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Il canto selvatico | Sigurd F. Olson
Traduzione di Sara Reggiani
Piano B Edizioni 2023

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1956, “Il canto selvatico” è il libro più celebre di Sigurd F. Olson, uno dei principali scrittori naturalisti del Ventesimo secolo ed erede ideale di H.D. Thoreau e John Muir. Organizzato seguendo lo scorrere delle stagioni, dalla primavera all’inverno, “Il canto selvatico” passa in rassegna i grandi e piccoli eventi che scandiscono il passare del tempo in uno degli ultimi luoghi incontaminati del nostro pianeta, la regione del Quetico-Superior, tra Stati Uniti e Canada, un territorio di confine in gran parte selvaggio e quasi del tutto disabitato che Olson ebbe modo di esplorare a piedi, con le ciaspole, sugli sci o a bordo di una canoa. Grazie a una prosa ispirata, quasi poetica, Olson riesce a raggiungere il cuore dei lettori scrivendo di cose tanto semplici quanto magnifiche: i boschi e i laghi gelati, il disgelo e il rifiorire della vita, le lunghe camminate, gli estatici viaggi in canoa, i fuochi degli accampamenti e ancora le trote e i falchi, le oche e i lupi, le tempeste di neve e le aurore boreali. Finora inedito, “Il canto selvatico” riesce a toccare le corde più sottili degli amanti della natura – un libro pieno di ricordi di cose perdute, ma anche di speranze e di sogni futuri.

su autorizzazione e concessione della casa editrice pubblichiamo un estratto


Musica selvatica

La notte scorsa ho percorso una pista da sci fino alla Lucky Boy Valley. Era buio e c’era silenzio, e le cime di pini e pecci sembravano quasi tese a toccarsi. Durante il giorno aveva nevicato, e gli alberi erano vaghi cumuli ammassati contro le stelle. Affannato dalla discesa, mi sono fermato a riposare e ad ascoltare. In quel luogo ricoperto di neve non c’era suono, non un soffio di vento che gemesse tra i rami, nessuna forma di vita né movimento di alcun tipo.

Mentre me ne stavo lì appoggiato ai miei bastoni, ho pensato a Jack Linklater, uno scozzese cree della Compagnia della Baia di Hudson. In un posto del genere avrebbe sentito la musica, considerata la sua passione per il «piccolo popolo» e per molte cose che gli altri non capivano. A volte, durante le nostre escursioni, mi chiedeva di fermarmi ad ascoltare, e siccome non riuscivo a sentire, rideva. Una volta in un boschetto di pioppi tremuli in altura, con l’aria piena del loro sussurro, lasciò cadere lo zaino e rimase lì con una luce di strana gioia negli occhi. Un’altra volta, durante la raccolta del riso selvatico, quando il crepuscolo profumava dei fuochi che ardevano sulle rive del lago Hula, mi chiamò, convinto che anch’io dovessi sentire la musica.

«La senti adesso?» disse. «È molto chiara stasera.»

Immobile al suo fianco prestai ascolto, ma non udii nulla, e vedendo l’espressione divertita e un po’ delusa sul suo volto mi chiesi se si stesse prendendo gioco di me. Quella volta, sebbene fossimo lontani dall’accampamento, insistette di poter sentire voci di donne e bambini, e il tremolio acuto di un canto indiano. A distanza di anni, con Jack ormai in pace nel Felice Territorio di Caccia, credo che avesse effettivamente sentito qualcosa e che il motivo per cui io non ci ero riuscito era che si trattava di musica per gli indiani, e per coloro le cui orecchie erano in grado di udire.

Una notte ci eravamo accampati sul fiume Maligne, nel Quetico, lungo un sentiero utilizzato per secoli da nativi ed esploratori. La luna era piena e la conca sotto le cascate era argentea di nebbia. Mentre sedevamo lì in ascolto, ci parve che il fragore delle Twin Falls somigliasse al suono delle voci di una grande compagnia indaffarata nel trasporto. Il volume diminuiva e aumentava con il flusso e il deflusso dell’acqua scrosciante. Quella notte credetti di sentirli anch’io, e Jack ne fu contento. Musica selvatica? Immaginazione? Non lo saprò mai, ma dal viaggio con Jack ho capito questo: sentiva davvero qualcosa, e coloro che hanno vissuto a contatto con la natura per tutta la vita sono sensibili a molti suoni cui l’uomo di città è ormai sordo.

