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La moda giusta. Un invito a vestire in modo etico
di Marta D. Riezu
traduzione di Andrea De Benedetti
Einaudi, 2023


di Paolo Risi

La giornalista specializzata in comunicazione della moda Marta D. Riezu non usa giri di parole quando afferma che l’industria tessile è un modello basato sullo sfruttamento della povertà. Di rimando, la presa d’atto sollecita un cambiamento, un’azione sistematica che mira a farsi modello e tendenza.

L’autrice del libro edito da Einaudi realizza una panoramica sul mondo della moda a partire dalla propria esperienza: confessa – non senza autoironia – di aver ceduto alle pressioni del marketing, di chi congegna la filiera dell’abbigliamento usa e getta, sorta di obnubilamento a cui ha fatto seguito il percorso rivelatorio, su etica e sostenibilità.

L’industria della moda è simile a un arcipelago infinito, in cui le isole non sono collegate tra loro: questa frase rappresenta un punto di partenza, un dato di fatto che apre a scenari di iniquità e di possibile affrancamento dal “sistema”. In definitiva, non possiamo più permetterci di ignorare, di mostrare indifferenza: nel campo dell’abbigliamento – ma, ovviamente, non solo – al prodotto finito corrisponde un iter manifatturiero che diventa per il consumatore rilevante – e criticabile – nel momento in cui manifesta abusi e dinamiche di sfruttamento. Parliamo, ci ricorda Marta D. Riezu, di un settore responsabile, per il 20 per cento, dell’inquinamento degli oceani e che consente a solo il 2 per cento dei suoi occupati (su un totale di 75 milioni) di percepire un salario sufficiente per sopravvivere.

Numeri che si commentano da soli e che sono il risultato di una crescita abnorme, accelerata in base agli sviluppi tecnologici e agli assetti della globalizzazione. La nascita del fast fashion – vera e propria rivoluzione di portata antropologica – ha scalfito la nostra percezione dell’abito e ha aperto il campo a realtà ancora più aggressive, sorte agli albori del nuovo millennio. Si tratta di una moda ultrarapida, nata di pari passo con i big data e i social network, che oggi è in grado di proporre sui negozi online (non ci sono negozi fisici: non ne hanno bisogno) circa cinquecento modelli al giorno. Quindi grandissime quantità, corrispondenti a costi di produzione irrisori e a politiche sulle eccedenze dirompenti, in termini di ecosostenibilità e tutela dei lavoratori.

Etica e rettifica valoriale; riscoprire l’artigianato per indossare un abito che ci rappresenti, che sia bello e durevole. La moda giusta individua tre snodi cruciali che chiamano in causa produttori, consumatori e organismi decisionali: benessere sociale, benessere animale e benessere della Terra. Si tratta di condizioni non negoziabili, afferma Marta D. Riezu, principi che vanno perseguiti e d’appresso sostenuti, illuminando zone d’ombra e favorendo le filiere produttive tracciabili.

Ripensare il modello attuale di industria tessile significa ripensare il modello di società a cui aspiriamo e, in qualche modo, fare i conti con le nostre peggiori qualità: impazienza, invidia, culto delle apparenze. Una moda fondata sullo sfruttamento, di individui umani e non umani, e sulla dissipazione di risorse ambientali, è evidentemente esecrabile, oltreché marchiata, fin dalle origini, dalla dozzinalità e dal cattivo gusto. Ogni volta che indossiamo un abito promuoviamo o affossiamo un’idea di futuro: siamo globalmente coinvolti, basti pensare al processo trasformativo che ha come obiettivo finale il confezionamento di uno dei capi più indossati nel mondo.

Quando si dice che la moda fa male, si riporta spesso il seguente esempio: per produrre un paio di jeans – dalla coltivazione del cotone al prodotto finale – sono necessari circa 8000 litri d’acqua, più o meno quello che una persona beve in dieci anni.

I ritmi dell’eccesso, supportati dall’agricoltura industriale, ma non solo: naturale non è sinonimo di sostenibile, né sintetico di dannoso scrive Marta D. Riezu, riferendosi tra le altre cose all’ingente quantità di acqua necessaria nel ciclo di lavorazione del cotone. A fronte di ciò il rischio, per chi acquista e possiede un minimo di coscienza ecologica, è di ritenersi ininfluenti, soverchiati da un sistema industriale che assorbe talenti e visioni alternative. Rischio che l’autrice ha ben presente, e che si impegna a stemperare nella seconda parte del libro, intitolata, giustappunto, Le proposte.

Molte le parole d’ordine a cui dare credito, per non farsi circuire dalle lusinghe del consumismo. L’attenzione va rivolta alla lentezza, alle realtà produttive che mantengono una dimensione sensata; alla cura come atto sovversivo, di chi comprende il valore di un abito e della manodopera che lo ha reso unico; al riutilizzo, riferito al proprio guardaroba e agli indumenti di seconda mano. Di conseguenza, scansando le imposizioni della pubblicità e dei brand ambassador, non possiamo far altro che riappropriarci di un’identità visibile, più o meno evergreen, racconto di ciò che siamo, delle nostre radici culturali e familiari.

L’obiettivo finale, continuerò a ripeterlo tutte le volte che sarà necessario, è un armadio che sia un po’ la storia dei nostri affetti, con pochi vestiti ma di qualità. La loro durata sarà proporzionale all’attaccamento emotivo che susciteranno. Indossare il maglione che ci ha fatto la nonna o una camicia con cui abbiamo viaggiato in tutto il mondo non ha prezzo.

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La moda giusta. Un invito a vestire in modo etico di Marta D. Riezu

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