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IL POPOLO DEL DILUVIO | PREDRAG FINCI
Bottega Errante 2018
Traduzione di Alice Parmeggiani
Prefazione di Maria Tilde Bettetini. Postfazione di Božidar Stanišić

Una corriera nel 1992 parte da Sarajevo durante l’assedio e porta con sé donne, bambini, uomini, vecchi: un intero popolo è seduto su quel bus durante quel lungo viaggio notturno che li porterà ad attraversare i check point per dirigersi chissà dove. Torneranno? Saranno accolti da qualcuno? Riconosceranno ancora la loro terra martoriata? Dalla città bosniaca a Londra, una testimonianza dolorosa e nostalgica, ma anche ricca di speranza che ci conduce verso un epilogo dove da qualche parte, nascosta ma ben visibile, può apparire la felicità. 

Božidar Stanišić, scrittore, poeta  e traduttore bosniaco dialoga con Predrag Finci su ZEST

Una volta lei ha dichiarato che nella sua vita e nei suoi libri nulla sarebbe stato com’è, se non avesse avuto l’esperienza della guerra e dell’esilio. Allora lei ha detto che la guerra nella sua terra l’aveva costretto a scrivere L’arte della distruzione, la nostalgia L’introduzione sentimentale all’estetica e l’esperienza dell’esilio Il testo sulla terra straniera (l’opera che è oggetto di questa intervista, pubblicata in italiano con il titolo Il popolo del diluvio – Bottega Errante, Pordenone 2018). Cosa aggiungerebbe a questa affermazione oggi?

Mi permetta di iniziare con una storia della guerra di Sarajevo. Sono andato in una delle istituzioni che visitavo spesso prima della guerra. Lì, sulla porta, un giovane con un fucile. Mi chiede cosa volessi. Dico che voglio entrare, ho delle cose da fare. Lui non mi lascia passare perché mi manca un permesso scritto. Mi rendo conto che la sua arma è il suo argomento, e io, per lui, senza quella conferma, nessuno e niente. Ho capito che la guerra mi ha ridotto ad un numero statistico e che tutto quello che facevo e che ero non ha più alcun significato. I tempi pesanti distruggono l’individualità. Le persone si ritirano in se stesse, resta poco da fare, ancor meno da decidere. Nella guerra è importante avere un fucile ed essere dalla “parte giusta“. E questo “diritto” in quasi tutte le guerre balcaniche significava quasi sempre “stare con il mio”, per non parlare dei vari faccendieri che avevano sentito la guerra come un’occasione di affermazione personale e arricchimento. Né per l’età che allora avevo, né per i sentimenti personali volevo arruolarmi in alcuno degli eserciti. Vedevo la speranza solo nella sopravvivenza. E così è stato mentre ero a Sarajevo durante la guerra. Lentamente, riducevo tutto ai bisogni primari, ma ero ancora attivo, che era il mio modo di resistere alla distruzione e dicevo a me stesso: “Da questo uscirai. Sarai di nuovo ciò che eri, ciò che sei veramente”. E quando questo è accaduto, dopo Sarajevo mi sono trovato a Londra e mi sono stabilito in questa città, avevo iniziato a vivere per la seconda volta e un giorno ho deciso di mettere sulla carta questa vulnerabilità essenziale, vissuta in modo elementare. Ė accaduto dopo un lungo periodo di silenzio ma avevo iniziato a scrivere continuamente, in primo luogo il libro sull’Olocausto, realizzato con passione. Mentre lo scrivevo, mi sentivo prigioniero. Poi avevo scritto un libro in cui, attraverso il racconto sui miei amici e conoscenti bosniaci, avevo riflettuto sulle mie idee sull’estetica. In seguito, ho scritto un libro che, in edizione un po’ ridotta, è ora pubblicato in Italia nella brillante traduzione di Alice Parmeggiani, arricchito dalla prefazione di Maria Bettetini e con la sua postfazione (di Božidar Stanišić ndr, con il titolo Il popolo del diluvio,.

Ritengo che la struttura apparentemente semplice de Il popolo del diluvio (Il viaggiatore. Il racconto. Il ritorno. In luogo di un epilogo, la felicità) possa dirigere qualunque lettore verso una conclusione aprioristica: “Ecco un altro libro sulle migrazioni!” Però, alla fine della lettura credo che il vissuto dei contenuti cambi profondamente questa conclusione, la cui fonte è un pregiudizio, e si resti sorpresi sia della voce dell’autore, del tutto estraneo al coro degli scrittori sul tema delle migrazioni. In veste di consulente dell’editore, poi di autore della postfazione, ho letto più volte sia il testo in lingua originale che la traduzione, ogni volta più convinto che lei pensa la sua partenza, la non/possibilità di ritornare e l’accettazione della vita altrove con la consapevolezza del partecipante e dell’osservatore cosciente che tutto ciò è già successo a molti altri in passato, come sta accadendo in questo momento. Sarò felice se trova le sue ragioni per confutare questa determinazione delle cose!