Finanziamo costose spedizioni per registrare i sentimenti, le espressioni e i costumi delle tribù primitive non toccate dalla civiltà, ritenendo tale ricerca antropologica di valore perché ci dà un’idea del motivo per cui noi moderni ci comportiamo come ci comportiamo. Riconosciamo che molto è andato perduto durante i cosiddetti secoli civilizzati, conoscenze intuitive che i primitivi possiedono ancora. Anche i bambini le possiedono, ma presto scompaiono. Alcuni individui le mantengono finché vivono. Tutti, però, ne abbiamo bisogno e fame, e gran parte della frustrazione e della noia che proviamo è senza dubbio dovuta alla nostra incapacità di recuperare queste modalità di percezione dimenticate.

Se la maggior parte di noi è troppo lontana per sentire la musica selvatica che sentiva Jack Linklater, esistono altre forme di percezione, forse non così sottili, ma comunque in grado di riportare alla coscienza gli stessi sentimenti che hanno suscitato nel genere umano fin dagli albori del tempo. Chi non si commuove sentendo passare delle oche selvatiche, i coyote ululare in una notte di luna o la risacca infrangersi contro le scogliere? Tali suoni esercitano su di noi un fascino profondo, poiché sono associati al retaggio della nostra razza. Perché il ritmo dei tamburi ci attrae? Perché anch’esso è primitivo e faceva parte della nostra cultura secoli prima che la musica come la conosciamo ora fosse concepita. Per me, la musica selvatica è qualsiasi suono che mi ricordi i luoghi selvaggi che ho conosciuto.

Una volta, durante una lunga assenza dal Nord, ho sentito il richiamo di una strolaga, la risata lunga e allegra che in passato avevo sentito echeggiare attraverso le distese selvagge dei laghi di Quetico. È successo in Tennessee, ma nell’istante in cui ho udito il primo lungo lamento, brividi di gioia si sono inseguiti sulla mia schiena. Per molto tempo sono rimasto in ascolto, ma non l’ho più sentito. Mentre aspettavo, il Nord tornò a me con impeto, e visioni di laghi e fiumi selvaggi si affollarono nella mia mente. Vidi i grandi uccelli volare verso i tramonti, gruppi che giocavano sulle acque del Lac la Croix, del Kawnipi e del Batchewaung. Vidi la distesa del Saganaga al mattino presto, un accampamento su un’isola solitaria con il lavoro della giornata ormai concluso e niente da fare se non ascoltare e sognare. E poi nei recessi della mia mente udii il vero richiamo come mille volte in passato, il debole accenno di un’eco provenire da oltre le colline, e prima che morisse una risposta da più vicino e un’altra ancora finché il richiamo delle strolaghe di tutti i laghi intorno non si fusero in una sinfonia continua.

Mi tornarono in mente anche altri momenti, scenari in cui le nuvole erano scure e le onde alte, quando il richiamo raggiungeva un livello di frenesia che annunciava la tormenta in arrivo; mattine in cui il sole splendeva e risate felici provenivano dall’acqua aperta; notti in cui un lamento solitario sembrava incarnare tutta la miseria e la tragedia del mondo. Sapevo, mentre me ne stavo lì in attesa, che una volta che l’uomo avesse conosciuto quel richiamo selvaggio e inquietante e si fosse perso nella sua bellezza, se mai ne avesse udito nuovamente un accenno, non importava dove si trovasse, avrebbe avuto una visione degli spazi e della libertà del Nord.

Un giorno nel sud dell’Inghilterra stavo camminando in un grande bosco di faggi di una vecchia tenuta vicino a Shrivenham. Nel bosco scorreva un ruscelletto e il suo gorgoglio mentre fluiva attraverso una conca rocciosa intensificò la reverenza che quei magnifici e antichi alberi mi ispiravano. Ero lontano da casa, lontano dalle terre selvagge del Nord come mai prima di allora. La presenza di quei grandi alberi mi confortava, anche se sapevo che poco più in là c’era l’aperta campagna.

