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di Antonia Santopietro

 

Dalla tua biografia si legge: “ha coniato il concetto di Homo Radix, la pratica dell’Alberografia e la disciplina della Dendrosofia”  puoi spiegarci questi concetti e la loro genesi?
Si è trattato di assegnare una forma alla risposta che questa forma biologica che rappresento ha maturato nel corso del tempo. Questi concetti sono sorti dall’intreccio di idee, esperienze, ricerca di significato e artigianato, a cavallo fra fantasia, emotività, fra arte e psichiatria. Da una parte ho percepito il bisogno, netto, intorno ai trent’anni, di individuare un’identità nuova e capace in qualche misura di accompagnarmi alla vita che poi si è sviluppata, come uomo, come autore, come individuo che si guarda intorno e tenta di raggiungere quel collante universale, di cui scriveva Gregory Bateson, quella natura che unisce ogni cosa che accade, dalle sequoie al moto di rivoluzione dei pianeti, dallo stare in fila a fare la spesa all’ammirazione per la magnificenza di un’alba. Come ho già ribadito molte volte la dissoluzione della famiglia naturale di cui ero parte ha portato ad un tentativo di provare a ricostruire l’uomo che stavo diventando, quello spaesamento era dovuto anche alla mia difficoltà di inserimento nel mondo delle lettere, che è e resta un mondo respingente, drogato di personalismi, prepotenza, esclusività, narcisismi estremi. In quelle foreste laggiù, in California, ho raggiunto e toccato un silenzio che mi ha riappacificato, in parte, con quel groviglio di smarrimenti che sentivo di essere, e da lì, tramite una nascente forma di luteranesimo del pensiero, ho provato a togliere, a rimuovere, a sostituire. E ne sono nati alcuni concetti che appunto sono parte di questa nuova esistenza, sospesa fra spiritualità, ritiro e meditazione. Prima però ho vissuto l’epoca del viaggio, della scoperta, il desiderio di vedere, di raggiungere, di comprendere, e così per anni mi sono messo a cercare alberi, mentre scrivevo i primi libri in prosa, che affiancavano quelli in versi a cui già operavo. Ho seguito la legge del fulmine: l’energia che si accumula, la scarica che illumina il cielo e si irradia, colpendo una roccia, la cima di un fusto, o la terra, seguito dal rumore che solca le vallate. Dapprima mi sono caricato, concependo concetti e raccogliendo energia dal mondo naturale, o quel che resta del mondo naturale, poi mi sono fatto fulmine nei libri, quelli che ho scritto e pubblicato e quelli che ancora sono in lavorazione, poi sarà il momento del riposo, dell’eco, della dispersione.

L’Uomo radice è colui che attraversa il paesaggio alla ricerca di se stesso, di connessioni spirituali con la natura ed i grandi organismi biologici, in primis alberi e foreste. L’alberografia è lo scandaglio del paesaggio in cerca di alberi e delle loro storie. La dendrosofia unisce tutto questo in una sorta di disciplina, di sapienza, di conoscenza, fatta anche di meditazione, di dialogo, di ascolto.

Che cosa si intende per Arborgrammaticus, e qual è il legame sotteso tra la creatività in parola e la natura degli alberi?
Arborgrammaticus
è un concetto emerso durante la scrittura di un libro che è stato poi pubblicato col titolo di Ogni albero un poeta (Mondadori). O meglio, il concetto è sorto dall’accumulo di esperienze in bosco, poi scrivendo è emersa la parola, il termine. Mi è sempre piaciuto giocare con termini latini e greci, complice il mio cognome. L’arborgrammaticus ha una propria definizione, che è questa: Arborgrammaticus – s. m. (pl. invariato, dal lat.). Arborgrammaticus è il grande albero che regola la vita e il tempo, è il re della foresta, è Dio per gli uomini, memoria e testimone ultimo della storia di quel pezzo di mondo. Ci sono cercatori di alberi e uomini radice che li studiano, li ammirano, tentano di catturarne il canto.

Nelle tue opere, sia raccolte poetiche che romanzi, qual è il filo conduttore o l’idea sviluppata attraverso di esse, possiamo intravedere un percorso? Se ti chiedessimo di consigliarci una prima lettura di avvicinamento quale indicheresti?
Ogni tanto mi rivolgono questa domanda ma non so rispondere. O meglio, le risposte potrebbero essere molte, ma tutte imperfette, partigiane, riduttive. E’ uno spettro di ragioni, di motivazioni, anche fra di loro contraddittorie. C’è la natura, c’è la solitudine, c’è l’amore per la letteratura e la scrittura, la poesia, la ricerca di una o più verità, il senso della vita, il senso del tempo. E’ tutto intrecciato, innervato.

