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Maria di IsiliMaria di Ísili | Cristian Mannu
Giunti, 2016

Recensione dei lettori di ZEST: Nadia Gambis

 

“Maria di Ísili”, premio Calvino 2015, ha il sapore di una tragedia antica, che affonda le radici nel tempo sospeso dei miti e dei valori universali per giungere a noi, nelle terre aspre di Ísili sferzate dal vento. Un vento che leviga le pietre delle case e spezza rami di alberi possenti, mentre porta i sapori dell’avena selvatica e del rosmarino. Un vento che trasporta passioni indomabili che mettono in discussione doveri secolari, mentre accendono la vita.
La vicenda si dipana in dieci capitoli, raccontata ogni volta da un singolo personaggio che offre di essa prospettive e particolari diversi. Così la storia, mai compiuta in sé, mai definita in assoluto, prende corpo in modo sfuggente, perché ogni voce narrante ne conosce solo una piccola parte, quella che l’ha vista coprotagonista e niente altro. Pertanto il lettore si fa collaboratore della scrittura, chiamato com’è a riempire vuoti, a soddisfare curiosità, ad anticipare risposte che avanzano piano piano. Ruoli e vicende archetipali prendono corpo in una terra primitiva dove il vento è portatore di voci, di pettegolezzi, di segreti scabrosi, di amori indicibili, di vita, ma anche di morte. Uomini e donne, vivi e morti (una voce narrante è quella di un personaggio morto ammazzato), rivelano frammenti di passioni e di azioni nefande, care però al cuore e al corpo di chi ama. L’eterno scontro fra sentimenti profondi e convenzioni pubbliche, che non si devono infrangere pena l’ostracismo della comunità e la miseria economica e sociale, travolge i protagonisti, eroi ed antieroi di una storia che travalica tempi indefiniti e spazi lontani e disegna una sorta di epica primordiale dove il giusto e l’ingiusto, il bene e il male si scontrano annullando i loro confini. Al centro di tutto Maria di Ísili, paese nel sud della Sardegna, con gli occhi “così azzurri [che] non si capiva da dove erano usciti”, marchio di una colpa primigenia di cui pagherà tutte le pene. Giovane e innocente Lupa verghiana perduta in un mondo che non conosce, Maria vola via dietro un sogno di libertà e di autonomia, ma paga lo scotto di una passione indebita verso il bel ramaio che giunge in paese sul suo cavallo nero, sorta di principe oscuro in cerca di prede che promette un regno che non c’è. La sua scelta scandalosa trascinerà nella rovina anche la sorella, moglie di quell’uomo affascinante e tenebroso da cui aspetta un bambino, gettando nel disonore la famiglia paterna tutta. Quindi l’infamia, la fuga, l’allontanamento fisico e morale, la fatica del vivere nella grande città, lontana da tutti, isolata e perdente. Mentre mai si placa la struggente malinconia e l’eco degli odori, dei sapori e dei colori di una terra amata e mai più raggiungibile. Perché le regole tradite nel mondo arcaico non consentono il perdono.
Ma in un tempo senza tempo c’è spazio anche per un finale assolutorio e consolatorio. Come nelle tragedie antiche, una lettera inaspettata, vero e proprio deus ex-machina, ricomporrà tutti i tasselli, dando senso compiuto alle angosce del passato. E la terra di Ísili riavrà la sua novella Maria. Ricordando “A Maria, tutte.”, come recita la dedica del romanzo, che ogni scelta di vita e d’amore si paga. Nel bene e nel male. Mentre la vita continua, offrendo talvolta doni inaspettati.
Si può aggiungere che c’è un altro grande protagonista, non meno importante degli altri: lo stile. La prosa spesso si fa poesia, con cadenze liriche e ritmate che segnano il tempo delle vicende attraverso l’eco delle parole, una sorta di cantilena che caratterizza in modo vario ogni personaggio. Così il registro linguistico spazia da quello colloquiale, basso e talvolta volgare dei personaggi che vivono negli ambienti più popolari, con riprese dal dialetto campidanese ed anche dall’arbaresca, l’antico idioma dei ramai ambulanti, usato “per capirsi tra di loro e per non farsi capire dagli altri”, a quello dell’italiano standard e alto, che si parla in città e negli ambienti più colti e ricchi. “Sapevo intrecciare sardo, italiano, arbaresca e creare anche nuovi dialetti: la mia lingua è sempre stata veloce e abile”, dice il fascinoso ramaio, facendosi portavoce della variegata abilità espressiva dell’autore.

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