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Ecopessimismo | Claudio Kulesko
Piano B Edizioni 2023

di Paolo Risi

Uno dei temi generativi del libro di Claudio Kulesko (pubblicato da Piano B Edizioni) è la messa a confronto di natura e cultura. Da una parte la natura, ente ribelle, dall’altra la cultura, l’artificio autocelebrante che pretende di ricondurre tutto a sé.

Il messaggio è chiaro: la cultura, sguinzagliando i propri mezzi di sussistenza, ha devitalizzato e reso inerte la materia selvaggia, l’ha collocata al di fuori delle dinamiche geologiche, in un contesto fittizio e permeabile alle sublimazioni.

Eco-ansia, eco-lutto, solastalgia (termine derivato da solace – consolazione – e nostalgia coniato dal filosofo Glenn Albrecht), ovvero prodotti dello smarrimento (di un trauma di specie), la cui ragion d’essere può ricavarsi dai costrutti della psicoanalisi, a partire dalle intuizioni freudiane. Scrive Kulesko: “Lo spettro della natura, abolita dagli intellettuali del tardo Novecento, torna a infestare l’orizzonte umano, riemergendo sotto forma di violenta interruzione della routine e del business as usual.”

Antropocene (costrutto fantastico o, meglio ancora, fantascientifico) è la modalità interpretativa che dà sostanza al presente, a ciò che è stato e a ciò che sarà. Il modello di sviluppo – dentro questa prospettiva “Occidentale” – compartecipa all’estasi di possesso e sfruttamento, piattaforma tecnico-culturale destinata alla sfaldatura, dove colpevoli e prodotti di tale colpa coincidono.

La cultura, le componenti sistemiche, globali, e di attivazione psichica dell’antropocene: Kulesko elabora un processo di sintesi, chiamando in causa pensatori e teorici impegnati nel configurare una visione del collasso, o, in alternativa, della resa. E accanto alla sistemazione di idee e presagi, di risultanze antropologiche e circostanze di fatto (statistiche e cronaca quotidiana), trovano spazio nella composizione dell’opera narrazioni che attribuiscono corporeità alla bramosia di potere, soggettività a vissuti e angosce primordiali.

Il paesaggio – esplorato e raccontato – diviene teatro delle contraddizioni, dispositivo estetico minato da un inestinguibile brusio di sottofondo. Dal retaggio fantasmatico all’immagine, al riquadro plausibile, complesso di cose che accomuna il manufatto e le sue radici enigmatiche. Nel momento stesso in cui un ambiente si tramuta, dinanzi ai nostri occhi, in un paesaggio – ossia in una totalità nella quale ciascun elemento assume il ruolo di segno – esso inizia a brulicare di significati. Il vero mistero, tuttavia, sta proprio in tale trasformazione, ossia nel passaggio, quasi immediato, da un ambiente formato da singoli elementi tra loro distinti, a un insieme organico.

L’antropocene suscita accomodamenti psichici, Kulesko ne illustra impostazioni e strategie di impatto. Alcune prassi si fondano su capisaldi filosofici, altre germinano da suggestioni o da compulsioni esoteriche. Vengono prese in considerazione tendenze di varia natura (il prepperism, il cabin porn, il survivalismo), procedure autoassolutive alimentate dall’individualismo, dall’impasto di pre e iper-moderno. A incombere su adattamenti e tecniche di sopravvivenza è – scrive l’autore – il crollo della civiltà e delle infrastrutture capitalistico-neoliberali, dissesto che produce forme di isolamento e frammentazione sociale.

Il pessimismo scannerizza homo sapiens, cavaliere e allo stesso tempo ronzino in una micidiale corsa a ostacoli. Tecnologie e combustibili fossili a dare impulso, a far di ogni relazione uno scambio di informazioni, di dati da inserire nel corpo astratto del capitale. A pochi metri da noi la prospettiva di riconoscersi fautori ed eccedenze di un nuovo ordine; e nel piano di impresa l’estasi della velocità, del prodotto fine a se stesso, l’instaurarsi di un raffinato sistema nervoso esteso su scala globale.

Specie di passe-partout, nella trattazione di Claudio Kulesko, appare l’elaborazione concettuale di assenza. Ci viene suggerito come, da un punto di vista filosofico, l’assenza sembrerebbe avere dei punti di contatto con il concetto decostruzionista di “traccia”, ossia con quella catena di segni, significati, sensi e corpi che ogni cosa porta con sé in modo più o meno invisibile. Un agente fuori dal tempo e dalla tangibilità insidia la nostra idea di mondo; la incide, intaccando o promuovendo tradizioni, atti di resistenza o di autoannientamento. Alla visione performante, di un’ingegnosità che tutto sa e che a tutto provvede, si affianca l’invisibile, la materia sospesa, sensibilità occulta nelle pieghe degli ecosistemi. Se vi è un’ecologia “solare”, la cui manifestazione suprema consiste nel trionfo del visibile e nell’apoteosi di corpi irriducibilmente presenti e resistenti, vi è, allora, anche un’ecologia nera, oscura o spettrale, che si esprime nel sordido gorgoglio dell’invisibile, nel tetro urlo dei fantasmi e nell’agitazione dei cadaveri irrequieti.

L’estasi del baratro può ricondurre a temi formulati dal pessimismo, e più specificatamente dalla filosofia della redenzione. Una somma di constatazioni e dati realizzerebbe l’assunto per il quale non vi è che un’unica possibilità di redenzione, cioè la fine, l’eclissarsi di ogni forma di vita organica.

Uomo irrefrenabile, che ripudia la propria essenza nel tentativo di conseguire una legittimazione storica e culturale. La strada parrebbe spianata, manufatto lastricato di superbia e buone intenzioni; al margine un’area di sosta, di emergenza, il distacco definitivo e auspicabile. Il dilemma sta nel perpetuarsi dell’inganno, nella convinzione che questo mondo sia, cocciutamente e strenuamente, presente a se stesso, funzionale nonostante i soprusi e i rapporti di forza. Antropocene: un labirinto senza uscita, a meno che ci si rassegni a perdersi, ad abbandonarsi.

Solo immergendoci nel mondo non umano, e confrontandoci con l’orrenda alterità del selvatico, diveniamo in grado di cogliere a pieno la nostra umanità. In ciò sta il paradosso filosofico della wilderness. In tal senso, l’ecopessimismo si rivela la forma piu produttiva di pensiero speculativo, un modo per anticipare e metabolizzare i pericoli futuri, per prepararsi al peggio e smettere di sperare nell’intervento di un qualche deus ex machina.

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