche superando forme di rappresentazione più tradizionali, come quelle che dipendono da una visione idillica della natura. Se pensiamo per esempio al clima ideologico-culturale degli anni Novanta, durante i quali si era diffusa una versione olistica e idealizzante del pensiero ecologico (come ‘ritorno all’innocenza’, recupero di una dimensione incontaminata), ci accorgiamo che il mondo in cui viviamo oggi è molto cambiato anche sul piano della percezione ecologica. In generale, possiamo dire che negli ultimi anni prevalgono da un lato il motivo dell’apocalisse, di cui si è parlato; dall’altro l’idea dell’ibridazione per esempio tra paesaggi e spazi urbani, la valorizzazione dell’incrocio tra il naturale e l’artificiale. Il primo tema è molto presente nella letteratura romanzesca, anche in quella di consumo o di genere; il secondo si apprezza specialmente nella narrativa non fiction, che ha spesso come oggetto proprio l’esplorazione di questi luoghi d’intersezione, raccontati o descritti come nuovi ecosistemi.

In che modo la narrativa di genere può stimolare la sensibilità dei lettori rispetto alle tematiche ambientali?

La letteratura di genere è un potente strumento di trasmissione di valori e rappresentazioni e la fiction ecologica non fa eccezione. La novità è che certi temi e forme della letteratura cosiddetta ‘di consumo’ vengono ora assunti all’interno di opere narrative originali, connotate da una più marcata componente autoriale: è il caso dei romanzi di Margaret Atwood, autrice ormai di culto, o della Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer. Nella fiction ecologica contemporanea confluiscono perciò varie linee, che rendono difficile, e in certi casi inopportuno, adottare etichette di genere. Per questo, autori come Margaret Atwood rifiutano la definizione di science fiction per le loro opere. In un suo saggio (Writing Utopia, nella raccolta Moving Targets: Writing with Intent, 2004), Atwood parla di come ha scritto il romanzo di anticipazione Il racconto dell’ancella (da cui è stata tratta di recente una fortunata serie televisiva), spiegando che la science fiction è una forma di finzione in cui «accadono cose che non sono possibili oggi», come i viaggi nel cosmo e nel tempo. Al contrario, in un’opera come Il racconto dell’ancella, «non accade niente che la razza umana non abbia già fatto in qualche momento del passato, o che non stia facendo adesso, forse in altri paesi, o per la quale non abbia già sviluppato la tecnologia necessaria». In effetti, l’opera di Atwood non mette in discussione solo l’etichetta di science fiction, ma minimizza la stessa separazione tra il modo realistico e quello fantastico; in base all’idea dell’autrice, infatti, il contenuto della narrazione utopica non prevede niente che non sia realistico in potenza se non ancora in atto. Al passaggio di soglia tra i due modi letterari corrisponde anche una peculiare intersezione tra la dimensione fittiva del romanzo e quella empirica dell’autrice, attivamente impegnata sul fronte ecologista. Lo dimostra un suo scritto come It’s Not Climate Change-It’s Everythyng Change, che invita a riflettere sul fatto che il cambiamento climatico non è solo un’emergenza puntuale, ma è un fenomeno complessivo, che riguarda sì il rapporto dell’uomo con la natura, ma che, prima ancora, coinvolge le strutture del vivere sociale, e ci costringe a ripensare le dinamiche storiche e il modo in cui le rappresentiamo attraverso le forme simboliche dell’arte e della letteratura. Leggendo i romanzi e i saggi di Atwood, come quelli di altri autori e autrici importanti del panorama contemporaneo, viene per esempio da chiedersi se il racconto di esistenze individuali, considerate interessanti perché credute esemplari in ogni contesto e latitudine, sia un genere da mettere ancora al centro del sistema letterario.

Nel suo libro pone in evidenza molte opere di recente o recentissima pubblicazione: quali fra esse ha interpretato con maggiore originalità il rapporto fra ecologia e letteratura?

Gli autori più originali sono quelli che danno valore al tema pur reagendo agli stereotipi e alle idee ricevute del discorso ecologico. È il caso, per esempio, di Jonathan Franzen, che riprende gli ideali della tradizione trascendentalista (legati a grandi ‘padri’ della cultura americana come Thoreau ed Emerson) per corroderli silenziosamente, per esempio costruendo il racconto intorno al contrasto tra la purezza (il polo della tensione ideale verso la natura) e l’ipocrisia. Lo si nota in romanzi come Libertà o il recente Purity, oltre che nei suoi saggi e articoli. Importanti e originali sono anche quei libri i cui svolgimenti narrativi sono connotati da una decisa componente saggistica, non fittiva, ottenuta anche attraverso la delega della funzione del protagonista dall’io al contesto (fatto a sua volta ‘protagonista’ di una storia ‘naturale’): accade negli Anelli di Saturno di W. G. Sebald o in London Orbital di Iain Sinclair. È da citare infine lo scrittore indiano Amitav Ghosh, che alla tematica ambientale ha dedicato romanzi come Il paese delle maree (2004) e un saggio recente, La grande cecità (2016). Qui Ghosh osserva come il romanzo, inteso come narrazione della vita quotidiana di individui, si riveli inadeguato per rappresentare le svolte realmente determinanti e urgenti, come le conseguenze del cambiamento climatico. Si tratta di eventi i cui effetti sono più apprezzabili su vasta scala, producendo fenomeni che incidono sulla sussistenza di popoli interi, più che sulla vita quotidiana (per ora) degli individui borghesi, eredi dei personaggi del romanzo ottocentesco. Ma appunto – scrive Ghosh – questo è «uno dei molti modi in cui l’era del surriscaldamento globale sfida sia l’immaginazione letteraria sia il buonsenso contemporaneo: gli eventi climatici del nostro tempo hanno un alto grado di improbabilità. Non è facile collocarli nell’universo deliberatamente prosaico della narrativa seria». Questo perché continua a prevalere il punto di vista «prosaico della narrativa seria», cioè concentrata sull’esistenza dell’individuo borghese. Ma «non c’è luogo in cui le consuete aspettative della vita borghese non siano messe in discussione».

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Letteratura e ecologia, incontro con l’autore Niccolò Scaffai

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