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Photo credit: John Webber (Penguin)

Julian Hoffman è uno scrittore e naturalista pluripremiato che vive sui laghi di Prespa, nel nord della Grecia. La sua opera più recente “Irreplaceable: The Fight to Save our Wild Places”, è stata la finalista del Wainwright Prize 2020 nella sezione Writing on Global Conservation, nonché Libro dell’Anno per la società scientifica britannica Royal Geography Society. Il suo libro precedente, “The Small Heart of Things”, ha vinto l’AWP Award e Il National Outdoor Book Award per la sezione Letteratura di Storia Naturale. www.julian-hoffman.com

Intervista a cura di Laura Salaris*

Il suo ultimo libro Irreplaceable viene collocato a metà tra i generi del Nature Writing e del Reportage di viaggio. Quanto sente proprie queste categorie?

A differenza di altri scrittori, non mi entusiasmano le categorie dei generi letterari e non penso nemmeno che siano particolarmente accurate. Come accade per molte etichette, restringono lo scopo di tante opere che sono, nei fatti, più ampie in termini di coinvolgimento tematico di quanto questi termini consentano. Personalmente, mi considero uno scrittore saggista con un interesse per il mondo naturale, le persone, i paesaggi, la politica del luogo, la sua storia e cultura, ma non credo di essermi mai imbattuto in un negozio di libri che avesse questa specifica sezione, perciò temo che i termini descrittivi di questi generi resteranno in uso ancora per un po’!

Notiamo che in ogni capitolo alle descrizioni liriche si alternano fatti e dati raccontati a mo’ di reportage. Qual è l’intenzione di questo duplice sguardo alle storie?

Una delle tematiche che più ricorrono in Irreplaceable è quella dell’estinzione: estinzione delle specie selvatiche; estinzione di aree verdi intorno a noi e, per usare le parole dello scrittore americano Robert Michael Pyle, ”estinzione dell’esperienza”. Eppure, mentre l’estinzione è generalmente rappresentata da un numero – lo zero – che annienta tutto ciò che era vivo, complesso e meraviglioso di una specie o luogo o esperienza, io volevo trovare il modo di rendere giustizia a questi paesaggi e vite in pericolo cercando in qualche modo di imprimerne l’essenza sulla pagina. E fin dall’inizio della ricerca mi balenò in testa che avrei potuto mescolare il puro reportage con il lirismo, cosicché le storie contenessero i fatti fondamentali – i numeri, diciamo – ma poi venissero portate oltre i numeri, raccontate a un livello molto più profondo, fino a enfatizzare ciò che il mondo e le nostre vite rischiavano di perdere. Il fotografo americano Richard Misrach una volta disse: “Sono arrivato a credere che la bellezza può essere un potentissimo conduttore di idee difficili”. Questa sua idea mi ha dato la libertà di esplorare la perdita e la resistenza attraverso una miscela di lirismo e reportage.

La sua scrittura ha mai supportato gli attivisti in lotta per salvare i loro luoghi incontaminati?

Alcuni dei capitoli del libro sono nati in forma di discorsi pubblici di sensibilizzazione sulle campagne allora in corso per proteggere particolari luoghi a rischio o per raccogliere fondi a supporto delle comunità che le portavano avanti. Qualche sezione del capitolo sulle Gwent Levels in Galles fu letta pubblicamente e presentata come testimonianza nell’ambito di un’inchiesta pubblica volta a decidere del destino di quel posto antico e notevolmente bello che la legge avrebbe dovuto tutelare, e che invece rischiava di essere distrutto dal progetto di costruzione di un’autostrada a sei corsie. Il Primo Ministro gallese alla fine deliberò contro il piano di sviluppo, sostenendo che fosse vitale preservare siti di tale rilevanza. Ma se Irreplaceable ha avuto un ruolo in quella decisione finale, è stato solo grazie ad anni di battaglie combattute con tenacia e determinazione dagli attivisti della società civile, dalle comunità locali e dalle organizzazioni ambientaliste per le Gwent Levels che amavano.

Nelle sezioni descrittive del mondo naturale l’attenzione al più piccolo dettaglio sensoriale e il sentimento di connessione con il luogo sono richiamati da una particolare prosa poetica e talvolta dal ricorrere di neologismi. Quanto conta la ricerca linguistica nella sua pratica di scrittura?

