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a cura di Paolo Risi

Sigurd F. Olson, uno dei più ispirati scrittori naturalisti del 20° secolo, con Il canto selvatico prova a condividere umori e magnificenze del Quetico-Superior, regione perlopiù selvaggia tra Stati Uniti e Canada.

La sua è una sorta di missione, di presa di responsabilità: il canto è, potenzialmente, udibile da chiunque, risiede nello spirito della terra, e riallaccia l’umanità alle proprie origini, a un tempo in cui eravamo più prossimi ai laghi e ai fiumi, ai monti, ai prati, alle foreste, di quanto non siamo oggigiorno.

Il libro, pubblicato negli Stati Uniti nel 1956, è suddiviso in quattro scansioni temporali, corrispondenti alle stagioni, scelta che pagina dopo pagina permette di apprezzare la ciclicità maestosa della natura nei suoi infiniti aspetti.

L’esploratore e naturalista, erede ideale di H.D. Thoreau e John Muir, si offre alla natura attraversandola. Non si tratta di un incontro rassicurante, del tutto confidenziale; i racconti di Olson lasciano spazio alla gratitudine ma anche alla soggezione, non prescindono da una volontà di appagamento per certi versi ostacolata, condizionata dalla limitatezza dei sensi.

Il canto del tordo significava molte cose per me: libertà e rispetto accompagnano l’esplorazione; ogni segnale della natura sollecita il rimosso, graffia la patina di consuetudine per risvegliare memoria e identità. Non riuscivo a scrollarmi di dosso una vaga apprensione al pensiero di essere totalmente esposto, sprovvisto della protezione fornita dalle colline o dalla vegetazione. Dovevano essersi sentiti così i primi coloni, le avanguardie delle carovane, dopo aver attraversato il Mississippi ed essersi lasciati alle spalle le foreste di territori oscuri e insanguinati. Quegli orizzonti azzurri rappresentavano un pericolo. L’assenza di rifugio.

Riassestandoci nel prosaico stupisce l’ardimento, la vigoria fisico-caratteriale di Sigurd F. Olson. Padroneggia mezzi di sussistenza e di locomozione per realizzare i propri obiettivi; racchette da neve, sci, canoe, naturalmente il semplice cammino per calpestare sentieri, lambire sponde di ghiaccio e raggiungere creste innevate. Con coscienza ricerca l’essenziale nei bivacchi, negli appostamenti; le sue giornate sono uno spartito in divenire, il cristallino “tenere duro” che mette in conto l’estasi, l’armonia o la disarmonia. Fauna e flora, le ere geologiche e i codici minerali, l’ambiente nella sua globalità: Il canto selvatico è un’ode alla natura incontaminata, fornisce nozioni e luce diretta, depurata dalle interpretazioni. L’uomo acconsente e ricerca una parità, l’equilibrio delle specie. Olson si cruccia, per aver raggiunto un territorio con un mezzo aereo, avverte la cesura tra unicità e replicabilità dell’esperienza. Sapevo però cosa avrei dovuto fare la volta successiva. Dovevo andare con lo zaino e la canoa, e conquistarmi la pace mentale che sapevo di potervi trovare. Sarei stato di nuovo una talpa e avrei conosciuto la sensazione delle rocce sotto i piedi, respirato il profumo dell’abete e del peccio sotto il sole, avrei sentito l’umidità del vapore e del muschio, sarei stato parte della stessa natura selvaggia.

Tutt’uno con una canoa (un uomo è parte della sua canoa e di conseguenza parte di tutto ciò che essa conosce), con un passato fossile. Essere parte di una complessità senza tempo, e sorprende la vicinanza tra l’elemento specifico, locale, e la coralità sconfinata. Terre regolate in base a eventi e processi spontanei, che non considerano l’intervento speculativo, la pratica “ambientale”. Di punto in bianco compare una strada a nord del Lago Superiore, il giornale parla di una scoperta mineraria, di nuovi insediamenti: non c’è da sorprendersi, da quantificare gli effetti, immaginiamo possa aver argomentato il naturalista statunitense, le rive e le acque osserveranno e assorbiranno la trasformazione, loro che avevano visto il grande ghiaccio andare e venire, che avevano assistito al passaggio delle tribù indiane e alla migrazione dei caribù

L’uomo raccontato da Olson è un predatore, niente di più che uno degli anelli della catena. Persiste la brama di avventura, così lontana dall’analisi, da un approccio idealistico. È sufficiente la consapevolezza, la sobrietà, l’adesione a un canone non necessariamente “pensato”, intaccato dai compromessi. Il predatore desidera una quercia da trapiantare nel suo giardino, e non si fa scrupoli nell’estirparne un esemplare da una faglia scoscesa, quasi inaccessibile; il predatore custodisce un ricordo bellissimo, gioioso: lui che da bambino cattura una trota (una lotta disperata e poi finalmente è ferma fra le mie mani), rituale che accende una corrispondenza, impreziosisce e consolida il rapporto di amicizia con sua nonna. Infine, sotto la luce della lampada della cucina, a una tavola apparecchiata con una tovaglia a quadri, ci sediamo davanti a un banchetto di trote e latte e pane fresco, una donna di ottanta anni e un bambino di dodici, e parliamo di pettirossi, di primavera e dell’eterna gioia della pesca.

L’abitante della terra è invitato a plasmare la propria libertà, a quietarsi per provare a udire la musica selvatica. Olson parla di rapporti di interdipendenza, di un grande piano generale, riferimenti entro cui ogni azione diventa sintomatica. Abitare l’ignoto, indagarlo anche nelle sue più semplici manifestazioni. Un nodo di pino che brucia produce effetti di luce ineguagliabili, da ammirare, e di conseguenza suscita nell’uomo sentimenti positivi, pensieri colmi di spiritualità. L’effetto è scenografico, misterioso, non riproducibile, quasi mette in secondo piano l’antefatto, il desiderio di bellezza che che si evolve in operosità e conoscenza.

Infilai il nodo tra i carboni ardenti, dove le lingue di fuoco iniziarono con delicatezza a lambirlo. Cominciò a bruciare, dapprima dolcemente, i gialli, i blu e i rossi delle resine che creavano strani effetti di luce sulla sua superficie nera. La luce solare accumulata nei giorni passati tornava a emanare il suo calore, la stessa che aveva illuminato il Quetico-Superior secoli prima che noi nascessimo. Ora era nostro da condividere, e con esso, tutto ciò che il pino aveva conosciuto durante la sua vita. Quel nodo era un concentrato non solo di energia, ma del paese stesso. Bruciarlo segnava il culmine non solo della sua crescita, ma anche della spedizione durante la quale l’avevo trovato.


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Il canto selvatico | Sigurd F. Olson / ESTRATTO

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