La memoria del ghiaccio. Maurizio Corrado e la forma noir dell’ecologia
Che cosa accade all’identità quando viene meno la memoria? Polo noir di Maurizio Corrado, pubblicato da Giraldi, prende avvio dal risveglio di un uomo in una baracca durante una bufera: non ricorda chi sia né perché si trovi lì. La perdita della memoria diventa così il dispositivo attraverso cui personaggio e lettore ricostruiscono progressivamente un’identità, mettendo in discussione il rapporto fra passato, memoria e idea dell’io.
La vicenda si muove attraverso l’Artico, la Groenlandia, la Norvegia e i territori degli Inuit, fino alla Romagna. Il paesaggio artico assume un ruolo centrale nella costruzione della storia e accompagna il percorso del protagonista, mentre l’incontro con la cultura inuit introduce nel romanzo questioni legate al colonialismo, alla trasformazione dei territori e all’imposizione di modelli economici e culturali.
Corrado sceglie la struttura del noir per far entrare questi temi nel percorso stesso della narrazione. Il mistero, la ricerca degli indizi e la progressiva scoperta della vicenda offrono al lettore un accesso a questioni ecologiche e antropologiche attraverso gli strumenti propri della fiction. La narrativa può così contribuire alla divulgazione ambientale raggiungendo pubblici diversi da quelli della saggistica e affidando anche all’emozione una funzione conoscitiva.
C’è una domanda che precede quella sulla possibilità di una letteratura ecologica: perché continuare a raccontare la crisi ambientale quando sappiamo già che cosa sta accadendo? Timothy Morton ha definito il riscaldamento globale un hyperobject, un fenomeno di dimensioni spaziali e temporali tali da eccedere la nostra esperienza ordinaria e mettere in crisi i nostri abituali strumenti di comprensione. La crisi ecologica è ormai ampiamente documentata, eppure la conoscenza non sembra tradursi automaticamente in una diversa percezione del mondo o in un pensiero ecologico capace di radicarsi nella vita quotidiana. Abbiamo sviluppato anche nuove forme di disagio legate alla consapevolezza della crisi, come l’ecoansia, mentre resta aperta la questione di come trasformare la consapevolezza in immaginazione, responsabilità e azione.
È forse in questo che la letteratura può assumere una funzione specifica. Di fronte a fenomeni che per la loro scala risultano difficili da percepire, la narrativa può riportarli alla dimensione dell’esperienza: a un corpo, a un paesaggio, a una storia, a un conflitto. Scrivere di ecologia significa allora anche cercare forme attraverso cui ciò che sappiamo possa diventare qualcosa che riusciamo a sentire e a pensare diversamente.
È proprio sul rapporto fra forma narrativa e urgenza ecologica che si concentra questa conversazione: sulla possibilità di raccontare la crisi ambientale attraverso personaggi, paesaggi e strutture narrative, lasciando che la riflessione emerga dall’esperienza della storia. Con Maurizio Corrado abbiamo parlato anche della funzione che la letteratura può assumere nel modo in cui guardiamo il mondo.
In dialogo con l’autore
di Antonia Santopietro
Nel romanzo il protagonista si trova davanti alla domanda radicale «Chi era? Non ricordava. Non ricordava niente.». Perché hai scelto di partire proprio dalla perdita della memoria? Che cosa ti permette di raccontare sull’identità che forse una narrazione più tradizionale non avrebbe permesso?
Questo romanzo è concepito come il primo di una serie dedicata a un personaggio, il dott. Brando. Ho voluto usare un espediente narrativo che permettesse la scoperta del personaggio insieme al lettore in modo da poterlo conoscere lentamente, insieme a lui stesso, in modo che personaggio e lettore scoprissero insieme chi è, con tutti i dubbi, le incertezze e le sfumature che questo comporta. Di solito i personaggi sono già definiti, hanno caratteristiche ben definite che permettono di riconoscerli e di affezionarcisi. Qui il processo è un po’ più complesso e mi dà modo di lavorare sul tema della memoria, per esplorare l’idea che ci sia una equivalenza fra fra memoria e ciò che chiamiamo io. Un uomo è il risultato del suo passato? Oltre al patrimonio genetico che ne stabilisce le basi, ciò che ha fatto durante la vita e il contesto in cui si sviluppa, bastano per definire chi è? Quello che rimane di ciò che ha vissuto è contenuto nella sua memoria, ma sappiamo che la stessa memoria non è qualcosa di fisso ma si modifica, cambia, e allora cosa resta di vero? Cos’è vero e cosa immaginato? In un passaggio del testo, mentre lui è disperato per il fatto di non sapere chi è, gli viene fatto notare che questo potrebbe essere non un dramma ma una fortuna, può scegliere di diventare ciò che più desidera, non è più tenuto ad essere come il resto del mondo lo vede. Inoltre la memoria ha come sottofondo il tema del tempo, centrale nel discorso ecologico.