La sola ricerca linguistica che ho volutamente fatto è stata assicurarmi di aver ben compreso la terminologia specifica dei vari processi ecologici. Non essendo uno scienziato di formazione, talvolta mi sembra che scrivere della scienza che si cela dietro alle storie vada al di là delle mie competenze. Ma la bellezza della scrittura saggistica è che è un campo letterario in cui lo scrittore può imparare tanto quanto il lettore. Penso che la parte del libro che parla delle barriere coralline ne sia un buon esempio. Volevo raccontare lo straordinario mondo subacqueo in tutta la sua sensuale bellezza, il suo movimento, la sua complessità e i suoi colori, per questo ho trascorso il tempo a immergermi, fare snorkeling nelle immediate vicinanze di quelle creature marine e di tutta la vita che il corallo alimenta. Così ho utilizzato un registro linguistico ricco e avvolgente, che includeva nomi composti e associazioni di verbi e aggettivi totalmente inusuali nel tentativo di trasmettere fedelmente quell’ecosistema straordinario tramite le pagine. Ma volevo anche raccontare in maniera esatta il ruolo di sostegno biologico del corallo e di quanto sia a rischio. Per farlo, ho dovuto comprendere la funzione delle zooxantelle – alghe che vivono nella maggior parte dei coralli permettendogli di fare la fotosintesi – e le implicazioni dell’acidificazione degli oceani e del riscaldamento dei mari per il delicato destino delle barriere coralline. In quella sezione mi sono cimentato in termini di linguaggio, con l’idea di mettere insieme scienza e poesia.

Irreplaceable celebra la vita selvatica, il mondo naturale e soprattutto paesaggi non-urbani. Pensa che questo canto alla natura risuoni anche tra gli abitanti delle città?

Si, lo spero. C’è un capitolo del libro dedicato alle aree verdi nelle città e a quanto queste siano di vitale importanza per le comunità urbane. Inoltre, tantissime macro-tematiche del libro, comprese la connessione con la natura, la salute e il benessere mentale, sono altrettanto rilevanti per gli abitanti delle città. Queste, tra l’altro, sono questioni che hanno assunto ancora più rilevanza durante la pandemia, quando quegli spazi blu e verdi nelle città e nelle periferie sono state spesso l’unico appiglio a cui potersi aggrappare nelle fasi più dure del lockdown, per fare esercizio, rilassarsi o mantenere il contatto con la natura. Per molti, quei luoghi sono stati un’ancora di salvezza nei momenti difficili. Gli spazi urbani non sono solo posti di potenziale straordinaria biodiversità, quando gli viene concessa l’opportunità – come si può osservare con gli usignoli a Berlino o le lontre a Singapore – ma sono immensamente importanti anche per le comunità umane. E col senno di poi, dopo questa pandemia è necessario ripensare gli spazi verdi nelle città non come un lusso o un comfort – una caratteristica desiderabile ma in fondo accessoria della vita di città – bensì come fondamentali per il nostro benessere più profondo, tanto più per le comunità con meno possibilità economiche, che potrebbero avere poche altre opportunità di contatto con il mondo naturale.

Questo libro è un’apoteosi del luogo, il cui concetto viene fuori come un amalgama di elementi culturali, emotivi, sensoriali e spirituali che connettono l’uomo a un luogo fisico. Come si concilia l’idea di un forte e insostituibile legame con il luogo – fondato sull’esperienza di quel luogo – con l’assenza di un radicamento ai suoi luoghi d’origine?

Curiosamente, questo è un tema che ho esplorato nel mio primo libro, The Small Heart of Things. Ho cominciato la stesura del libro subito dopo essermi trasferito da Londra a un piccolo paesino sulle montagne del nord della Grecia dove, a distanza di 20 anni, tuttora abito. A quel tempo, non molto dopo il mio trasferimento, volevo indagare cosa significasse sentirsi a casa nel mondo, in un periodo in cui le persone vivevano sempre di più in movimento. Il fulcro di quel libro sono due versi del poeta Rilke:

