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La fine dell’acqua  di Vincenzo Corraro
Les Flaneurs Collana Natura, 2022

di Paolo Risi

L’esattezza potenzia la lettura, la rende esperienza emotiva. I caratteri dei personaggi, virtù e debolezze, descritti minuziosamente; sono figure umane che irrompono dalla pagina, che non ci stupiremmo di affiancare sul corso principale del paese, nello studio di un avvocato o al bancone di un bar.

Donne e uomini a cui Vincenzo Corraro propone una voce e un linguaggio: ne risultano ritratti compositi e vertenze con il mondo complicate, mai del tutto risolutive. Dal racconto Il posto delle fragole: “Ci sono vite impastate di rinunce, che la smettono di capire, mosse da un girovagare al minimo delle possibilità; vite a scappamento ridotto, amava pensare Luisa, che sono il risultato di un continuo sottrarre all’abbondanza. E lei aveva imparato sin da bambina ad adagiarsi, per educazione e per indole, dentro questo gioco sparagnino di desideri semplici e un po’ frammentari, nettamente separati da quelli irrealizzabili e malati di una prospettiva – lei così li vedeva – effimera, ingenua, superflua.”

Nella raccolta edita da Les Flâneurs (collana Natura) esistenze che si aggrovigliano, deragliano mentre la felicità è un lampo, un’aspirazione muta. È sufficiente un imprevisto per ritrovarsi disarmati, dispersi nel paesaggio che riflette la nuda essenza. Il paesaggio, le variazioni e la ciclicità che lo rendono artefice: in Piano luce la terra marginale in cui due esistenze comunicano infonde un’urgenza di verità, il simbolico che vince sul sociale e sulle strategie politiche.

La conformazione geologica, l’alternarsi di centri abitati e rifugi provvisori, assecondano un respiro profetico: nel conflitto (tra genitore e figlio, tra differenti generazioni e visioni) si realizza lo spartito dei luoghi, asprezze e radure in sequenza, si dà seguito a un tema che parrebbe immutabile, innestato in profondità. Ma a scompigliare l’esito può intervenire l’alchimia delle emozioni (come Nella pazienza dei giorni, racconto di un’amicizia), o l’innamoramento in quanto dislocazione dall’orizzonte genetico (in Lezioni di canto: “Manuela orienta il passo verso il fiume, in direzione della macchia scura dei lecci; io la inseguo incespicante, un po’ intontito, mi fanno vela i suoi vaporosi capelli color miele e l’ampia schiena, così nevrotica e dritta, racchiusa in uno scampolo di stoffa sintetica che lascia scoperte le braccia e le scapole”).

Donne vibranti nei racconti di Vincenzo Corraro, cittadine dello spazio sia che si tratti di giungla sudamericana, sia che si tratti di un appartamento vuoto. Capaci di attendere, di dissodare consuetudini, di articolare un rapporto. Così lontane così vicine, in armonia con il paesaggio; il loro incedere è regolare, e trova corrispondenza in uno dei motivi cruciali della raccolta, vale a dire la musica, il canto celebrativo, manifestazioni di origini incerte che incarnano un altrove, una possibilità di senso e condivisione.

Canto polifonico, nella wunderkammer del mondo. Territori in cui si combatte – anche mortalmente – per ottenere una prova di fedeltà, una configurazione sociale. I temi sono roventi, afferiscono a un’essenza antropologica: l’Italia della provincia, delle chiacchiere da bar, dei salotti in penombra, dove rancori e torti emergono per inerzia, o crepitano sotto la cenere. Vincitori e vinti, pace e tormento, esecuzioni spietate e la tradizione del bluff. E poi la deriva dell’errore, il reiterarsi della tossicità nei rapporti, come nel bellissimo Cani da mandria, in cui Elena e Loris abiurano il danno perpetrato, smaniosi come cani di mandria che prima si annusano e poi si azzannano.

L’autore della raccolta La fine dell’acqua cura e lavora le sue parole come fossero piccoli fuochi da alimentare, con pazienza e coscienziosità, perché occorre padronanza e sapere pratico (sia che si parli di silvicoltura, di strumenti ad ancia, o di bracconaggio). C’è il piacere dell’attesa, terreno di coltura degli intrecci, e poi i contenuti, incandescenti: dilemmi familiari, libertà o responsabilità, flusso o stagnazione, attriti che dissestano il meccanismo, per un disegno antico e superiore, l’eredità del paesaggio che se non la disconosci – oppure la incorpori – ti immobilizza. Ritmo largo, sobbalzi nella trama e compimento della vicenda, finale amaro o dolce non importa: la rivelazione è sempre associata ai ritmi della natura, al cambiamento, e se esiste un’arte del raccontare – raccontare la provincia italiana, in particolare – Vincenzo Corraro la possiede e la mette in pratica. “La vita – diceva papà – non è altro che il tentativo forsennato della risalita verso la pienezza; il trucco è stare all’erta e non impantanarsi, sottraendosi alla trappola di chi cerca di sminuirti. E poi è una questione di spazi, precisava, di immersione in mondi più grandi, dove ciò che siamo diventa la più credibile delle scommesse.” (Da Lezioni di canto).

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La fine dell’acqua | Vincenzo Corraro

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