Lei ha assolutamente ragione, e non c’è l’ha per niente! Il libro proviene dalla mia ferita personale, dalla consapevolezza dell’abbandono del mio paese e della partenza verso una terra straniera. E ancora, sarei egoista o almeno egocentrico se non pensassi quanta similitudine c’è fra il destino di molte persone, sia del mio che di molti altri paesi. Nel senso emotivo il libro è completamente mio. È stato ispirato dai miei sentimenti personali. Però, in quest’opera sono incluse varie esperienze di altri scrittori e di persone che ho incontrato. Ecco perché questo è un libro di molte esperienze, un racconto generale sui problemi dei rifugiati e delle migrazioni. E tutte queste storie sono diverse, ognuna merita di essere raccontata, a partire dall’espulsione dal Paradiso a quella dei fuggiaschi di oggi, al significato del dolore per quanto si è perso, è stato rubato e distrutto). Tutto si riduce al dolore. Ma pochi dei miei compatrioti esuli si lamentavano – sapevano che la vita nella terra straniera era imparagonabilmente diversa rispetto a quella di chi era rimasto nella patria in guerra, nelle case devastate o distrutte.

Nell’Utilità della filosofia, uno dei suoi ultimi lavori, lei scrive:

un uomo possiede la propria vita e pienamente vive il suo adesso solo se capisce il passato e se è aperto al futuro, se vive la sua presenza e vive se stesso come un essere della possibilità.

È solo uno dei dettagli che può guidarci a sperimentare e determinare il suo intero lavoro come un unico Libro nell’infinito delle sue variazioni. In queste variazioni sembra che il presente esista come costante punto di partenza verso la riflessione sul passato e sul futuro. Pare che ne Il popolo del diluvio il passato sia vissuto e descritto come dolore dei ricordi e dei sogni determinati dall’incredulità che il presente è quello che è. In quello stesso presente, davanti al quale si potrebbe firmare la resa incondizionata davanti al dominio del negativo, lei crede nel Libro – come una resistenza e un messaggio. E ora – uno stupido perché?

Neanch’io avrei una risposta più intelligente: perché non ho un’altra fede! Guardi come sono spiritosi, come sanno gioire coloro che hanno sofferto molto. Io credo che la vita sia una ricompensa, che ogni giorno sia un dono, che ogni sorriso e buona parola siano regali. Semplicemente, sono un idealista. E credo che qualsiasi cosa buona e preziosa non possa esistere senza entusiasmo e idealismo. Nèé senza amore, se volete. Ed è quello che è il nostro adesso, la nostra esistenza, la nostra esperienza totale, attraverso la quale valutiamo e sperimentiamo ciò che era e stiamo preparando ciò che sarà. Quando si tratta di uno scrittore, oppure di un filosofo, tutta quell’esperienza scorre verso il testo e quel testo per lo scrittore diventa uguale alla vita; il significato del suo essere, il significato che vorrebbe trasmettere all’Altro.

Le riflessioni sul mondo e sull’uomo nella maggior parte delle sue opere sono realizzate in saggi che sono più vicini al genere del racconto che a quello del saggio filosofico. Se non sbaglio, una volta lei ha dichiarato di non credere di essere uno scrittore, e che non sia sicuro di essere un filosofo ma soltanto di scrivere sulla filosofia. Lei ha definito un saggio come una riflessione in una bella forma. In quale misura Il popolo del diluvio, – in cui lei scrive anche sulla guerra, sull’insensatezza del male, dell’assurdità dell’odio, del rifiuto del diverso, – potrebbe essere un contributo alla discussione del “male” espresso attraverso la bellezza del racconto?

L’uso della narrazione in filosofia ha davvero una lunga tradizione, da Platone a Nietzsche, da Kierkegaard ai postmoderni di oggi. Così anch’io: espongo il mio “caso filosofico”. L’ho detto tante volte, e lo farò pure adesso: definisco la mia scrittura come una narrazione di idee. In questa idea narrativa il mio interesse fondamentale è l’estetica. Dopotutto, il libro della mia vita è così, è Terminologia dell’estetica. Anche ne Il popolo del diluvio all’inizio dico che sto cercando di intrappolare l’estetica. E credo che attraverso questa componente emotiva sia possibile presentare in maniera bella e soprattutto precisa l’intera tragedia e la situazione grottesca della vita dell’emigrante: perché è successa, come accade, che cosa nasce da una tale vita, che cosa scompare con essa. A questo proposito il mio saggio cerca di essere vicino all’opera d’arte. Perché niente come l’arte può riconoscere la sofferenza, il tormento, il destino malvagio. Per convincerci, basta dare un’occhiata alla grande immagine del crocifisso. E una sorta di crocifissione è stata vissuta letteralmente o metaforicamente da tutti coloro che hanno lasciato la loro patria.