Quasi ogni cosa a un contatto si tende, / da ogni svolta è un mormorio: ricorda!
[
traduzione di Giacomo Cacciapaglia del verso originale Es winkt zur Fühlung fast aus allen Dingen, / aus jeder Wendung weht es her: Gedenk! È il distico iniziale di una poesia senza titolo, non databile con precisione, che Rilke scrisse nell’agosto-settembre 1914, a Monaco di Baviera o a Irschenhausen. Fonte: Rainer Maria Rilke, Poesie II.Edizione con testo a fronte a cura di Giuliano Baioni. Commento di Andreina Lavagetto, Bibliothèque de la Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino 1995, pp. 234-235, commento p. 789]

 Quei versi mi hanno fatto da guida, non solo per la stesura del libro, ma anche nel tentare di costruire una casa per noi qua in Grecia. Perché ho cominciato a pensare che il radicamento e la connessione con il luogo siano più una questione di attenzione che di presenza fisica in senso stretto. È una questione di quanto riusciamo ad aprirci ai luoghi che ci circondano, alle cose più piccole in mezzo a noi e ai vari modi in cui poterci entrare in profonda connessione.

Uno dei miei uccelli europei preferiti è il gheppio: un piccolo, elegante rapace che è solito volteggiare nell’aria mentre caccia. Degli studi cinematografici hanno dimostrato che, mentre il gheppio volteggia, i suoi occhi si muovono di meno di 6 millimetri verso ogni direzione. Cioè, nonostante quel selvaggio frullio di ali che sbattono costantemente per tenerlo in volo, l’uccello è essenzialmente statico. Da questo ho elaborato l’idea che sia possibile per noi umani comportarci come il gheppio nella nostra relazione con il luogo, essere fermi e in movimento nello stesso istante, coltivando profonde connessioni attraverso l’atto del prestare attenzione, anche quando siamo solo di passaggio. Cosa che mi ricorda di una bellissima frase dello scrittore americano Sigurd Olson; “Awareness is becoming acquainted with environment, no matter where one happens to be.” (Consapevolezza è entrare in confidenza con l’ambiente, indipendentemente da dove ci si trovi.)

Come pensa che la crisi climatica e il collasso a cui sembriamo destinati possano essere affrontati?

Prima di tutto, direi che non penso che siamo destinati a un collasso. Siamo decisamente in guai seri, questo è assolutamente vero. Ma non siamo spacciati, per lo meno non ancora. Perché possediamo ancora il potenziale di cambiare drasticamente la direzione del percorso su cui ci troviamo. Ma stiamo esaurendo il tempo, e perché questa trasformazione avvenga, per riuscire a evitare il peggio degli effetti climatici estremi che stanno già diventando parte della nostra vita, è necessario aggiustare il tiro sul modo di pensare al nostro posto nel mondo. È fondamentale cominciare a contemplarci come parte di un mondo più ampio, interconnesso, che condividiamo non solo con altre persone ma anche con altre specie. È necessario domandarci onestamente cosa abbia realmente valore in queste nostre vite, perché portare avanti l’ideologia della crescita infinita in un pianeta finito mette a repentaglio il nostro futuro comune. Questo carica un enorme fardello sulle spalle delle generazioni future, quelle che non avranno alcuna responsabilità per la crisi che si sta prospettando ora, ma che saranno nate in un mondo radicalmente diverso da quello che noi conosciamo oggi. Un mondo tanto diverso quanto quello che decidiamo di creare esattamente ora.

Qual è il ruolo della letteratura e degli intellettuali nella missione cruciale di salvare il pianeta?

Penso che rendere testimonianza sia un ruolo importante. Raccontare il mondo in cambiamento in un momento di enorme instabilità, mentre ci troviamo nel bel mezzo della Sesta Estinzione delle specie selvatiche e dell’emergenza climatica, è un modo per comprenderlo. Ma è anche essenziale che gli artisti, quando possono, si aprano a nuove possibilità, facendo da cassa di risonanza per quelle voci e quelle storie che non vengono ascoltate. A partire dalle persone schierate in prima linea contro la crisi climatica, alle comunità indigene le cui conoscenze ecologiche tradizionali potrebbero svelarci modi di armonizzarci con i sistemi viventi del pianeta piuttosto che contrastarli. Perché ciò che ho capito mentre scrivevo Irreplaceable è che ci sono persone ordinarie che stanno facendo cose straordinarie in giro per il pianeta, ogni singolo giorno. Persone che mi hanno mostrato come l’azione crei la speranza, esattamente quanto rende possibile il cambiamento.


