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di Paolo Risi

L’azione proiettata nel futuro necessariamente prende slancio dall’oggi, dall’intersecarsi di potenzialità e contraddizioni; richiede una visione panoramica, accludente, che nel caso degli autori del volume edito da Bompiani si nutre di filosofia, architettura e arte.

L’intento – definire l’approccio degli studi sul futuro nel momento in cui la filosofia sceglie le arti visive e la teoria del progetto per testare le sue tesi – è indissociabile dal concetto di interdipendenza, come progressione oltre il contemporaneo, e caratterizza il metodo di lavoro del collettivo Waiting Posthuman Studio, piattaforma di ricerca fondata da Leonardo Caffo, Azzurra Muzzonigro e Laura Cionci.

Si tratta di interpretare e innescare processi di trasformazione, e i temi trattati convergono verso le dinamiche ideative di tre grandi indagatori del nostro tempo, l’architetto Stefano Boeri, il regista Amos Gitai e l’artista visivo Adrian Paci.

In particolare due ambiti – il libro di Leonardo Caffo e Azzurra Muzzonigro e una conversazione tenutasi nel 2017 al Milano Arch Week fra Boeri, Gitai e Paci – si completano e si articolano vicendevolmente, essendo l’una fonte di ispirazione per l’altro, e l’opera scritta generatrice di visioni attinenti alla conferenza, al suo svolgersi colloquiale.

Gli elementi da considerare, nell’ottica di dare forma al futuro, sono molteplici e non possono che integrarsi in un’entità progettuale. Si tratta di innervare la parola progetto, per contenere la complessità e il suo evolversi, fatta di confini sempre più anacronistici, di sommovimenti climatici, politici e sociali. Tutto ciò richiede consapevolezza, disponibilità a intestarsi il cambiamento: in prospettiva e intorno a noi un futuro realmente da afferrare e plasmare, concezione instradata in direzione del postumano, inteso – scrivono gli autori – come evoluzione vera e propria (biologica) verso la possibilità di fare del limite della mancanza delle risorse proprio, paradossalmente, una risorsa a noi utile.

All’impresa occorrono figure pionieristiche, immagini che prefigurano la modulazione della pluralità. Un potenziale ha sempre bisogno di un attuale che ne richiama la potenza, e in tal senso si propone agli sguardi il Bosco Verticale di Boeri a Milano, incontro fra uomo e natura in un’ipotesi di cementificazione e urbanizzazione fuori controllo.

Superare le aride elaborazioni moderniste, il rassicurante confezionamento del pianeta dentro un “processo storico lineare”. Gli studi sul futuro concepiscono una città come opera aperta, organismo in trasformazione in cui la molteplicità di soggetti, identità e forme di vita emergono da una pianificazione piramidale, formulata a priori.

Caffo e Muzzonigro – per le città future – auspicano un orientamento trasversale, a doppia propulsione, capace di combinare lo sguardo zenitale e strategico proprio delle strutture di potere, di coglierne i meccanismi e l’operatività, con uno sguardo che attraversa lo spazio costruito seguendo traiettorie orizzontali, a livello della strada, osservando e ascoltando le pulsioni e i desideri che vengono dalla strada e dalla vita quotidiana.

In un itinerario obbligato vengono definiti fari nella nebbia Amos Gitai, Adrian Paci e Stefano Boeri, i loro contributi (il dialogo del 2017 riportato nell’ultima sezione del libro edito da Bompiani) preparano il terreno con gli strumenti della tecnica e della creatività.

Gitai, regista israeliano, nelle sue opere coglie atti, dettagli di esistenze, polarizza l’attenzione su oggetti che contengono il seme della svolta. Apparecchia la visibilità per fenomeni sociali e tensioni di diversa natura, in un quadro propositivo, generosamente politico (esemplificativi i suoi film The Book of Amos e Carpet, quest’ultimo ancora da girare).

La convivenza non può derivare da una formula burocratica, richiede pensiero e linguaggi aperti all’ibridazione. Il corpo è linguaggio potente, malleabile perché senza limiti, perché custodisce un’origine incalcolabile. L’artista Adrian Paci utilizza il proprio corpo come microcosmo, traccia persistente nell’universo, e lo fa per completezza biografica (da migrante, in viaggio dall’Albania) e per incarnare il dramma collettivo delle migrazioni. Nell’opera Home to Go del 2001 ad esempio – si mostra nudo all’osservatore, tenendo sulle spalle un tetto, simbolo del viandante, nudo perché letteralmente senza niente, in cui la casa sulle spalle diventa la metafora del doversi sentire sempre e comunque a casa anche quando si e fuori posto.

Per quanto riguarda l’architetto Stefano Boeri il suo lavoro sulle foreste urbane si confronta con il predominio (non più sostenibile) dell’homo sapiens sugli ecosistemi naturali. L’antropocentrismo si è incanalato su una direttrice a imbuto, sempre più compressa, destabilizzata da emergenze continue, da tensioni strutturali. Diviene quindi vincolante sottrarre agli umani l’esclusiva sovranità su terre e agglomerati, ripartire dall’integrazione di forme viventi poiché, semplicemente e in maniera inappuntabile, se vogliamo invertire i valori del cambiamento climatico, le città devono iniziare a produrre ossigeno e assorbire anidride carbonica.

Costruire futuri” e le idee di Gitai, Paci e Boeri indicano una via alternativa, predispongono materiale (sguardi, corpi e spazi) per edificare una città integrata e a misura di terrestre. Apertura, incontro, ricalibratura di valori: l’homo sapiens potrà essere parte del futuro solo a determinate condizioni, accettando la propria complementarietà. E poi ancora un’altra parola: partecipazione, fondamentale per far prevalere le relazioni fra gli individui agli individui, e la condivisione e l’accessibilità delle risorse alla proprietà.

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Costruire futuri: interpretare e innescare processi di trasformazione