In questa occasione, mi permetto di dare una dichiarazione esplicita su di lei – penso che lei sia troppo autentico, sia come scrittore che come filosofo. Nell’attuale dominanza della virtualità, oggi è il prezzo da pagare soprattutto nello spietato mondo dell’editoria. Il virtuale è prepotente sulla superficie delle manifestazioni della vita in tutti i suoi aspetti e di conseguenza diventa metafora della propria superficialità. Invece l’autentico è tutto alla ricerca degli altri e di sé, quindi tende verso la profondità e in questa tendenza, non importa quanto sforzo la mente e il cuore richiedano, non si esaurisce né sbiadisce. Come vede e sperimenta le opere degli altri autori autentici – in primis artisti e filosofi?

Nel nostro tempo, ci sono tanti produttori di testi, i cui libri sono spesso letti e pubblicati come una combinazione di “correttezza politica”, che chiede il rispetto dei vari vincoli e le aspettative del pubblico, dei luoghi comuni e dei dettami della moda del momento, che è il motivo per cui molti nel senso spirituale assomigliano gli uni agli altri. Qualsiasi decisione per l’ “originalità”, anche per la singolarità è rischiosa perché può essere così come può essere scartata per rischio finanziario o disturbo del pubblico, la cui visione del mondo può essere scossa, oppure per volontà politica se non addirittura perseguitata per fanatismo religioso. Perciò la creazione di una realtà artificiale e virtuale nell’arte è diventata redditizia, perché nessuno è disturbato e nessun scrittore si espone al pericolo. Io, d’altra parte, penso che ogni autore deve prima affrontare se stesso e poi senza alcuna esitazione esprimere ciò che pensa e sente. Non deve mentire né a sé stesso né agli altri. Questo è esattamente quello che hanno fatto “filosofi autentici” e grandi artisti – erano nel loro lavoro creativo ciò che sono stati fino alla fine. E questi sono quelli che leggo spesso, scrittori e filosofi, come Platone, Pascal, Nietzsche, Dostoevskij, Kafka, Blanchot, P. Levy, Pessoa, Borges … Le loro idee sono convincenti, le loro storie sono vere, anche le loro fantasie appartengono al mondo del vero.

Il suo libro di saggi narrativi, in cui lei si è dedicato anche alle voci degli altri scrittori, da Joyce e Conrad a Kafka, Tolstoj e molti altri scrittori, mi ha portato inevitabilmente a Borges. Ricordiamoci del suo orgoglio, e non per il suo lavoro, ma per tutte le opere che ha letto. Lo scrittore (e quindi il filosofo) esiste senza la Biblioteca e il suo labirinto?

Lo scrittore proviene da altri scrittori, dalla lettura e solo uno scrittore di questo tipo può unirsi al “popolo degli scrittori” e trasferirsi nel “Paese della Biblioteca”. Il mio libro Il popolo del diluvio… è il libro di “parole altrui”. Ho usato storie e romanzi di grandi scrittori e ognuno di loro ha “creato” un immigrato. Ecco perché ogni storia inizia con la frase introduttiva di uno scrittore che mi è servita come matrice per la mia storia. Ad esempio, nella Metamorfosi di Kafka, Gregor Samsa si trasforma in un grosso insetto, e io l’ho trasformato in un rifugiato simile a me. E per quel rifugiato non c’è possibilità di fare un passo indietro. Ho già detto che ho ascoltato le esperienze degli altri, e ora aggiungo che ho parafrasato una dozzina di grandi scrittori. Questi sono due motivi per cui dico che le persone sono il mio libro di “parole altrui”. Quindi, degli altri che diventano mie perché le ho sperimentate e le ho adottate io stesso.

Penso che la Biblioteca si riferisca inevitabilmente alla galleria d’arte del mondo reale, da Altamira ai giorni nostri. Lei ha parlato in questo modo nella sua straordinaria raccolta di saggi Immaginazione, in cui ha dato la storia dell’immaginazione e della percezione di questo fenomeno in varie epoche di civiltà. Crede che oggi abbiamo bisogno di una Galleria / Biblioteca delle connessioni fra il Bello e il Bene.

Ho provato a creare una galleria del genere nel mio libro Immaginazione. Lei ha letto questo libro e sa che ci sono molte riproduzioni di grandi pittori, da Bellini a Malievich, poesie di Poe, Heine e di altri, l’intero libro è composto da un tema musicale di un famoso film americano (purtroppo a causa di problemi di copyright, questa melodia non è elencata nel libro), quindi è stato il mio edificio della Galleria del Bello e del Buono. Non a caso. Appartengo alla specie di scrittori che vedono una forte relazione tra il Bene e il Bello, e penso che il Bene sia bello e il Bello sia buono. Etico ed estetico non sono sempre uniti, ma sono meravigliosi quando lo sono.