Interview with Julian Hoffman

Your last book Irreplaceable is described as being in-between the Nature Writing genre and the Travel Journalistic Essay. How much do you feel comfortable with these categories? 

I don’t mind either of these genre descriptions as much as some writers do, but I don’t think they’re particularly accurate either. Like so many labels, they reduce the scope of numerous books by many different authors that are in fact greater in terms of their thematic engagement with the world than these terms allow for. I personally see myself as a non-fiction writer with an interest in the natural world, people, landscape, the politics of place, and cultural and environmental history, but I don’t think I’ve ever seen a bookshop with this specific section, so I suspect the genre terms will endure for a while yet!

In each chapter lyric descriptions are interspersed with reportage-like accounts with dates and numbers. What is the intention behind this twofold narrative?

One of the themes that runs through Irreplaceable is that of extinction: the extinction of wild species; the extinction of green places in our surroundings; and, to use a phrase coined by the American writer Robert Michael Pyle, the “extinction of experience”. But while extinction is generally represented by a number – zero – a number which ultimately nullifies all that was alive and complex and wondrous about a species or place or experience, I wanted to find a way of doing justice to these imperilled landscapes and lives by somehow bringing their essence to the page. And it occurred to me early on in the research that perhaps I could blend reportage with lyricism, so that the stories contained the fundamental facts – the numbers, let’s say – but moved beyond that to amplify what is at risk of being lost from the world and from our lives at a much deeper level. The American photographer Richard Misrach once said that “I’ve come to believe that beauty can be a very powerful conveyor of difficult ideas.” It was this idea of his that gave me the freedom to explore loss and resistance through a blend of lyricism and reportage.

Has your writing ever supported the campaigners in their fight to save wild places?

A few of the book’s chapters began life as public talks to help raise awareness of the campaigns being fought to protect particular threatened places or as fundraisers for the community groups behind them. And some parts of the chapter about the Gwent Levels in Wales were read out and submitted as evidence at a public inquiry which was being held to determine the fate of that remarkably beautiful and ancient place, a place that was supposedly protected by law but which was at risk of being destroyed by a plan to build a six-lane motorway through the middle of it. The Welsh First Minister eventually ruled against the development plan, saying that it was vital that such important places remain protected, but if Irreplaceable had a small role to play in that ultimate decision it was only because of the tenacity and resolve shown by grassroots activists, local communities and environmental organisations over many years as they fought to protect the Gwent Levels they loved.

In the descriptive parts of the natural world your attention to the most minute sensorial details and the feeling of connection with place are mirrored by a singular poetic and sometimes neologic word choice. To which extent does linguistic research feature your writing practice?

The only linguistic research I specifically did for the book was to make sure I had correctly understood the terminology and intricacies of various ecological processes. I’m not a trained scientist, so I do sometimes feel out of my depth when writing about the science behind the stories. But the beauty of writing non-fiction is that it’s a field of literature in which the writer can learn as much as the reader. I think the section in the book on coral reefs in Indonesia is a good example. I wanted to channel that extraordinary underwater world in all its sensual beauty, movement, complexity and colour, and so I spent time diving and snorkelling in close proximity with these extraordinary sea creatures and all the life that coral supports. I then used a rich, immersive register of language, including the use of compound nouns and unusual associations of verbs and adjectives to try to transmit that astonishing ecosystem faithfully to the page. But I also wanted to stay true to the biological underpinning of coral and the threats it faces, which meant starting to understanding the role of zooxanthellae, algae that lives in most coral and which enables it to photosynthesise, and what ocean acidification and the warming of the world’s seas means for the fragile future of coral reefs. So I approached that section in terms of its language with the idea of holding poetry and science together in one place.

Irreplaceable honours wildlife, the natural world and mostly non-urban spaces, do you think this chant to nature would resonate among urban dwellers, too? 