«Se la libertà avesse un suono, sarebbe il fruscio di una slitta sulla neve.» Il paesaggio artico nel romanzo non è soltanto uno sfondo, ma sembra diventare una presenza narrativa, capace di riflettere e condizionare lo stato d’animo del protagonista. Quanto è importante per te il paesaggio, e questo tipo di paesaggio, nella costruzione della storia e dei personaggi?
Secondo l’antropologo Matteo Meschiari il paesaggio ha influenzato la formazione e la struttura stessa del nostro pensiero, in questo senso ha una importanza fondante e fondamentale. In questo caso il vero protagonista è il Grande Bianco, come giustamente hai notato e come stanno notando altri lettori, È una sorta di azzeramento, di annullamento che ricorda se vuoi il nulla di cui parla lo Zen, un luogo in cui ritrovare la propria essenza.
Il romanzo utilizza gli strumenti del noir, ma li porta verso questioni ecologiche, antropologiche e sociali. Perché hai scelto proprio il noir per affrontare questi temi? Che cosa può fare la narrativa noir che un saggio o un libro esplicitamente ambientalista non possono fare?
Possono raggiungere un pubblico che di solito non viene in contatto con questi temi. Spesso i saggi su temi ambientalisti ed ecologici vengono letti da chi già è consapevole, per approfondire, con il risultato che ci si parla fra di noi, fra gente che ha già un certo livello di consapevolezza. La narrativa ha il grande pregio di ampliare il pubblico e quindi essere più efficace nella divulgazione. Il Noir come il Giallo deve avere una struttura narrativa che ti spinge a scoprire qual è il mistero e ti accompagna alla soluzione, durante questo percorso si possono piantare semi che si spera germoglino nella coscienza del lettore. Anche se un solo seme germina, abbiamo ottenuto una vittoria.
Nel testo compare una frase molto esplicita: «Hanno trasformato gli Inuit in consumatori come siamo noi.» Quanto era importante per te evitare che l’Artico fosse soltanto uno sfondo esotico per un’avventura e usarlo invece per mettere in discussione il nostro modello economico e il nostro rapporto con le altre culture?
Un tema che fa da sottofondo al libro è il discorso sul colonialismo, in particolare quello che abbiamo esercitato noi europei in maniera potente almeno da Colombo in poi. È un tema su cui da tempo si sono sviluppate correnti di pensiero specialmente in antropologia dove decolonialismo e prospettivismo sono idee su cui si discute molto. Nel caso degli Inuit è interessante notare come inizialmente le intenzioni degli europei non fossero negative, anzi, ma come inevitabilmente l’incontro fra la nostra cultura e la loro abbia prodotto un desolante annientamento del loro mondo.
Ti occupi di ecologia, sostenibilità, paesaggio e architettura da molti anni. In Polo noir questi temi entrano nella narrativa senza trasformare il romanzo in un manifesto. Secondo te, può esistere una letteratura che sia contemporaneamente racconto e forma di attivismo ambientale? E quanto può incidere realmente sul modo in cui il lettore guarda il mondo?
Io credo che non solo può esistere, ma deve esistere una letteratura che sia contemporaneamente racconto e forma di attivismo ambientale, come sai bene tu che te ne occupi da vicino. Come accennato prima la letteratura non solo ha il grande pregio di godere di una possibile diffusione più ampia, ma usa uno strumento potentissimo, che la saggistica non può usare: l’emozione. Quando c’è emozione, in arte, si è raggiunto un risultato che può rivelarsi più potente di qualsiasi discorso razionale.
Nel tuo percorso sembra esserci una continuità tra l’impegno sui temi ambientali e il lavoro narrativo. Scrivere, per te, è anche un modo di intervenire sulla realtà? E, più semplicemente, perché scrivi storie: che cosa ti permette la narrativa che non ti permettono il saggio, l’architettura o l’attività culturale teatrale?
Scrivere è il mio modo di portare avanti una battaglia, è la mia forma di lotta. La narrativa, e anche il lavoro di scrittura di testi per il teatro, ha un grande pregio, rispetto alla saggistica scientifica. Il saggio prima o poi scade, ha una scadenza fisiologica, nella comunità scientifica le ipotesi si evolvono, quello che hai scritto oggi magari l’anno successivo viene precisato o superato da altre ricerche e quello che hai scritto di conseguenza andrebbe aggiornato. Nella narrativa, naturalmente se è fatta bene, qualsiasi cosa voglia dire, non c’è scadenza. Noi leggiamo con soddisfazione testi di narrativa della metà dell’Ottocento, mentre i saggi dello stesso periodo non sono più “validi”. Polo Noir cerca di inserirsi in un percorso che usa l’emozione per far ragionare.