Poi all’improvviso udii un suono che cambiò tutto: un dolce verso nasale proveniente dai rami alti, il richiamo di un picchio muratore. Subito nella mia mente quel boschetto di faggi si trasformò in un boschetto di alti e maestosi pini; le brune foglie di faggio sul terreno divennero un liscio tappeto di aghi dorati, e al di là di quella foresta ben curata immaginai aspre creste e profonde vallate boscose, fiumi ruggenti e laghi placidi, nell’aria un odore di resina e di muschio scaldati dal sole. Il richiamo del picchio muratore aveva fatto tutto questo, aveva evocato in me una visione così vivida da farmi credere di essere davvero lì.

Quanto mi piacciono i suoni di una palude di notte! Mi piace remare in una baia paludosa nella regione dei laghi e sedermi ad ascoltare il lento sciaguattio di alci e cervi, lo schiocco acuto di una coda di castoro sull’acqua, il vocalizzo gutturale e risonante di un tarabuso. Ma la vera musica di una palude è il coro delle rane. Se sono in piena attività quando ti avvicini, si fermano a settori come se una parte dell’orchestra fosse determinata a continuare nonostante la pusillanimità degli altri. Bisogna restare seduti in silenzio per un po’ prima che riacquistino coraggio. Dapprima si levano singole note, qualche gracidio sparso, poi un miscuglio confuso come se gli strumenti venissero accordati. Finalmente in un angolo lontano un intero settore intona un’armonia tremula, esitante all’inizio ma che gradualmente acquista slancio e volume. Presto si unisce un gruppo più ristretto, e poi tutti gli altri fino a un nuovo crescendo di suoni, possente e grandioso.

Questo è un coro primordiale, il tipo di musica che regnava sulla terra milioni di anni fa. Quel suono fluttuava attraverso gli stagni dell’era carbonifera. La si può ancora udire nelle Everglades: il ruggito gutturale e rauco degli alligatori e, al di sopra di tutto, i richiami spaventati e le urla di innumerevoli uccelli. È uno dei suoni più antichi della terra, una continuazione della musica del passato, e ovunque mi trovi in ascolto in una palude di notte, strane sensazioni si agitano dentro di me.

Una notte nel sud della Germania passeggiavo lungo il fiume Meno a Francoforte. Era primavera e il sole tramontava. Dietro di me c’erano le spoglie rovine della città, le sagome di mura e torri spezzate, l’orribile distruzione dei bombardamenti. Dall’altra parte del fiume sorgeva un piccolo villaggio collegato alla città dalla campata spezzata di un grande ponte. Nel fiume galleggiavano gli scafi arrugginiti di chiatte e barche affondate. Il fiume gorgogliava dolcemente intorno a loro e intorno alle travi contorte della campata esplosa. Era una scena di desolazione e profonda tristezza.

Poi colsi un suono che non apparteneva alla guerra, un sussurro concitato di ali sopra la mia testa. Mi voltai, e lì contro il cielo rosato c’era uno stormo di germani reali. Avevo dimenticato che il fiume era una rotta migratoria, che esistevano ancora cose così deliziose come il rumore delle ali al tramonto, i letti di riso che ingiallivano in autunno e il dolce suono del ciarlare delle anatre per tutta la notte. Un solitario stormo di germani reali mi suscitò tutto questo, risvegliò in me mille ricordi, come sempre fa la musica selvatica.

Esistono molti tipi di musica, ognuno diverso dal resto: un branco di coyote e il loro bellissimo coro mentre accordano le voci sotto la luna; il canto di un passero golabianca, la sua nota chiara così strettamente associata ai torrenti di trote che, ogni volta che la sento, vedo uno stagno colorato di rosso al tramonto e percepisco l’acqua intorno agli stivali. Il gemito e lo scricchiolio del ghiaccio che si forma sui laghi, il fruscio degli sci o delle racchette da neve sulla neve asciutta: tutta musica selvatica, musica per i nativi e per coloro che hanno orecchie per udire.

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Il canto selvatico | Sigurd F. Olson / ESTRATTO

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