Penso che nella sua esauriente prefazione a Il popolo del diluvio Maria Bettetini abbia espresso implicitamente la sua sorpresa che, dopo tutto, lei abbia scritto anche sulla felicità. Nella riflessione ispirata dal motivo della felicità nell’ultimo capitolo di questo libro, Bettetini ha sottolineato che la speranza di felicità si approfondisce, quasi si impara, grazie al dolore (così Jaspers). E che filosofi, da Kant a Sartre, da Epicuro a Hegel, disprezzavano la felicità. A pensare a questa affermazione mi viene già mal di testa). Lo sente anche lei?

Ogni pensatore è l’inizio di se stesso. Anche il mio caso è tale. E ho letto in modo diverso il termine felicità dei miei grandi predecessori. La felicità, la soddisfazione umana è il punto centrale della nostra vita. Senza questo, la vita sarebbe insopportabile, pochi di noi accetterebbero una vita in cui non ci fosse posto per la felicità, per il piacere, per la gioia e per le risate. Speriamo in una buona e personale felicità anche quando non c’è del bene da nessuna parte, anche quando le circostanze sono tali che non c’è molto spazio per sperare. L’apatia è una resa. Ognuno ha avuto molti eventi spiacevoli, momenti pesanti e tragici, ma si punta sempre alla vita. Le persone che ci circondano possono essere cattive, terribili, le circostanze grevi, ma la vita stessa non lo è e c’è sempre speranza di incontrare persone migliori e di avere giorni migliori da qualche parte. Sono sempre stato un ottimista. E nelle situazioni più difficili, non mi ha abbandonato il senso dell’umorismo, questa cura per molti problemi che è stata incorporata in questo libro, e ho sempre avuto una chiara consapevolezza che nulla potrebbe durare per sempre. E il peggio passa, e se un uomo non si piega, ogni ferita si cicatrizza. Quindi non dobbiamo rassegnarci, né arrenderci. È facile essere pessimisti, perché ci sono molte ragioni per dubitare, non essere felici, essere cauti, ma questa è la nostra unica vita, l’unica opportunità per ottenere il bene e la bellezza, sia per noi stessi che per gli altri. E c’è una felicità più grande di quella del dono d’amore alle persone che ami? Così anch’io: la mia vita personale, i miei cari la mia scrittura, mi offrono la gioia e mi arricchiscono ogni giorno. Non desidero altre cose oltre a queste e sento la felicità in ogni alba, in molte “piccole cose” e in ogni nuova intuizione, in tutto ciò che scrivo, anche se a volte con fatica. Ora, qui, sono felice perché sta per uscire un mio libro sulla relazione tra filosofia e misticismo, e che nei mie libri più recenti il saggio è diventato per alcuni aspetti una dichiarazione poetica. Tutto ciò mi fa felice, mi piace tutto. E amare e creare è la felicità. Non ne conosco una più grande!

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Predrag Finci – (fonte Wikipedia)

Inizia la sua carriera come attore nel ruolo di Gavrilo Princip nel film Sarajevski atentat di Fadil Hadžić del 1968. Dopo gli studi di arte drammatica si dedica allo studio della filosofia e dell’estetica all’Università di Sarajevo e all’Università di Paris-Nanterre con Mikel Dufrenne. Ricercatore-ospite a Freiburg con Werner Marx, completa il dottorato nel 1981 e diventa professore di estetica alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Sarajevo. Nel 1993, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, si trasferisce a Londra dove lavora come scrittore indipendente e dal 1999 al 2013 come honorary visiting fellow presso l’University College. L’opera letteraria e saggistica di Predrag Finci si distingue per la sua combinazione di erudizione, riflessioni filosofiche, estetiche ed etiche, ed esperienza personale. continua a leggere


Božidar Stanišić:  (Visoko, 1956) è uno scrittore, poeta e traduttore bosniaco.
Laureatosi presso la Facoltà di Filosofia all’Università di Sarajevo presso il dipartimento di storia e letteratura jugoslava. Dal 1981 molte sono le pubblicazioni critiche e saggi nonché radiogrammi per libri d’infanzia. Già scrittore e docente di lingua e letteratura presso il liceo di Maglaj, località a nord di Sarajevo, dal 1992 insieme alla famiglia abita in Friuli a Zugliano in provincia di Udine in seguito al suo rifiuto di imbracciare le armi e portare una divisa in conseguenza allo scoppio delle guerre jugoslave in Bosnia ed Erzegovina. In Italia oltre a diversi contributi di critica letteraria sono state pubblicate diverse raccolte. continua a leggere

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Il popolo del diluvio | Predrag Finci – dialoga con l’autore Božidar Stanišić