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Maria Grazia Calandrone

foto di Omri Lior

Intervista di Alessandro Canzian a Maria Grazia Calandrone


Come definiresti la Poesia? A cosa serve?

A che serve la poesia dovremmo chiederlo al/la primo/a Homo Sapiens che praticò un’incisione su una parete di roccia. Perché lo fai? Sì, dico a te, non mi guardare male. Che stai facendo? Vuoi testimoniare? E perché? A chi? Per chi? Sta piovendo, hai finito di mangiare, ti annoi, pensi ai tuoi figli, vuoi corteggiare qualcuno? Lo fai, probabilmente, perché hai visto qualcosa di bello (di utile e di bello, spesso le due cose coincidono e incidono su quell’unico impasto psicofisico che siamo), non contieni l’emozione della bellezza osservata e il sovrappiù, l’eccedenza di questa emozione, diventa l’energia che spinge la tua mano a fare questa cosa così inutile che chiameranno arte. Un domani, poesia. Ma l’emozione non basta. Per compiere continuativamente il gesto della poesia, dunque per essere poeti, ci vuole il sentimento, dobbiamo essere in grado di sopportare quella cosa profonda e sconvolgente, devastante o esaltante, che chiamiamo “sentimento”.

La poesia (con la minuscola), nella sua specifica fattispecie di arte fatta con strumenti di uso comune, non serve a niente, come ho più volte scritto e come dico da un pezzo agli studenti che mi rivolgono questa domanda, con toni provocatori, o sinceramente stupiti, o destabilizzati: la poesia, perché? Perché, appunto, non serve. La poesia esprime il superfluo per eccellenza: a differenza delle altre arti, che almeno fanno uso di mezzi e strumenti per utilizzare i quali occorre dimostrare una certa perizia tecnica e/o abilità manuale, la poesia si serve di oggetti di uso quotidiano e comune (le parole), per originare bellezza. Ed è proprio questo suo sommo non servire a decretarne il valore.

Suo e di tutte le arti, inclusa la semplice contemplazione della bellezza, alla quale l’essere umano è incline, come forse alcuni altri animali – e la riproduzione della bellezza, alla quale solo l’essere umano, fra tutti gli animali, sembra essere incline. Gli altri animali, infatti, cantano o decorano il nido a scopo riproduttivo. Noi, solo talvolta. Per il resto, scriviamo senza scopo. E senza vittoria.

Come definiresti invece la TUA Poesia?
La mia poesia è dedica. Nient’altro. Anche quando è testimonianza, è dedica.

Che consigli daresti oggi al poeta esordiente ma anche al poeta che lavora già da qualche anno?

Sono sempre più convinta che fare poesia significhi per prima cosa lavorare sul proprio essere umano. Anzi, meglio: sul proprio essere umani. La scrittura, per chi vi è incline, è un potentissimo strumento di conoscenza. Occorre non accontentarsi delle mete raggiunte. Non ce ne facciamo niente, della letteratura: se io leggo un poeta non m’interessa ammirare la sua perizia tecnica, m’interessa sentire nelle sue parole l’evocazione di uno stato di cose originario e perduto, m’interessa che le sue parole mi riconducano a qualcosa che so, ma che non ricordavo di sapere.

La bellezza è la maschera della nostalgia. Perché, al fondo della bellezza (e dell’amore), c’è la memoria di qualcosa che abbiamo perduto, chissà dove e quando – e la bellezza, per il tempo che dura, acuisce e lenisce nello stesso tempo la ferita di quella perdita. Per questo è insopportabile. Per questo serve.


Antonio

Invece quella notte sembra che abbia dormito
su un carrello della stazione posteggiato a pettine. Ma io sento
ancora nelle orecchie la sua solita voce
di panno blu pastello, così
rannicchiata e dolce, che mi diceva: aspettami
per cena – in quel tragico
lunedì – in un colpo
di vento, il suo amore (ogni altro inaudito
silenzio) dove si colloca in quella
ipotetica lontananza
di campo d’orzo
oltrebinario, con un raschio di tralci sui fianchi del treno tra le vigne vangate dal vento
del suo transito – la sua corporatura (che già il tempo
debolmente cambiava – e io come potevo
seguire con la punta delle dita
ogni nuovo contrasto
del suo impianto di carne e destino) – fino allo zero: un centesimo
caduto nel sonno
da una piccola tasca
dalla mano
che dunque si apre. A metà canale
sul suo corpo i pennacchi delle canne, le tre porte di acqua salmastra.


L’opaco ritiro del mare prima delle eruzioni

La sopravvivenza dipende dalla conservazione dei particolari. Io
credo a queste cose: a quell’ora
mi cadevano di mano le stoviglie – era lei
che mi chiedeva aiuto. Ora, con queste mani
dalle quali non cade più niente, trovo
perdono nel ripetere un gesto procreativo.

Dicono che di notte – bagnata
la testa con acqua di mare – lui torni
dal suo gregge, che infatti
alla mattina appare calmo.
E il condominio d’erba degli uccelli ne è tutto
riacutizzato.
31 marzo 2004

da Gli Scomparsi (di prossima pubblicazione per LietoColle pordenonelegge)

 

 

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Maria Grazia Calandrone | Sulla Poesia

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