Yes, I hope so. There’s a chapter in the book dedicated to green spaces in cities and how vitally important they are for urban communities. But also, so many of the book’s larger themes, including nature connection, mental health and well-being, are of relevance to urban dwellers as well. And that’s a topic, of course, that has been amplified during the pandemic, when those local green and blue spaces in cities and suburban areas were often all that people had to attach to during the strictest parts of lockdown, either for exercise, relaxation or contact with nature. And for many people, those places acted as lifelines at such a difficult time. Urban spaces are not only remarkable places for biodiversity when given a chance, as can be seen with nightingales in Berlin or otters in Singapore, but they’re hugely significant for human communities, too. And on the other side of this pandemic, we need to start seeing green spaces in cities not as luxury or amenity – a desirable but ultimately disposable feature of urban living – but as fundamental to our wider well-being, particularly with regard to lower-income communities that may have few other opportunities for contact with the natural world.

This book is a celebration of place, whose concept emerges as being an amalgam of cultural, emotional, sensorial and spiritual elements connecting humans to a physical space. How does the idea of a strong, irreplaceable tie with place, forged by the experience of that place, reconcile with the rootlessness of your life?

Interestingly, this is a theme that I explored in my first book, The Small Heart of Things. I began that book after moving from London to a small village in the mountains of northern Greece, where I still live more than 20 years later. But at the time, not long after moving here, I wanted to look at what it might mean to be more at home in the world at a time when people are increasingly on the move. At the heart of that book are two lines by the poet Rilke: “Everything beckons us to perceive it / murmurs at every turn”. These lines became my guide, not only while writing that book but while trying to make a home for ourselves here in Greece. Because I began to realise that rootedness and connection to place are more about attentiveness than they are about physical presence on its own. It’s about how we open ourselves to the places around us, to the smallest of things in our midst, and the many ways we have of entering into deep relationship with them.
One of my favourite European birds is the kestrel, which is a small and elegant falcon that frequently hovers in the air when it’s hunting. Film studies have shown that while the kestrel is hovering its eyes move less than 6 millimetres in any direction. So, amidst that wild beating of wings, flapping constantly to keep it afloat, the bird is essentially still. And I understood then that it’s possible for humans to be like the kestrel in relationship to place; to be both still and in motion at the same moment, cultivating deep connections through the act of paying attention, even if we’re just passing through. Which reminds me of a wonderful line by the American writer Sigurd Olson: “Awareness is becoming acquainted with the environment, no matter where one happens to be.””

How do you think the climate crisis and the consequent default we seem doomed to, could be approached? 

Firstly, I would say that I don’t think we are doomed. We are definitely in serious trouble, that’s absolutely true. But we’re not doomed, at least not yet. Because we still have in our power the potential to dramatically alter the path we’re on. But time is running out, and for that transformation to happen, for us to avoid the worst of the extreme climate effects that are beginning to become a part of life as it’s lived today, we need to realign our thinking about our place in the world. We need to begin seeing ourselves as part of a wider, interconnected world that is shared, not only with other people but other species, too. We need to honestly ask ourselves what we truly value in these lives of ours, because by forging ahead with an ideological belief in infinite growth on a finite planet risks our common futures. And it places a huge burden on those generations still to come, those who have no responsibility for the crisis unfolding today but who will be born into a world radically different to the world we know today. A world as different as we decide to make it right now.

What is the role of literature and intellectuals in the crucial mission to save the planet?

I think bearing witness is an important role. Chronicling this shifting world at a time of enormous instability, when we’re in the midst of the Sixth Extinction of wild species and the climate emergency, is key to understanding it. But it’s also vital, I think, for artists, whenever they can, to open the door to other possibilities by amplifying the voices and stories of those whose voices aren’t being heard. From people on the frontlines of the climate crisis to Indigenous communities whose traditional ecological knowledge might show us all ways to move forward in synchronicity with the planet’s living systems rather than working against them. Because what I realised while writing Irreplaceable is that there are ordinary people doing extraordinary things right across the planet every single day. People who showed me that action makes its own kind of hope just as much as it makes change possible.


*Laura Salaris è docente e traduttrice dall’arabo e dall’inglese. Laureata in Lingue per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha lavorato nel Vicino Oriente come cooperante. Si occupa di agricoltura eco-sostenibile e permacultura in Sardegna. Collabora al progetto ZEST Letteratura sostenibile | FUSP in qualità di traduttrice.

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