L’arte, la poesia possono supportare la divulgazione di una idea di responsabilità verso la natura, tu ne abbia fatto una filosofia di vita, ma a  che punto siamo a tuo avviso?
L’unico modo per essere responsabili nei riguardi della natura è quella di non danneggiarla in alcun modo, fatto che non corrisponde ai nostri desideri, come singoli e come specie, alla nostra fame di risorse, di ricchezze, al nostro abitare il pianeta. Cresciamo, ci duplichiamo, consumiamo, corrompiamo e inquiniamo. L’economia sostenibile è una finzione, certo, oggi si stanno raggiungendo livelli di impatto che le conoscenze ed una ricerca ben indirizzata hanno mutato, radicalmente, penso a certi grandi cantieri in giro per il mondo con impatto minimo, ma l’uomo, comunque, vivendo, abitando, muovendosi, corrompe e inquina, è inevitabile. Quindi nemmeno io che abito una piccola casa ai piedi delle alpi, curo un giardino e un piccolo orto, rispetto appieno la natura, infatti mi nutro di carne, di pesce, talora uso dei prodotti chimici per fertilizzare rose e piante, e poto gli alberi da frutto che ho. E anche se andassi ad abitare nella foresta, come un anacoreta, anche in quel caso la mia solitaria presenza, andrebbe a mutare percettibilmente il piccolo spazio che non sarebbe più soltanto dei selvatici.

Come nasce la raccolta Vergine dei nidi?
La poesia è una delle radici portanti del mio percorso. Ho sempre amato la concentrazione di figure e la sintassi espressiva della poesia, o meglio delle diverse forme di poesie esistenti. Se la narrativa si pone il compito di comunicare, ma non è sempre vero, la poesia al contrario cerca di esprimere. Non è importante capire una poesia ma sentirla, farsi travolgere, conquistare, intrigare, restare sospesi. E’ molto bello scrivere e poi accompagnare le poesie ad un uditorio, si spera attento e motivato. La poesia non è per tutti, come invero non lo è la letteratura, è per chi vuole ascoltare, vuole capire, vuole crescere, approfondirsi. Poi esiste anche la letteratura di puro divertimento e intrattenimento, che ha tutta la propria dignità, ovviamente, ma che io non frequento. le mie raccolte sono album, taccuini, scatole, e dentro coabitano con foglie, pigne, resti di corteccia, conchiglie. Ad un certo punto questi resti di parole e silenzi si organizzano, si ordinano, e ne nascono i libri, le raccolte, così come poi si pubblicano. Mi pare che queste ultime poesie siano più aeree rispetto le precedenti, ecco perché nel titolo figura la parola “nidi”.

Questa frase apre la raccolta: Cosa esiste di più fragile di un nido, fatto di sputo, di saliva, di rigurgito, di scarti del bosco, ramoscelli, e foglie e gemme e piume, più leggero del vento stesso, ma capace di accogliere la vita, la vita che aspetta di iniziare, la vita che volge e si riavvolge… un nido è un ricovero “povero” fragile ma dal significato “solido” l’alveo della vita, un contrasto molto forte, simbolo della precarietà che ci attende come essere umani?
La vita di un uomo è un soffio. Crediamo di essere solidi, che quel che abbiamo sia stabile e forte, ma non è affatto vero. Tutto è provvisorio, la salute, l’amore, l’affetto, le nostre capacità. Ogni centocinquant’anni questo pianeta è totalmente rinnovato, dal punto di vista dell’umanità presente. Non cambia se sei stato un re, un ministro, un papa, un falegname o un minuto poeta di foresta.

Parola di Dōgen
Alla fine della giornata,
mi sono seduto al centro del vuoto:
ho lasciato che l’IO
a cui tanto avevo lavorato si arrugginisse.
Vedevo che l’acqua corrompeva,
ma smisi di preoccuparmene.
L’uomo che si era seduto non si è più rialzato

 

Qual è il centro del vuoto che non vediamo? quale suggestione c’è in queste parole?
Questa poesia nasce dalla meditazione. Quando si medita si tenta di creare un vuoto, di smussare, di cancellare, di appianare, si medita per trovare pace e districare nodi irrisolti. Si medita dunque per pacificarci, ma talora questo non accade, non tutti i giorni e non tutte le volte, meditando, si raggiunge questo stato. Comunque, al centro del nostro essere c’è un vuoto, chi lo raggiunge o lo avvicina riesce a colmarsi, come l’acqua che sale e ripiana. La meditazione cambia chi la pratica, o meglio, tenta di rimuovere quella parte più combattiva, insidiosa, cannibale, che c’è in ciascuno e che le condizioni, spesso non facili, dell’esistenza, sommuove.

Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro? Rientri tra i catastrofisti o possiamo confidare nella possibilità che l’uomo difenderà la Terra che lo ospita?
Non so cosa pensare. L’uomo avanza nella propria audacia e nella propria fame di tutto. Inoltre questo primo scorcio di secolo ha alimentato ogni forma di terrore e paura, come si fa ad essere sinceramente ottimisti? Ma non mi voglio ancora del tutto abbandonare ad una visione apocalittica.

Nota biografica:

Tiziano Fratus abita in una piccola casa ai margini del bosco, medita, legge, scrive e ascolta la natura. Nel suo peregrinare ha esplorato le foreste maestose per cucire i capitoli di una storia umana, arborea e spirituale e ha coniato concetti quali Homo Radix, Dendrosofia e Bosco itinerante. In California ha perlustrato i più vasti, alti e annosi alberi del pianeta, in Giappone ha visitato templi, canfori millenari e isole-foresta, in Italia incontra i patriarchi vegetali presenti nelle città, nei boschi, nelle riserve, sulle montagne e nei giardini storici. In vent’anni di scrittura e labòrio ha composto silvari, collezioni di alberografie, quaderni di meditazione, raccolte di poesie, romanzi forestali e fiabelve gotiche. Fra le sue opere si ricorda Giona delle sequoie (Bompiani). Sito: Studiohomoradix.com


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