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CREDERE ALLO SPIRITO SELVAGGIO
Nastassja Martin 
Traduzione di Marina Karam
Bompiani 2021

nota di Francesca Matteoni*

In questi ultimi anni le parole “selvaggio” e “selvatico”, hanno raggiunto una tale popolarità da diventare quasi irritanti e il richiamo alla selvaticità, alla foresta, rischia di essere solo un’altra moda da seguire senza troppe domande. Selvaggio è di volta in volta la terra che immaginiamo non contaminato dalla modernità; l’animale dei boschi o delle profondità marine; popoli e culture nomadi; miti e tradizioni sciamaniche. Riempiendo questa parola di aspettative non si fa che aumentare il divario fra ciò che reputiamo selvaggio e ciò che non lo è, tra noi e loro, tra il brutto (la nostra esistenza fin troppo addomesticata) e il bello (la libertà degli spazi tanto incontaminati quanto inesistenti). Creiamo stereotipi e così facendo ci allontaniamo sempre di più dalla realtà. Ma cosa accadrebbe se d’improvviso la distanza si annullasse con un gesto tremendo, imprevedibile, “selvaggio”, che proietta il loro drammaticamente nel noi e viceversa?

È proprio ciò che accade nel libro dell’antropologa francese Nastassja Martin, Credere allo spirito selvaggio (Bompiani 2021), quando durante una spedizione fra i vulcani della Kamchatka, penisola russa protesa nel mare di Bering, la donna viene aggredita da un orso che le mutila buona parte del volto. Dopo l’incidente, viene trasferita in una struttura ospedaliera russa e in seguito in Francia per sottoporsi a un intervento di ricostruzione. Nella sopravvivenza, dovuta a un innegabile forza d’animo, ma anche a una curiosità vitale, la Martin conosce un selvaggio scevro di ogni edulcorazione. Non si tratta soltanto dell’animale. Il morso, che l’antropologa definisce il bacio dell’orso, è l’inizio di una discesa dove l’ostile e lo straniero sono di volta in volta la brutalità e lo squallore dell’ospedale russo, l’algida freddezza di quello francese, gli altri, perfino gli amici, con cui la protagonista non sa più come instaurare un dialogo. Riportata in occidente riflette sulla varia simbologia dell’orso, animale archetipico, sciamanico dell’emisfero boreale:

La forza. Il coraggio. La temperanza. Il ciclo cosmico e quello terrestre. L’animale preferito di Artemide. Il selvaggio. La tana. Il distacco. La riflessività. Il rifugio. L’amore. La territorialità. La potenza. La maternità. L’autorità. Il potere. La protezione. E l’elenco si allunga. Mi sono ficcata in un bel pasticcio. Se l’orso è il riflesso di me stessa, quale espressione simbolica di tale figura sto esplorando con più assiduità? Se non ci fosse stato il suo sguardo giallo nel mio sguardo azzurro, avrei forse potuto ritenermi soddisfatta di queste analogie. Anche se preferirei usare il termine risonanza. Ma c’è stata la mescolanza dei nostri corpi, c’è stato quell’incomprensibile noi, quel noi che confusamente percepisco venire da lontano, da un’anteriorità situata ben al di qua delle nostre esistenze limitate. Queste domande continuano a frullarmi in testa. Perché ci siamo scelti? Che cosa ho davvero in comune con la creatura selvaggia e da quando?


Orso ed essere umano condividono la postura eretta, fatto che portò Sant’Agostino a definire l’animale “diabolico”, perché osava alzarsi sulle zampe posteriori; nelle culture sciamaniche l’orso è considerato un antenato totemico, un vecchio saggio. Una maschera d’orso può nascondere l’umano e viceversa. Ma in tutto questo non può esserci nessuna idealizzazione. Nastassja Martin esplora quanto c’è sotto quella maschera, partendo dal dato reale del suo corpo che d’improvviso non le appartiene più del tutto: o meglio, si è mescolato, ibridato ad altro. Ora lei è una “mezzo e mezzo”: una parte appartiene ancora all’umano, una all’orso, e fra le due è difficile comprendere dove finisce il conflitto e inizia la riappacificazione. Secondo lo sciamanesimo artico-siberiano, lo sciamano per acquisire i suoi poteri e la capacità di guarire, doveva diventare la malattia stessa, scendere o salire nel mondo dei demoni, essere smembrato, cotto e mangiato e infine richiamato in vita attraverso le ossa. Il racconto, poetico e potente, prevede una pellegrinaggio nella perdita identitaria. Per l’antropologa questo diventa un vissuto concreto, un evento estraniante che pure ha elementi di inquieta familiarità. Cosa vuol dire diventare orso? E cosa tornare umana? Ma soprattutto perché è accaduto e perché la protagonista ha la sensazione di aver atteso, addirittura evocato, questo incontro? Per risolvere le molte domande non può che viaggiare di nuovo verso la terra dell’incidente, dove oltre al ricordo dell’orso trova ad attenderla persone che l’hanno ospitata durante gli anni e le ricerche, diventando la sua famiglia adottiva. Soltanto così la Martin può chiudere il cerchio, entrando consapevolmente nel selvaggio e nell’estraneo familiare che l’ha sorpresa fra i vulcani per cambiarla per sempre, nel corpo e nello spirito. Occorre abbracciare un’idea più vasta di parentela, perfino spingendoci nell’ombra, in quella parte animale e indomabile che raramente si acquieta. Una parentela che va oltre il sangue, risorge dal paesaggio e ha una lingua sconosciuta che pure parla di noi. Attraverso il paesaggio là fuori, attraverso la bestia e l’orrore, la Martin accede al selvaggio interiore, come un tempo e uno spazio che si ripetono, dove il corpo prova dolore, angoscia, coraggio e infine uno straordinario e ancestrale senso di riconoscimento.

Nastassja Martin, nata nel 1986, è antropologa diplomata presso l’École des Hauts Études e specializzata sulle popolazioni artiche. È autrice di un saggio intitolato Le anime selvagge: la resistenza di un popolo in Alaska di fronte all’Occidente e, insieme a Mike Magidson, del documentario TvaïanCredere allo spirito selvaggio è il suo primo racconto narrativo, in corso di traduzione in molte lingue.


*Francesca Matteoni conduce laboratori di tarocchi, scrittura e immaginazione. Ha pubblicato vari libri di poesia, fra cui Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014) e il romanzo Tutti gli altri (Tunué, 2014). Scrive saggi di storia e folklore. È redattrice di Nazione Indiana.

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Credere allo spirito selvaggio | Nastassja Martin